Riprendiamoci i nostri spazi (30.11.2006)

Siamo partiti rivendicando al DECS il diritto in ogni sede a disporre di almeno un’aula studentesca. Non ci è stata data risposta. Abbiamo scritto una lettera alla direzione del Liceo di Mendrisio chiedendo la medesima cosa, ed essa ha convocato i nostri militanti sostenendo che “i panni sporchi vanno lavati in casa” (come se una scuola pubblica fosse una cosa che non interessasse la popolazione tutta). La risposta è stata un No categorico perche mancano gli spazi anche per fare lezione. Pochi giorni dopo appare un intervsita al direttore del Liceo di Lugano 1 che si lamenta della totale mancanza di spazio nella sua sede e del sovraffollamento generale.

Il direttore del Liceo di Lugano 1 è intervenuto tardivamente: se i docenti avessero minacciato di non lavorare in condizioni logistiche del genere, avremmo voluto vedere cosa sarebbe successo: il rischio di un blocco delle attività  didattiche da parte di docenti e studenti non sarebbe stata tollerata dal DECS che si sarebbe dato certamente una mossa. Ma il DECS pur conoscendo questa situazione e non vedendo reazioni di rilievo non si è mosso e ha fatto iniziare un nuovo anno scolastico nonostante in quella scuola (e non solo) vi fosse spazio solo per la metà  dell’attuale numero di studenti. E’ una mancanza di rispetto totale per tutta la comunità  educativa!

Nel preventivo 2004 il DECS per risparmiare tagliava alcune ore di lezione nei licei, diminuendo l’offerta didattica agli studenti; oggi non si preoccupano minimamente di trovare spazi adeguati, ma pensano di risolvere le cose costruendo baracche-forno in cui stipare gli allievi-bestiame. A Bellinzona addirittura la Scuola di Commercio invia gli studenti in prefabbricati vecchi che a quanto ci risulta, in base agli elementi a nostra disposizione, sono anche pericolosamente rivestiti di amianto! Ma stiamo dando i numeri? Cosa succederà  l’anno prossimo: introdurremo il numerus clausus alla fine delle scuole medie così che la formazione superiore ritorni d’èlite e evitare di pagare nuove strutture?

E’ possibile che il DECS non sia intervenuto finora? Non è una cosa nuova: nel 2003 degli studenti del CSIA di Lugano in Via Brentani, regolarmente promossi dalla prima alla seconda classe furono eslcusi dalla scuola perchè non c’erano abbastanza aule in sede!!! E già lì avevano messo lezioni di pittura nella cantina della scuola senza rubinetti con l’acqua corrente, oltre che aver buttato fuori letteralmente dei ragazzi in sovrannumero! Ma dove stiamo vivendo?

Riprendiamoci i nostri spazi! Spazi di studio, di svago; spazi sociali, culturali, di alloggio! Ridiamo importanza alla scuola pubblica e che sia di qualità ! La mania risparmista dopo aver colpito la motivazione dei docenti, aver colpito l’offerta didattica per gli allievi, dopo aver tagliato ovunque porta a rinunciare a investire nella scuola. Adesso basta!

Deve essere lotta! Blocchiamo le scuole finchè quelli che dovrebbero gestirle non si renderanno conto che così non può continuare!

L’unità  è fondamentale in questo momento: chiediamo a tutti i movimenti e le organizzazioni pronti a reagire in generale per una società  dove il tema del diritto agli spazi, non solo scolastici, sia garantito, ne parlino apertamente al loro interno e ci comunichino la loro disponibilità  a percorrere con noi questa strada.

Il SISA: più spazi agli studenti! (28.11.2006)

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ha richiesto già  da qualche settimana al Dipartimento dell’Educazione della Cultura e dello Sport (DECS) di intervenire affinchè siano soddisfatte le minime rivendicazioni di spazio avanzate dagli studenti alle loro rispettive Direzioni. Ci risultava infatti che in alcuni licei siano state chiuse delle aule di studio in cui si garantiva un minimo di tranquillità  per gli allievi che desiderano prepararsi per dei lavori didattici.

