“Io mi annoio”. Recensione del film “L’apprendistato”, di Davide Maldi (2019), 84’.

“Io mi annoio”. È l’unica vera affermazione pronunciata nel corso del film-documentario dal protagonista, in una pellicola in cui dialoghi sono in realtà solo monologhi degli insegnanti. Il silenzio e la lentezza sono caratteristiche che coincidono nella pellicola e nella realtà scolastica descritta da Davide Maldi.

Il film proiettato a Locarno racconta le difficoltà scolastiche e personali di Luca Tufano, adolescente sceso dall’alpe per frequentare un collegio alberghiero. L’apprendista cameriere ristoratore servitore fatica ad adattarsi all’ambiente cui è costretto, senza però scontrarsi con docenti, compagni ed istituto. Quest’ultimo, con rigide regole, insegna a servire gli ospiti con competenza. Si costruiscono così dei giovani lavoratori appiattiti ad una scala valoriale dove il cameriere deve essere privo di personalità, opinioni e desideri.

Il regista pone dunque al centro del discorso la mercificazione dell’adolescenza, come giustamente annota Daniela Persico. Chi fa, in concreto, questa reificazione, questa trasformazione dei giovani apprendisti in strumenti di lavoro per l’industria alberghiera? Come si trasforma un giovane pastore come Luca Tufano in un cameriere inanimato ed al contempo obbligato al sorriso e alla gentilezza?

È l’istituto scolastico a tentare di capovolgere i protagonisti della pellicola. Capovolgimento e trasformazione che riesce poco nel caso del protagonista, che è alienato, diviso tra il mondo alpestre cui è abituato e quello formativo cui è costretto. La scuola impartisce competenze e valori con metodi antiquati e assurdi per lo spettatore, tanto da scatenare il riso in sala. Cosa c’entra, in una scuola alberghiera, l’ora di religione? Come si può pensare di insegnare agli apprendisti a degustare il vino, facendo pratica con l’acqua del rubinetto?

Nel film-documentario emerge un aspetto molto veritiero e comune alla “nostra” realtà ticinese. Con le evidenti differenze che lo spettatore saprà cogliere, sia da noi sia nella pellicola i giovani in formazione, pur confrontati con un contesto non privo di difetti (strutturali, materiali, didattici), hanno difficoltà a reagire. Luca, pur ripreso ingiustamente ed educato con metodi vergognosi, si rifugia nel silenzio. L’educazione all’appiattimento dunque funziona. Lo vediamo spesso anche noi sindacalisti studenteschi: lo spirito critico non pare essere sempre un tratto giovanile. Sembra anzi che vi sia un’abitudine all’accondiscendenza, come se delle alternative migliori fossero inesistenti. Spetta dunque all’organizzazione studentesca rilevare i problemi, analizzarli e fare proposte concrete, per smuovere anche i coetanei più apatici.

Il pregio del film-documentario è dunque la vicinanza alla verità. Aderire così strettamente alla realtà del collegio di Luca Tufano è però anche un difetto del film: come l’istituto anche la pellicola è grigia, pedante e a tratti noiosa.

Mattia Passardi


Questo articolo è apparso nel 7° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di novembre del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

In arrivo una nuova riforma contro il servizio civile: il SISA sostiene il referendum!

A livello federale, è in atto una riforma del Servizio Civile, approvata già dal Consiglio degli Stati lo scorso settembre. Questa riforma prevede di aumentare a 150 il numero minimo di giorni di servizio e di introdurre un periodo di attesa di un anno per chi passa al servizio civile dopo aver terminato la scuola reclute. Essa comporta anche un accorciamento dei termini per prestare il servizio civile, oltre che un’intensificazione del ritmo dei periodi di servizio. Vi sono poi vari altri provvedimenti, volti a disincentivare chiunque voglia passare al servizio civile una volta iniziato il servizio militare. L’obiezione di coscienza, però, è un diritto che ogni cittadino svizzero può far valere in qualsiasi momento. Se un cittadino sviluppa un conflitto di coscienza a scuola reclute terminata, è fondamentale che egli possa far valere i suoi diritti senza essere penalizzato. Questo soprattutto se si considera che l’esercito svizzero continua a dimostrare la sua invalidità, come illustrano i continui abusi sulle reclute. Queste, tengo a ricordare, possono sempre fare affidamento allo sportello SOS Reclute del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA).

