Coronavirus, esami e validazioni.Niente mezze misure o pseudo-soluzioni: vogliamo delle garanzie!

Appello ad una mobilitazione nazionale e pluridisciplinare di student* e apprendist*

Per delle garanzie sul nostro futuro e una politica realista di parità in materia di esami e validazioni.

Situazioni molteplici, realtà simili: una sola voce!


La crisi legata alla pandemia del COVID-19 sta colpendo duramente la popolazione, e noi, persone in formazione, non facciamo eccezione. Le nostre vite sono capovolte, la nostra formazione è gestita male… Continuare la formazione nelle condizioni proposte è impossibile o assurdo. Ci rifiutiamo di pagare questa crisi con la nostra salute o con un anno della nostra vita: non abbiamo nessuna responsabilità per questa situazione!

Vogliamo formarci, amiamo farlo. Attualmente, le misure adottate dai nostri istituti di formazione, dai Cantoni e dalla Confederazione non sono affatto soddisfacenti.

Nelle università, nei politecnici, nelle scuole universitarie professionali (SUP) e nelle scuole superiori, le soluzioni inadeguate proposte o previste, come ad esempio non contare le bocciature, offrire la possibilità di ritirarsi dagli esami e prolungare il proprio corso, non sono adeguate alla realtà della nostra vita. Nei licei, gli “aggiustamenti” saranno ovviamente gli stessi che altrove: mantenimento degli esami, trattamenti eccezionali a seconda dei casi…

Non ci sarà stata una “continuità pedagogica” in questa crisi: la rottura è stata chiara e netta. Il mantenimento dei processi di valutazione nasconde maldestramente e in modo illusorio questo dato di fatto.

Tuttavia, non tutte le formazioni in Svizzera sono soggette allo stesso trattamento. Per quanto riguarda l’istruzione cosiddetta “superiore”, si tergiversa, si parla della qualità dei diplomi e dell’insegnamento e della necessità di compiere delle valutazioni di certificazione degli apprendimenti; nel caso dell’apprendistato, invece, tutto tace.

Nelle scuole professionali, i diplomi verranno rilasciati agli e alle apprendist* alla fine del corso senza un esame teorico e in alcuni casi senza un esame pratico. Il messaggio è chiaro: per questa categoria di persone in formazione non si mira alla stessa qualità – tutto questo è secondario perché il mercato del lavoro non aspetterà! Ma questa misura eccezionale avrà essa stessa delle eccezioni: le persone i cui voti erano insufficienti prima della crisi… È uno scandalo, ma non si tratta affatto di casi isolati.

Gli e le apprendist* in formazione “duale”, in molti settori, continuano a lavorare durante questa crisi, a volte anche più del solito, senza una retribuzione adeguata e senza accompagnamento formativo. Altre persone in formazione – apprendist* a scuola; student* nel settore sanitario/sociale – sono semplicemente messi a disposizione dei datori di lavoro tramite stages. La questione del riconoscimento di queste esperienze e della loro remunerazione è ovviamente ignorata o oggetto di promesse che non saranno rispettate.

Siamo tutt*, apprendist* e student* di buona volontà.

Saremo professionist* di qualità a prescindere da ciò che accadrà questo semestre.

Niente mezze misure o pseudo-soluzioni: vogliamo delle garanzie!

Non vogliamo soluzioni individuali o una politica di eccezione, stiamo tutti vivendo pienamente l’eccezionalità della situazione, abbiamo bisogno di misure uguali per tutt* noi:

  1. Garanzia di validazione di tutti i crediti e i corsi di questo semestre (con una nota per chi lo desidera e con il diritto di rinvio);
  2. Garanzie finanziarie: questo semestre avrà visto una diminuzione quantitativa delle risorse disponibili (biblioteche, fotocopie, materiale, ecc.) e un generale aumento della precarietà, che deve essere compensata da un rimborso almeno parziale delle tasse del semestre primaverile; almeno durante la crisi, il lavoro svolto dalle/gli stagist* e apprendist*, a causa della mancanza di un accompagnamento pedagogico e dei rischi connessi, deve essere compensato da un regolare salario pieno (cioè da un salario “normale” da lavoratore/-trice “normale”);
  3. Garanzia che nessuno di noi dovrà subire le conseguenze di questa crisi in termini di durata della formazione, di proseguimento o entrata in un ciclo formativo, e in termini di accesso ai relativi aiuti sociali, in particolare attraverso l’estensione di questi ultimi e la concessione agevolata di borse di studio aggiuntive;
  4. Garanzia che il nostro impegno nella gestione di questa crisi sia pienamente riconosciuto e ricompensato, come minimo secondo le 3 garanzie appena citate.

Siamo tutt* unit* perché siamo solidali e le nostre difficoltà individuali sono il risultato di una stessa situazione eccezionale. Se non otterremo le suddette garanzie, ovunque e per tutt*, prenderemo le misure necessarie per far sentire la nostra voce.