Ieri il Direttore del Liceo di Lugano 1 ha pubblicamente ammesso la gravità  della situazione nella sua sede, la quale per altro, come la sezione di Mendrisio del SISA ha documentato, non è diversa dalle condizioni di sovraffollamento del Liceo di Mendrisio. Come è possibile che la città  dei casinò, dei congressi di punta e dei parcheggi infiniti, Lugano, non sia in grado di trovare una sistemazione adeguata per i propri giovani? E lo stesso DECS quali soluzioni propone per far fronte a questa situazione che potrebbe in futuro – se non già  adesso – compromettere anche l’offerta didattica?

Ci distanziamo nel modo più assoluto dalla proposta dei giovani UDC di sgomberare il CSA Il Molino per far posto al liceo: la soluzione non sta nel sottrarre spazio ai giovani per darlo ad altri giovani, ma di moltiplicarlo! Il CSA Il Molino svolge un’importante funzione culturale e sociale a favore della gioventù e non si tocca: a Lugano vi sono sicuramente decine di spazi vuoti (in attesa, come sempre, di operazione speculative) è in questa direzione che occorre muoversi!

Gli studenti della vicina Italia, in condizioni simili, avrebbero già  occupato le proprie scuole pretendendo da parte dell’Autorità  competente risposte chiare e un’attenzione maggiore a queste problematiche che non nascono certo da un giorno all’altro. Che pure in Ticino il sindacato studentesco debba agire in questo modo?

I liceali ticinesi non sono i peggiori! (19.01.2009)

Il Liceo di Bellinzona si posiziona al penultimo rango in una classifica che ha coinvolto vari licei elvetici. Le altre sedi ticinesi non stanno meglio. L’immagine della scuola ticinese ne risente notevolmente e, nonostante possa stupire qualcuno, di certo non è un motivo di felicità per il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti SISA). Il SISA è dalla sua fondazione nel 2003 che indica le lacune della scuola pubblica ticinese soprattutto riferita alla miope politica scolastica del DECS e alla riduzione di risorse. Questi sono i problemi veri (che vanno risolti con la mobilitazione sindacale e pedagogica di studenti e insegnanti), non quelli inventati dal Politecnico di Zurigo che da qualche anno ha scatenato una guerra contro i licei, colpevoli – secondo lorsignori – di non conformizzare sufficientemente i giovani ai bisogni delle aziende.

I “pedagogisti” del Politecnico che ricevono ordini dal padronato e dalle multinazionali sentenziano, infatti, con un test preparato ad hoc che:

1) gli studenti ticinesi sono carenti nel lavoro individuale. Morale? Bacchettare i docenti che favoriscono la cooperazione e l’apprendimento collaborativo per mettere gli studenti in un clima di malsana concorrenza individualista come se le scuole fossero aziende e i docenti dei manager

2) la scuola ticinese è troppo sociale mentre deve assoggettarsi alla scuola svizzero-tedesca che seleziona maggiormente e che favorisce gli studenti “migliori” e lascia a se stessi chi fa più fatica. In tale ragionamento solo l’élite della società deve poter continuare gli studi e il resto deve restare ai piedi della scala sociale.

3) gli allievi ticinesi non vanno bene nelle scienze sperimentali: problema già risolto con la “piccola revisione” del liceo del 2007 a causa della quale il peso delle materie scientifiche (pure per i liceali di curricolo umanistico) aumenterà per bocciare di più, rendendo così il liceo una scuola al servizio delle aziende che operano in campo scientifico (che chiedono manodopera qualificata) e non al servizio della cultura umanistica sale della democrazia e della libertà!

Il test del Politecnico è simile al famoso test PISA che già aveva affossato – guarda caso – la scuola ticinese. Tali test non sono neutrali, hanno al contrario un fine politico ben preciso, ossia quello di screditare nell’opinione pubblica l’idea di una scuola democratica per tutti, che sappia integrare piuttosto che escludere. Il test PISA, ad esempio, era un’idea del WTO che non ci risulta essere un’organizzazione di promozione culturale ma piuttosto di promozione economica di stampo neoliberista.