Inoltre, se sempre più giovani decidono di passare al servizio civile, rendendosi conto della sua maggiore utilità rispetto al servizio militare, forse occorrerebbe piuttosto interrogarsi su cosa non funziona in quest’ultimo, piuttosto che rendere più difficile l’accesso all’alternativa e limitare così i diritti degli obiettori di coscienza.

Per quanto riguarda l’esercito, i suoi aspetti negativi sono innumerevoli. Al di là della considerazione sopra esposta riguardo all’utilità del servizio militare, l’esercito svizzero, in quanto collaboratore della NATO, rappresenta un ostacolo alla neutralità svizzera, punto cardine della cultura politica elvetica. Inoltre, in questo periodo di mobilitazioni giovanili in favore di politiche ambientali più efficaci e incisive, è buona cosa ricordare che l’esercito, come anche più in generale il commercio bellico, rappresenta un grande fattore inquinante. Una riduzione degli effettivi dell’esercito sarebbe quindi più che positiva!

Il SISA, oggi come in passato, si batterà con decisione contro questa nuova riforma del servizio civile e sosterrà il referendum che già sembra inevitabile. Occorrerà che tutto il sindacato e tutto il corpo studente si mobilitino per difendere l’obiezione di coscienza e contrastare il militarismo. Oltre a ciò, risulta evidente che un militante sindacalista, anche per meri motivi di coerenza con la sua attività politica e sindacale, debba rifiutare il servizio militare e preferire il servizio civile sostitutivo.

Luca Frei


Questo articolo è apparso nel 7° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di novembre del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

Gli scioperi non si organizzano da soli: unisciti anche tu al sindacato!

Lo scrivevamo già nell’ultimo numero di questa rivista: questo è stato un anno di grandi mobilitazioni sociali, tra le più grandi della storia recente del nostro paese, caratterizzate da una partecipazione giovanile estremamente importante. Gli scioperi per il clima e lo sciopero delle donne hanno portato in piazza un numero di persone considerevole per la “media” svizzera, creando così una pressione sociale notevole sull’autorità politica (anche se, purtroppo, finora priva di risultati concreti). Tutto questo non è però avvenuto per caso o per “grazia divina”: gli scioperi hanno potuto avere luogo unicamente poiché delle organizzazioni si sono occupate, per l’appunto, di organizzarli. Se entrambi i movimenti sono stati sicuramente caratterizzati da un elemento spontaneo, ovvero dal sentimento diffuso di dover operare una resistenza collettiva (contro lo sfruttamento ambientale o la disparità fra i sessi), senza un’organizzazione strutturata e radicata sul territorio difficilmente si sarebbero potuti ottenere dei risultati simili.

Tutto ciò era chiaro già ai “padri fondatori” del SISA, che nel manifesto politico del sindacato inserirono un paragrafo intitolato “L’utilità di un sindacato giovanile”, che recita quanto segue: “Il sindacato è uno strumento al servizio della lotta e deve favorire la sua autorganizzazione. Esso vuole nel contempo però superare tendenze spontaneiste o basate su un movimentismo fine a sé stesso che impediscono la costruzione di una struttura organizzata che sappia dare continuità alle lotte e sappia portare risultati concreti. Il SISA nasce come volontà di dare stabilità alla lotta dei giovani ticinesi per la loro autodeterminazione”. Nel manuale di sindacalismo studentesco da noi pubblicato nel 2009 si diceva anche che: “Rifiutare la necessità dell’organizzazione significa essere spontaneista e credere che le cose arrivino da sole. Non è un’opinione diversa, è un concetto disfattista e anti-sindacale e come tale non va tollerato”.

I movimenti giovanili in Ticino sono stati numerosi e diversi fra loro, ma la maggior parte di essi non è durata più di qualche mese (al massimo qualche anno): il SISA è invece l’unica struttura sindacale che è stata capace di rinnovarsi e di sopravvivere fino ad oggi dal lontano 2003. L’utilità di quest’organizzazione è apparsa in tutta la sua evidenza nel sostegno dato all’organizzazione dei primi scioperi per il clima e al coordinamento svolto in vista dello sciopero delle donne. Se si vuole contribuire alla stabilità e alla forza delle lotte giovanili, unirsi al sindacato studentesco è sicuramente la via maestra: ricordiamoci che soli siamo deboli, ma uniti siamo forti! Quindi non esitare: visita il nostro sito, chiedi informazioni e iscriviti anche tu al SISA!