Difendiamo quel poco di positivo che resta della scuola pubblica ticinese: non accettiamo dictat anti-sociali da Berna e rifiutiamo l’omologazione dei sistemi formativi su modelli meno democratici.

Salviamo la scuola pubblica: lottiamo uniti! (08.09.2009)

Nei mesi precedenti la fine dell’anno scolastico 2008/09, il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) si è più volte riunito con una vasta gamma di organizzazioni operanti nel mondo della scuola, per redigere un appello volto alla salvaguardia della stessa. Da più di 10 anni stiamo infatti assistendo ad un vero e proprio smantellamento dell’educazione pubblica, portato avanti da subdole politiche di stampo liberista, per mezzo delle quali il Consiglio di Stato ha ripetutamente tagliato i fondi dedicati all’istruzione.

Oggi ci troviamo in una situazione talmente difficile, in cui i problemi causati dai continui ridimensionamenti (Gabriele Gendotti già nel 2003 diceva che si stava “raschiando il fondo del barile”, ma come la storia recentissima ci ha dimostrato, la politica del taglio è proseguita imperterrita) hanno finalmente convinto le organizzazioni dei docenti a farsi sentire.

L’appello che il SISA ha sottoscritto unitamente a VPOD docenti, OCST docenti, Movimento della Scuola, La Scuola, Associazione per la Scuola Pubblica ed altri ancora, riporta sinteticamente dei punti rivendicativi molto importanti, tra i quali una diminuzione del numero di allievi per classe (aspetto fondamentale per facilitare l’impegno che un docente può mettere nel seguire un allievo, e conseguentemente anche  la possibilità di maggior apprendimento per quest ultimo), una rivalutazione del ruolo del docente e un potenziamento dei corsi parascolastici, quali mense e doposcuola.

Queste rivendicazioni non verranno mai regalate né agli studenti né ai docenti; vanno invece conquistate lottando apertamente e creando un rapporto di forza tale da costringere il Governo a cambiare la propria linea politica, tornando ad investire nella scuola. Per farlo bisogna che studenti e docenti scendano in piazza uniti e blocchino il regolare corso delle lezioni, come accadde il 12 novembre 2003, quando 6000 baluardi difesero a gran voce la scuola pubblica.

Il SISA chiede apertamente ai firmatari dell’appello, ai docenti e agli studenti del Canton Ticino di unirsi nella lotta per migliorare l’istruzione della scuola pubblica: l’alternativa è rimanere a guardare un intero sistema scolastico che si sgretola.

La religione non va insegnata a scuola! (09.07.2009)

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ritiene che l’accordo siglato tra il Dipartimento dell’Educazione della Cultura e dello Sporto (DECS) e le Chiese, vada a minacciare il carattere laico che la scuola pubblica dovrebbe avere.

Con questo accordo si rende di fatto obbligatoria una lezione ormai giustamente disertata da tanti allievi e si aumenta inutilmente il già elevate carico di lavoro dei ragazzi.

La religione non è materia che va insegnata nelle scuole in quanto affare strettamente privato, mentre la storia delle religioni va semplicemente inserita (come in parte già è) nel programma delle materie umanistiche come storia, geografia e filosofia: il fenomeno storico-culturale costituito dalle religioni e pure quello costituito dalle correnti di pensiero areligiose (come le varie ideologie politiche) vanno affrontati nell’ambito dell’insegnamento generale e interdisciplinare e non necessità di una trattazione separata.

Pertanto il SISA si unisce al coro dell’Associazione svizzera dei liberi pensatori, schierandosi contro questa piega presa dall’autorità cantonale che sigla accordi con preti e pastori, facendo carta straccia del documento consultivo inviato nel 2007 dal nostro sindacato e dai rappresentanti degli agnostici e degli atei ticinesi.

MA COSA SONO QUESTI TAGLI? – Seminario sulla riduzione del finanziamento della scuola pubblica

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Riduzione dei salari dei docenti, diminuzione degli investimenti nelle infrastrutture scolastiche, soppressione di corsi opzionali, aumento delle rette per gli studenti, ecc. sono tutte facce dello stesso, innegabile problema: la scuola pubblica ticinese riceve da anni sempre minori risorse per fare fronte al suo compito.

Per mettere a fuoco questa ampia tematica, il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) organizza questo seminario, aperto a tutti gli interessati, in cui si affronteranno 3 aspetti principali:

– la questione del debito pubblico e delle sue ricadute sul finanziamento della scuola;
– la dimensione quantitativa e l’evoluzione negli anni dei “tagli” nella scuola (con riferimento a dati statistici cantonali);
– le motivazioni e le strategie politiche frutto di questa sciagurata tendenza.

Il seminario sarà, come detto, aperto a tutti e si pone l’obiettivo di costruire, sulla base dei dati presentati e delle discussioni che emergeranno, una visione chiara del problema e delle sue immediate e future conseguenze.

Perchè per opporsi ai tagli, prima bisogna conoscerli e capire insieme come affrontarli!

 

IL SEMINARIO SI È GIÀ SVOLTO. POTETE TROVARE QUI DI SEGUITO IL MATERIALE PRESENTATO: “Ma cosa sono questi tagli? – Materiale

 

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Evento Facebook – MA COSA SONO QUESTI TAGLI? – Seminario sulla riduzione del finanziamento della scuola pubblica

 

 

TiLo: abolire la prima classe sui treni regionali? (14.01.2014)

Un’indagine di mercato pubblicata oggi ha rivelato che gli utenti dei treni Tilo (Ticino-Lombardia) sono generalmente soddisfatti dal servizio offerto. Sono sempre di più, infatti, le persone che decidono di effettuare i loro spostamenti con il mezzo pubblico, di pari passo con il potenziamento dell’offerta: quanti anni, però, per far passare il concetto, anche tra buona parte di una classe politica non propriamente lungimirante! Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Appendisti (SISA) si batte da anni per l’accessibilità ai trasporti pubblici, attraverso richieste di attenzione verso le zone più discoste – ancora troppo escluse – e proposte per stimolarne l’accessibilità, come la gratuità del servizio per giovani in formazione.

Qualche deficit, però, è stato comunque registrato: il riferimento particolare, sottolineato anche nell’indagine in questione, è relativo la mancanza di posti a sedere, soprattutto nelle ore di punta. Si tratta di una problematica ben nota ai passeggeri dei TiLo, spesso costretti a stringersi, viaggiando in piedi, con tutte le difficoltà del caso in cui possono incorrere soprattutto gli anziani e le persone disabili. Tutto ciò mentre il vagone della prima classe rimane spesso e volentieri vuoto, inducendo molti a chiedersi che senso abbia ciò.

A tal proposito il SISA si domanda se non sarebbe più razionale – anche sotto il profilo economico – sopprimere la prima classe, e renderla dunque accessibile allo stesso prezzo della seconda, liberando in tal modo dello spazio utile, e risparmiando così sull’acquisto di diverse nuove carrozze. Le previsioni rivelano che entro il 2030 si registrerà un aumento del 60% dei passeggeri. Un dato, questo, che rende ancor più necessaria una riflessione in questo senso.

MANIFESTO PER UNA GIORNATA DELL’ #ALTRASCUOLA

 

23 marzo banner nuovo

Il Consiglio di Stato ticinese ha stabilito, nell’ambito del Preventivo 2016, di concedere un giorno di congedo pagato ai docenti pubblici, il quale dovrebbe avere luogo mercoledì 23 marzo. Ciò andrebbe a compensare le misure di riduzione della spesa per il personale insegnante (costituite dal blocco degli scatti salariali, dalla riduzione dello 0.5% degli stipendi al massimo della scala salariale e dalla limitazione dell’indennità di famiglia).