Zeno Casella


Questo articolo è apparso nel 7° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di novembre del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

Stage nel settore sociosanitario: il lavoro va retribuito e gli studenti vanno tutelati!

Tra le varie lotte intraprese dal SISA per tutelare gli studenti e gli apprendisti vi è quella contro lo sfruttamento degli stagisti che operano in ambito sociosanitario. Questi vengono troppo spesso sfruttati come manodopera a basso costo: ciò deve cambiare, perché gli studenti sono delle risorse fondamentali per il futuro di questo settore!

Come primo passo per il riconoscimento del lavoro dei tirocinanti in ambito socioassistenziale e il miglioramento delle loro condizioni di lavoro, il SISA ha scritto una lettera alla Divisione della formazione professionale, in cui venivano chieste delucidazioni in merito alla regolamentazione del lavoro degli stagisti da parte dello Stato.

La risposta giunta dal Governo non ci ha affatto soddisfatti: la nostra attenzione è stata catturata in particolare dal punto in cui si afferma che già in passato le istituzioni e i servizi sociosanitari erano stati invitati dal Consiglio di Stato a versare un importo di almeno 400 CHF e che tutte le istituzioni versano agli stagisti questa somma se non addirittura una maggiore. Questa affermazione non sempre corrisponde però al vero: sappiamo che vi sono degli stagisti che lavorano per enti pubblici e percepiscono un salario nettamente inferiore a quello menzionato dal governo.

Ci terrei inoltre a precisare che un invito a versare un dato importo ai giovani in formazione non è sufficiente (perché non vincolante): bisogna cambiare rotta! Per questo è necessario definire per legge un salario minimo mensile, differenziato per anno di formazione. Questo potrebbe corrispondere a 500 CHF mensili netti per il primo anno di formazione, 700 CHF per il secondo e 900 CHF al mese netti per l’ultimo anno di formazione, in questo modo si offrirebbe un salario proporzionato alle mansioni e alle responsabilità assegnate allo studente sul luogo di stage (e conseguentemente progressivo).

Gli studenti in ambito sociosanitario e socioassistenziale non scelgono il proprio luogo di lavoro, bensì è la scuola a farlo per loro, così questi spesso si ritrovano a dover lavorare in un istituto distante dal loro domicilio e per raggiungerlo sono obbligati a pagare di tasca propria l’abbonamento ai mezzi pubblici; nei casi più estremi devono addirittura trovarsi un alloggio temporaneo per la durata dell’esperienza professionale. Anche in questo caso gli studenti non ricevono alcun tipo di sussidio da parte dello Stato: non si può continuare così! È assolutamente ingiusto che gli studenti e le loro famiglie siano obbligati a farsi carico di spese aggiuntive come un secondo alloggio senza ricevere alcun aiuto economico, solo perché la scuola decide di inserire lo studente in una struttura distante dal suo domicilio. Per questo chiediamo che come gli apprendisti anche i tirocinanti ricevano uno sconto del 40% sulle spese dell’abbonamento Arcobaleno, e per gli stagisti obbligati a trovare un altro alloggio chiediamo invece che il Cantone ne sussidi, in base al reddito, il costo.

Queste sono alcune delle misure che il SISA propone per riconoscere e regolamentare il lavoro degli stagisti del settore sociosanitario. Lo statuto di “studente in formazione” non deve essere una scusa per lo sfruttamento: il lavoro va retribuito e gli studenti vanno tutelati!

Sarah Sbabo


Questo articolo è apparso nel 7° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di novembre del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

In Alabama, l’aborto è di nuovo illegale: basta calpestare i diritti delle donne!

Lo scorso 19 maggio è stata approvata in Alabama la ristretta legge che vieta l’aborto di un feto, anche se tale fosse risultato di uno stupro, o di un incesto. L’iniziativa prevede anche pesanti pene carcerarie (dai 10 ai 99 anni) per i medici che dovessero decidere di effettuare ugualmente l’operazione, a meno che il nascituro non sia affetto da una “anomalia letale” o che metta a rischio la salute della madre. L’obbiettivo dei promotori di tale legge è quello di annullare il diritto all’aborto in tutti gli USA, andando quindi contro all’accordo “Roe v. Wade”, stipulato nel 1973, che rese legale tale operazione.