Nell’ottica del corpo docente, questa decisione rappresenta l’ennesimo inaccettabile affronto alla loro dignità professionale e al riconoscimento socio-economico del proprio mestiere, tanto più che essi vengono regolarmente “chiamati alla cassa” dal Cantone per contribuire al riassetto finanziario dello Stato (motivi per cui nelle scorse settimane varie associazioni magistrali hanno iniziato a mobilitare in massa i propri iscritti per opporsi a questa politica di finanziamento scolastico).

Dal punto di vista degli studenti, questa semplice giornata di vacanza straordinaria ha però delle implicazioni ben più preoccupanti.

Il governo diventa protagonista dello smantellamento della scuola?

Se fino ad oggi il governo aveva sempre agito da perfetto “scarica-barile”, riducendo il volume di finanziamento del sistema scolastico senza rendersi mai apertamente colpevole della diminuzione della qualità dell’offerta formativa (i maggiori oneri venivano semplicemente addossati ai docenti, i quali dovevano decidere se ingoiare il rospo o rinunciare ad offrire determinati servizi – vedi le gite di quarta al LiLu1), oggi esso cambia radicalmente atteggiamento: eliminando un’intera giornata di scuola, é il Consiglio di Stato stesso che si rende artefice della riduzione dell’offerta formativa pubblica.

Si può quindi dire che il governo ha ormai buttato la maschera, dal momento che non nasconde più la sua determinazione ad imporre il pareggio di bilancio in qualunque modo possibile, arrivando persino a riconsiderare l’integrità di alcuni dei servizi fondamentali che esso è chiamato ad offrire al cittadino, come è il caso ad esempio per l’istruzione. In questo contesto, alcune proposte fino ad oggi prive di qualsiasi possibilità di realizzazione assumono rapidamente maggior credibilità: pensiamo solo all’idea, recentemente lanciata da una forza politica di primo piano sulla scena ticinese, di ridurre di un anno la scolarità obbligatoria. Siamo sicuri si tratti ancora solo di provocazioni…?

Un giorno in più di vacanza? No grazie!

Le principali vittime di questa situazione sono però proprio gli studenti, i quali vengono arbitrariamente privati della possibilità di svolgere una determinata serie di attività educative e di socializzazione. Il 23 marzo, in un certo senso, è emblematico di questa rinnovata determinazione dell’esecutivo: pur di risparmiare, si è disposti a concedere giorni di vacanza supplementari agli studenti! Possiamo solo chiederci quando verrà lanciata una nuova festività che possa permettere di racimolare qualche decina di migliaia di franchi… A quando San Taccagno?

Tale atteggiamento è altrettanto sintomatico di una volontà di indebolimento della scuola pubblica nei confronti delle scuole private: riservandosi la possibilità di eliminare delle giornate di scuola in caso di particolari necessità finanziarie, il Consiglio di Stato determina infatti una maggiore incertezza della qualità del sistema scolastico pubblico. Non occorre essere dei grandi sociologi per capire quale scelta faranno le famiglie che hanno sufficienti disponibilità finanziarie: voi quale scegliereste tra una scuola in cui siete sicuri che vostra/o figlia/o frequenterebbe un anno scolastico regolare a prescindere da eventi esterni e una in cui, a seconda dell’andamento del gettito fiscale cantonale, potrebbe dover rimanere a casa 1, 5 o 10 giorni più del normale perché il governo decide di tenerla chiusa? La risposta è tanto ovvia quanto carica di preoccupanti implicazioni.

Per questi motivi il SISA si oppone con decisione allo svolgimento del congedo secondo le modalità previste dal governo e invita tutte le studentesse e tutti gli studenti del Canton Ticino a boicottare questa giornata di vacanza forzata: noi tutti abbiamo il diritto di fruire degli spazi scolastici e dei servizi forniti dagli operatori delle scuole, anche il 23 marzo!

Vogliamo una giornata dell’#altrascuola!

Tuttavia, a nostro modo di vedere questo “sciopero al contrario” non deve servire a legittimare quell’impostazione scolastica nella quale non ci riconosciamo e che crediamo non corrisponda al miglior modello di costruzione e apprendimento dei saperi – per quanto essa costituisca l’unico mezzo attualmente disponibile per l’esercizio del diritto all’istruzione e va difesa in quanto tale. La scuola ticinese del 2015 è infatti ancora troppo caratterizzata da gravi disparità di trattamento e da fenomeni di selezione sociale, è ancora troppo orientata verso una trasmissione passiva e acritica dei saperi, è ancora troppo basata su una assenza di partecipazione e di coinvolgimento degli studenti perché la si possa sostenere a priori, anche in un caso di attacco frontale come questo.
La giornata del 23 marzo dovrebbe quindi secondo noi venir vissuta come una giornata all’insegna del confronto, della discussione e dell’approfondimento di visioni alternative e innovative (anche contrastanti tra loro) dell’istruzione pubblica, del suo sistema di finanziamento, delle forme organizzative della comunità scolastica, delle impostazioni pedagogiche e didattiche, delle modalità d’utilizzo degli spazi scolastici, ecc.

In poche parole, essa dovrebbe venir assunta come una giornata in cui per ogni utente della scuola – che sia esso docente, studente o genitore – sia possibile mettere a punto la propria concezione ideale della scuola, il proprio modello di “altra scuola” nel quale egli si possa sentire a proprio agio e possa partecipare con soddisfazione e accrescimento personale al processo di apprendimento. Pratichiamo da subito l’#altrascuola: assemblee, seminari e laboratori.

In quest’ottica, le modalità di svolgimento della giornata dovrebbero già richiamare quelle forme organizzative che si vorrebbero vedere sempre applicate nella scuola: esse dovrebbero quindi riuscire a fornire agli studenti delle maggiori opportunità di partecipazione attiva nell’attività educativa e degli spazi di confronto nei quali essi possano essere oggetto di una considerazione e di una posizione che sia pari a quella di tutti gli altri utenti della scuola.

Gli strumenti pedagogici prediletti dovrebbero perciò essere sostanzialmente tre:
– l’assemblea: modello per eccellenza della partecipazione democratica, l’utilizzo di questa forma di consesso ha recentemente perso buona parte del suo significato e del suo riconoscimento. Tuttavia il 23 marzo potrebbe essere la giusta occasione per riaffermare la sua validità: un momento di confronto aperto e paritario tra le varie componenti della scuola (docenti e studenti dovrebbero sedere allo stesso tavolo e non in due sale differenti!) rilancerebbe il senso di appartenenza ad una comunità scolastica compatta e determinata.

Nel corso della giornata sarebbe quindi importante prevedere quantomeno un momento dedicato a questa attività, che potrebbe fungere da avvio o da conclusione delle successive attività di approfondimento;

– il seminario: una scuola non dovrebbe vivere chiusa su sé stessa, incatenata a cristallizzate pratiche di monotona trasmissione delle stesse immutate conoscenze di sempre, bensì dovrebbe essere aperta al mondo in cambiamento e dovrebbe lasciarsi pervadere da esso. L’organizzazione di seminari e conferenze riguardanti temi d’attualità e concezioni alternative dell’istruzione dovrebbe venire incentivata in tutte le scuole, anche con il sostegno di persone esterne l’istituto che abbiano l’interesse e la possibilità di condividere determinate esperienze o conoscenze. Occorre perciò assicurarsi che la scuola sia più aperta possibile e che si dia libero accesso a sindacalisti, politici, professori esterni ecc.;

– il laboratorio: parallelamente al seminario, è importante creare degli spazi di discussione tematica liberi dal vincolo di una valutazione o dalla supervisione di un personaggio “illuminato” ma poco incline al coinvolgimento dei suoi interlocutori. Anche guardando un film, leggendo una poesia o ascoltando/suonando della musica e discutendone assieme si possono svolgere delle attività educative (naturalmente occorre evitare di svolgere attività ludiche fini a sé stesse, tenendo sempre presente l’obiettivo di affrontare il tema del valore e della forma dell’istruzione e dei suoi risvolti immediati)!