Come si sarebbe potuto immaginare, la notizia è in poco tempo girata in tutto il pianeta, e la popolazione si è spaccata in due, tra chi è a favore e chi no. Il “Pew Research Center” ha stabilito che il popolo degli Stati Uniti d’America, però, presenta una visibile maggioranza nella percentuale di coloro che ritengono l’aborto legale in qualsiasi situazione (25%) rispetto a coloro che lo considerano reato (15%). Durante gli ultimi giorni del mese anche lo stato della Louisiana ha preso parte all’iniziativa, introducendo la legge con 79 voti a favore e 23 contrari.

Ora, è vero che un feto, dopo due mesi circa, quindi dopo i primi battiti cardiaci, assume il titolo di bambino, che quindi ha diritto di vivere come qualsiasi altro essere umano nel mondo, e sono quindi d’accordo sul fatto che dopo un tempo massimo non si possa intervenire chimicamente e quindi operare un aborto. Nonostante ciò non mi trovo assolutamente d’accordo sul fatto che una donna debba partorire un bambino che non può o non vuole crescere.

Per quanti metodi contraccettivi esistano al giorno d’oggi e per quanto siano disponibili a praticamente tutta la popolazione, ci sono in tutto il mondo ragazze e donne che rimangono gravide contro il proprio volere, in conseguenza di un abuso sessuale o semplicemente di un incidente. Per esempio, se una studentessa di sedici anni dovesse restare incinta, potrebbe non disporre dei sufficienti sussidi e della giusta maturità per crescere un figlio in modo corretto, non potendogli quindi offrire il giusto ambiente per svilupparsi.

Ci sono tanti altri esempi che si potrebbero fare sulla questione, e sono altrettanto sicura che si possano esporre argomenti che vanno a contrastare l’opinione che ho appena esposto. Ma quello che è il vero problema di base, sorpassando tutto ciò che riguarda l’instabilità economica, l’assenza d’istruzione sull’argomento, ecc., è che alle donne a cui viene limitato il diritto all’aborto viene tolto il diritto di scegliere come gestire il proprio corpo.

Ally Kohler


Questo articolo è apparso nel 7° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di novembre del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

Mobilitarsi è bene, ma non basta: occorre organizzarsi!

Un altro semestre, un altro capitolo intenso, un altro numero de “L’Altrascuola”. Concluso l’anno passato, caratterizzato da forti mobilitazioni studentesche e sociali, è ora necessario non fermarsi, strutturare e organizzare la lotta: è questa la ricetta che nel passato ha portato ad un reale progresso dei diritti delle studentesse e degli studenti. Ampliamento delle borse di studio, statalizzazione delle mense scolastiche, pianificazione dell’edilizia scolastica: sono solo alcuni degli ambiti in cui il sindacato è riuscito ad ottenere delle significative conquiste. Tuttavia il cammino verso una scuola equa e veramente democratica è ancora lungo. Il DECS ha già annunciato l’implementazione di un nuovo piano orario degli studi liceali, in merito al quale il parere studentesco sembra però non essere rilevante (!). Per rimettere il tema al centro del dibattito, il Comitato Centrale del sindacato ha approvato una risoluzione in cui si mettono in luce le potenziali derive contenute in quella che sembra essere una vera e propria riforma degli studi liceali e si chiede che si aprano degli ampi spazi di discussione della riforma all’interno del corpo studentesco. Inoltre il sindacato sta da tempo monitorando le condizioni di formazione delle studentesse e degli studenti della SSPSS. Il marzo scorso il SISA aveva inviato una lettera alla Divisione della formazione professionale, ma la risposta ricevuta rimane largamente insufficiente, dimostrando quanto sostenuto da tempo dal SISA: gli stagisti non sono per nulla tutelati e vengono spudoratamente sfruttati! Occorre reagire! L’assemblea generale del sindacato è alle porte: partecipa, organizzati e unisciti anche tu per far sentire la nostra voce!

Redazione


Questo articolo è apparso nel 7° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di novembre del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


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L’Altrascuola N. 7 (2019)

Nuova griglia oraria del Liceo: il SISA prende posizione

Il Comitato centrale del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA), riunitosi questo sabato a Bellinzona, ha adottato una risoluzione concernente il nuovo piano settimanale delle lezioni del liceo, posto in consultazione dal DECS a inizio estate e in via d’applicazione.

Il primo aspetto che ha attirato l’attenzione del sindacato studentesco è proprio quello della consultazione: il DECS sembra perdere il pelo ma non il vizio, costruendo riforme a tavolino nei propri uffici senza coinvolgere però la comunità scolastica (lo ricordiamo, composta da docenti, studenti e genitori) o facendolo solo parzialmente e a seconda dell’opportunità del momento. Su precisa richiesta del SISA, la sezione dell’insegnamento medio superiore si è infatti rifiutata di coinvolgere l’unica organizzazione studentesca attiva sul piano cantonale, dimostrando di non aver imparato nulla dagli errori del passato (si vedano le critiche emerse durante il dibattito sulla “Scuola che verrà”).

In merito al contenuto del piano orario, numerose sono le riflessioni emerse durante la discussione (per un’analisi dettagliata, rinviamo al testo integrale della risoluzione). Da un lato, si registrano alcune proposte interessanti, quali la volontà di limitare l’impatto delle materie scientifiche nel primo anno, di estendere i laboratori a classe dimezzata alla matematica e alle lingue o ancora di equilibrare il numero di ore settimanali tra i vari indirizzi. Dall’altro si riscontrano però numerosi interventi particolarmente problematici, quali il consistente aumento del numero di ore settimanali per alcuni indirizzi, una riallocazione a tratti superficiale delle materie sull’arco del quadriennio, la rimessa in discussione del carattere propedeutico del primo anno di liceo e la conseguente specializzazione degli studi di maturità (sempre più divisi fra un campo “scientifico” e uno “non scientifico”, con il rischio di un liceo a due velocità). La velocità con cui il DECS sta procedendo alla revisione dei piani di studio, in modo da poter iniziare l’introduzione del nuovo piano a settembre 2020, ci preoccupa fortemente, poiché il dibattito sul tema non sembra affatto essersi esaurito, al contrario sembra appena iniziato.

Il sindacato studentesco richiede quindi al DECS di:

  1. Sospendere l’introduzione del nuovo piano settimanale delle lezioni e aprire un vero dibattito pubblico su di esso, coinvolgendo (e non solo informando!) direttamente anche il corpo studente e rendendo pubblica la relativa documentazione;
  2. Rivalutare l’allocazione delle materie sull’arco del quadriennio e studiare le differenti possibilità di riequilibrio fra i vari settori di studio;
  3. Compensare l’aumento del numero di ore settimanali prevedendo degli spazi obbligatori nell’orario scolastico dedicati al lavoro individuale (in modo da ridurre il carico di lavoro a casa) e garantendo un maggior equilibrio nella pianificazione del calendario semestrale (vietando che in una sola settimana di scuola possano ad esempio aver luogo più di 3 verifiche o interrogazioni);
  4. Ripristinare il monte ore tagliato negli ultimi anni in modo da poter proporre più lezioni di recupero e ripetizioni (in particolare nelle materie scientifiche), garantendone l’omogeneità sul territorio e monitorando costantemente le necessità del corpo studente;
  5. Ripristinare i fondi e le condizioni quadro per i corsi facoltativi e complementari tagliati per ragioni di risparmio nel 2015 e mai riconsiderati dal Consiglio di Stato.

Scarica qui il testo della risoluzione approvata dal CC!

Risoluzione CC griglia oraria

Studente ucraino del CSIA: si fermi il rimpatrio e si faccia chiarezza!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) prende atto con viva preoccupazione di quanto sta accadendo allo studente del CSIA di origini ucraine. Occorre ricordare che l’intero nucleo familiare del ragazzo, provenienti dalla zona russofona del paese, si trova in stato di fermo a Zurigo, in attesa del rimpatrio forzato che dovrebbe avvenire in data odierna.

Quanto preoccupa il sindacato studentesco sono tanto le modalità con cui il ragazzo è stato prelevato quanto la grave situazione in cui versa il suo paese di origine: sono infatti ormai ben note le violenze e persecuzioni vissute dalla minoranza russofona in Ucraina, alle quali si uniscono le violenze inaudite e profondamente antidemocratiche nei confronti delle opposizioni politiche del paese e dei sindacati. In tal senso basta unicamente ricordare la strage di Odessa nella Casa dei Sindacati per comprendere le violenze consentite nel paese, nel quale la presenza di gruppi paramilitari e le modalità di eliminazione di vite umane ricordano lo squadrismo fascista e le violenze naziste.