Qualora ve ne fosse la possibilità, sarebbe altresì importante riuscire a trasmettere all’esterno delle scuole il malcontento e le riflessioni emerse nel corso della giornata, coinvolgendo i media e organizzando delle forme di protesta pubbliche (cortei, sit-in, flash-mob, ecc.), che possano rendere visibile agli occhi dell’opinione pubblica la determinazione del mondo della scuola a non voler subire passivamente la propria distruzione.

Il SISA invita quindi tutte le assemblee studentesche delle scuole ticinesi a sottoscrivere il presente manifesto (comunicandoci la vostra adesione all’indirizzo email sindacatosisa@gmail.com) e a mobilitarsi in difesa della scuola pubblica, sfruttando la giornata di “non-vacanza” del 23 marzo come vetrina per le proprie aspirazioni e le proprie rivendicazioni riguardo l’istruzione pubblica e le sue forme organizzative.

Sono i corsi di tiro per bambini la priorità della scuola ticinese?

In un contributo pubblicato ieri sul Corriere del Ticino, il granconsigliere de La Destra Paolo Pamini ha prospettato la necessità di introdurre dei corsi di tiro obbligatori nella scuola dell’obbligo, per far fronte all’apparente situazione di carente sicurezza personale nella nostra società e per prevenire la messa in atto di atti violenti da parte di criminali, terroristi & co.

Il SISA è sconcertato dalla disinvoltura con cui il deputato avanza delle tesi simili, arrivando a richiedere un’ancor maggior militarizzazione della società ticinese (la quale presenta già oggi un’altissima densità di armi per numero di abitanti: in Svizzera si contano ben 46 armi da fuoco ogni cento abitanti!), che comporterebbe una serie di conseguenze assai nefaste.
Un’ampia diffusione delle armi da fuoco nel tessuto sociale è infatti fonte di gravissimi episodi di violenza e di un maggior grado di insicurezza nella popolazione, come dimostrano gli esempi (ritenuti “virtuosi” dal parlamentare) di paesi come gli Stati Uniti d’America in cui la regolamentazione ultra-liberale in merito causa ogni anno centinaia di morti, vittime di stragi nelle scuole e nei luoghi pubblici ad opera di personaggi border-line i quali trovano proprio nell’atto violento uno sbocco per le proprie frustrazioni psicologiche e sociali.

La tesi di un’addestramento precoce all’uso delle armi è (se possibile) ancora più deleteria: porre dei bambini, dei ragazzi, ancora in piena via di sviluppo di fronte a degli oggetti come
pistole e fucili avrebbe infatti delle implicazioni estremamente destabilizzanti. Ad una “normalizzazione” delle armi da fuoco si collegherebbe senza dubbio una normalizzazione della violenza nella vita quotidiana, dal m
omento che il possesso di un’arma comporta necessariamente anche l’assunzione del potere di utilizzarla e della determinazione a farlo in caso di bisogno. Questa è però una dimensione estremamente soggettiva, in quanto ognuno di noi ha una propria sensibilità particolare e il bisogno di sicurezza può venire interpretato in modi estremamente differenti: la presenza di comunità straniere, di persone sgradite, di frustrazioni personali nella propria vita può venir infatti facilmente considerata una minaccia alla propria sicurezza fisica ma anche psicologica. Pertanto dei soggetti in via di sviluppo potrebbero assumere questa prospettiva senza porsi criticamente verso l’utilizzo della violenza e senza considerare adeguatamente le vie alternative per la risoluzione dei conflitti (comunicazione non-violenta, mediazione, ecc.).

Lascia poi quantomeno perplessi l’avanzamento di simili proposte (da parte di un deputato di un simile schieramento politico) in un periodo di forti pressioni verso il sistema scolastico, sottoposto ad una “cura dimagrante” forzata che lo priva ogni anno di maggiori risorse per portare a termine il proprio incarico: secondo Pamini, piuttosto che aumentare i fondi della scuola per proporre corsi di ripetizione, ridurre il numero di allievi per classe o per migliorare l’infrastruttura, occorrerebbe farlo per insegnare ai bambini a sparare? Pare proprio che il signor Pamini non abbia una visione particolarmente chiara di quali siano i problemi della scuola ticinese nel 2015…

Se le preoccupazioni dei membri del legislativo cantonale in merito all’istruzione sono queste, non dovrebbe più essere così difficile comprendere come mai il sistema scolastico ticinese è vittima di un’emorragia costante di risorse e di un generale abbandono da parte della classe politica: il SISA auspica quindi che i membri del Gran Consiglio si distanzino quanto prima da quanto espresso dall’onorevole Pamini e che questa boutade militarista possa fungere da spunto per una rivalutazione delle priorità e delle necessità urgenti della scuola ticinese (riflessione che, data l’evoluzione in corso, si rende più che mai necessaria), la quale ha bisogno ora più che mai di venir rimessa al centro dell’attenzione e di ricevere la considerazione di cui non può più fare a meno.S

Fare ECOnomia: BICer püsee caar, a mörom da FAM!

L’Assemblea del Sindacato Indipendente Studenti e Apprendisti (SISA), riunita in data 11 ottobre 2014, ha preso atto del clamoroso aumento dei prezzi per le mescite e i ristoranti scolastici stabilito e comunicato a breve distanza dall’inizio dell’anno scolastico, cogliendo di sorpresa sia gli studenti che i lavoratori del settore.

Questa manovra, per quanto motivata con la “situazione finanziaria
precaria” e con il vero o presunto “aumento dei prezzi d’acquisto dei prodotti alimentari primari”, non può essere accettata da coloro che usufruiscono di tale servizio pubblico. L’attuale crisi economica colpisce infatti maggiormente le fasce della popolazione meno benestanti, fra le quali rientra la maggior parte degli studenti – principali frequentatori dei suddetti servizi.

Grazie alla corretta cantonalizzazione dei servizi di ristorazione scolastici si sarebbe dovuto beneficiare di un aumento qualitativo delle prestazioni offerte a un prezzo calmierato. Situazione che oggi non è più tale, dati gli aumenti di prezzo improvvisi sotto gli occhi di tutti: con una media d’aumento di oltre il 20% per i prodotti considerati, fino a raggiungere picchi del +50% di prezzo rispetto allo scalino precedente (listino 2008).

Ci chiediamo quindi quale sia stato il senso del rendere pubblici i luoghi di ristorazione scolastici, dal momento che i prezzi – invece di rimanere calmierati – sono stati addirittura aumentati. Ciò, ma soprattutto le modalità comunicative scelte (poco preavviso agli operatori e nessun avviso agli studenti), vanificano in gran parte il lavoro svolto dal Consigliere di Stato Bertoli nel settore della ristorazione scolastica. Peraltro non possiamo fare a meno di notare come la tanto decantata procedura di cantonalizzazione sia stata solamente parziale: all’interno di vari istituti scolastici permangono tutt’ora mescite private, ma rigidamente sottostanti alla regolazione statale dei prezzi, il che mette a repentaglio l’efficacia della calmierazione dei prezzi. Il SISA rivendica che anche tali mescite siano cantonalizzate.

L’aumento in questione ci pare unicamente un modo per riversare la precaria situazione delle casse cantonali sugli studenti e sulle loro famiglie e di “fare cassetta” in modo totalmente iniquo.
Tale decisione non può quindi che andare a svantaggio di tutti coloro che usufruiscono di questi servizi. Il SISA lancierà contro tale aumento una petizione all’indirizzo del Dipartimento educazione, cultura e sport (DECS), nella quale si chiederà il ritorno al precedente scalino di prezzi, per i prodotti ancora attualmente in vendita.