Al contempo, il ragazzo in questione si è integrato con successo nel percorso formativo e nella realtà sociale della regione. Risultano perciò poco chiare le ragioni per le quali non è stato concesso il permesso di soggiorno e d’asilo alla famiglia, la cui situazione risulterebbe precaria, se non addirittura, seriamente in pericolo, qualora tornassero in Ucraina. Per il sindacato studentesco, tale decisione è quindi incomprensibile e lesiva dei diritti dello studente, in primis del suo diritto allo studio, un principio universale che deve valere per tutti i giovani, anche quelli provenienti da zone di guerra o da altri contesti socialmente fragili.

Per queste ragioni il SISA esprime tutta la propria solidarietà allo studente a rischio espatrio e alla sua famiglia, così come sostiene con decisione l’odierna mobilitazione degli studenti del CSIA. Allo stesso tempo, chiediamo che le autorità, facciano al più presto luce sulla vicenda, interrompendo la procedura di rimpatrio e adoperandosi per garantire i diritti dello studente e della sua famiglia.

Il SISA in piazza per un trasporto pubblico gratuito in favore dell’ambiente e degli studenti.

Il Sindacato Indipendente Studenti e Apprendisti (SISA) appoggia la Manifestazione ciclopedonale per una #LuganoMigliore, che avrà luogo domenica 13 ottobre a Lugano. Al centro della stessa vi è infatti la mobilità sostenibile e la difesa dell’ambiente, tematiche che occupano l’agenda del SISA fin dalla sua nascita.

Seppure il corteo si concentri soltanto sulla mobilità lenta, ribadiamo tuttavia l’importanza di intervenire con politiche più incisive contro il riscaldamento climatico e soprattutto a favore del trasporto pubblico. In questo senso, non manchiamo di rivendicare con forza la gratuità del servizio per studenti e apprendisti, necessaria a incentivarne l’utilizzo e a ridurre le emissioni inquinanti. Un ragionamento analogo dovrebbe essere fatto per il servizio di bike sharing cittadino, da ampliare e rendere gratuito per i giovani in formazione. Ricordiamo come queste proposte siano state peraltro rivolte al Municipio della Città di Lugano già in occasione dello sciopero del clima dello scorso 15 marzo, senza ottenere fino ad ora un responso positivo.

Nell’auspicio che la questione ambientale possa venire affrontata in futuro con maggiore coraggio, il SISA invita dunque la popolazione a partecipare alla manifestazione in questione. A portare le rivendicazioni del SISA vi sarà infine Lea Schertenleib, la quale interverrà durante il corteo.

Inasprimento dell’accesso al servizio civile: il SISA si prepara a sostenere il referendum!

l Sindacato indipendente degli studenti e apprendisti (SISA) ha preso atto, con estrema contrarietà, delle pesanti restrizioni di accesso al servizio civile approvate dal Consiglio degli Stati. Con la probabile ratifica da parte anche del Consiglio Nazionale al progetto governativo, ci troveremmo davanti all’ennesima erosione dei diritti dei coscritti che optano per il servizio civile e ad un effettivo smantellamento di quest’ultimo.

Questo cambiamento di legge, oltre a mettere ulteriormente in discussione il diritto all’obiezione di coscienza, ha il chiaro obiettivo di mettere il bastone fra le ruote al servizio civile, il quale viene sempre più percepito dai giovani come valida alternativa al militare. Il servizio militare, oltre ad aver dato prova di utilizzare fondi pubblici per un beneficio praticamente nullo alla collettività, nel corso dell’ultimo anno ha rivelato di non essere un’istituzione valida per i giovani svizzeri: i casi di Emmen, Coira e Isone hanno dimostrato che i valori impartiti ai coscritti sono ben lontani dalla coesione nazionale e si avvicinano molto di più a quelli del bullismo e dell’omertà!

I vertici militari e i deputati a Berna si rifiutano di riconoscere la futilità e la dannosità del servizio militare e si ostinano a voler rendere sempre meno attrattivo il servizio civile: occorrerebbe forse domandarsi quali siano le ragioni che portano sempre più giovani a lasciare il grigioverde, anziché degradare l’istituzione del servizio civile!

Per difendere il diritto democratico di passaggio libero al servizio civile, conquistato anche grazie all’ostinazione degli obiettori che in passato videro la propria libertà negata, il Sindacato Indipendente degli Studenti e degli apprendisti (SISA) attende l’esito dei lavori parlamentari e si unisce ai preparativi di referendum avanzate da CIVIVA e dal Gruppo per una Svizzera senza Esercito (GSsE).