Firmatari

  • SUD Etudiant·e·s et Précaires (Syndicat – Vaud)
  • Conférence universitaire des associations d’étudiant·e·x·s (CUAE – Université de Genève – syndicat et faîtière)
  • Sindy (collectif d’étudiant·e·x·s de la Haute école d’art et de design [HEAD] Genève)
  • Association neuchâteloise des étudiant·e·s en Lettres et en Sciences humaines (ANEL – Neuchâtel)
  • ANESE – UniNe (Neuchâtel)
  • Association des étudiant-e-s de la formation secondaire – Haute Ecole pédagogique (Bern, Jura, Neuchâtel)
  • FEN – faîtière, UniNE (Neuchâtel)
  • Association neuchâteloise des étudiant-e-s en Sciences – ANES – UniNe (Neuchâtel)
  • Sindacato Indipendente Studenti e Apprendisti (SISA – Ticino)
  • Kritische Politik Uni Zürich (KriPo ZH)
  • ADEPSY – UniGe (Genève)
  • Grève du Climat – UniGe & HES (Collectif – Genève)

L’Altrascuola: Un numero “speciale coronavirus”!

La redazione dell’Altrascuola, rivista edita dal Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA), ha il piacere di presentarvi questo numero speciale interamente dedicato al COVID-19, ideato proprio per tenervi al corrente dell’attività sindacale durante la crisi sanitaria e per avanzare alcune prime riflessioni emerse in queste settimane di scuola a distanza. Il coronavirus ha cambiato drasticamente la nostra vita quotidiana, provocando lutti, drammi e grandi difficoltà a numerose persone. Ora sta a noi lottare per difenderne i diritti!

Sommario

  • La pandemia non paralizza il SISA: nonostante le conquiste, non bisogna fermarsi! di Rudi Alves (leggi qui)
  • Scuola a distanza: non sono mancati ritardi, disorganizzazione e problemi tecnici! di Lea Schertenleib (leggi qui)
  • Origine sociale e qualità dell’apprendimento: davvero tutti hanno le stesse possibilità? di Sarah Sbabo (leggi qui)
  • Meglio un docente o un computer? Appunti sui pericoli della scuola digitale. di Zeno Casella (leggi qui)
  • Il progetto Canaima: da 10 anni, il governo venezuelano regala computer agli allievi. di Samuel Iembo (leggi qui)
  • «We want sex»: la necessità della lotta sindacale nella lotta per la parità. di Ally Kohler (leggi qui)
  • Un carnevale borghese: recensione festivaliera di «Charles mort ou vif» (1969). di Mattia Passardi (leggi qui)

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La pandemia non paralizza il SISA: nonostante le conquiste, non bisogna fermarsi!

La situazione causata dal COVID-19, nonostante le sue intrinseche implicazioni sanitarie, ha permesso di mettere in luce i limiti del sistema scolastico ticinese, in cui gli squilibri socioeconomici hanno accentuato uno scenario già in sé fortemente diseguale. Tuttavia i periodi di incertezza possono peggiorare una situazione già non ottimale e comportare dei potenziali rischi e derive per i diritti duramente conquistati dalle passate battaglie sociali e sindacali. Il diritto allo studio fa parte di questi e non è al riparo dalle tendenze mercificatrici insite nel nostro sistema produttivo e sociale: l’avanzata del mondo digitale ha dimostrato di non essere neutrale e di rappresentare dei chiari interessi che non corrispondono agli interessi delle studentesse e degli studenti (leggi qui).

Per questa ragione l’azione strutturata ed organizzata si rende più che mai necessaria per difendere i diritti conquistati e per farli avanzare. Il sindacato studentesco in questa situazione gioca un ruolo chiave – in quanto struttura che dispone di una certa esperienza e memoria storica – nell’identificazione delle potenziali derive del diritto allo studio legate alla situazione di crisi. Lo scenario che è venuto a crearsi porta infatti con sé l’intensificazione della selezione e delle diseguaglianze sociali tra le studentesse e gli studenti. Ricordiamo le parole di Don Milani e degli allievi della scuola di Barbiana che in proposito dicevano che “una scuola che seleziona, distrugge la cultura”. Anche perché sempre, parafrasando le parole degli allievi di Don Milani, l’insegnamento a distanza, con ancora maggior forza della scuola in presenza, si presenta come neutrale ma si applica ingiustamente, facendo “parti uguali tra i diseguali”.

Affinché il diritto allo studio venisse garantito, il sindacato studentesco si è mobilitato immediatamente inviando il 9 marzo e il 15 aprile due lettere al Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (DECS) e recapitando in seguito anche una risoluzione approvata dal Comitato Centrale alle autorità cantonali e federali (leggi qui). Questi documenti denunciavano il deterioramento delle condizioni di studio e rivendicavano con forza delle misure per arginare la selezione sociale: si chiedeva che dal punto di vista didattico i ritmi scolastici venissero rallentati e che le attività di valutazione venissero sospese, salvo nei casi in cui le studentesse e gli studenti lo richiedessero per migliorare la propria situazione scolastica. In questo contesto, è indifendibile credere che si possano sostenere degli esami di maturità senza osservare delle maggiori ripercussioni sugli studenti delle fasce popolari, abbiamo perciò richiesto il rilascio d’ufficio degli attestati di maturità liceale e professionale. Sempre in quest’ottica, abbiamo rivendicato la sospensione del limite al numero di bocciature nelle scuole post-obbligatorie, misura contro cui il sindacato si è battuto sin dal 2016, quando è stata introdotta, per il suo elemento fortemente selettivo e classista (leggi qui). Lo scenario sociale attuale non agisce tuttavia solamente su questo aspetto dell’insegnamento: la crisi sanitaria ha infatti drasticamente peggiorato le condizioni materiali di studio di diversi studenti, in cui il reddito disponibile si è ridotto a fronte di costi fissi che sono rimasti pressoché immutati. Per questo motivo abbiamo richiesto al Dipartimento l’introduzione di sussidi mirati per chi è in difficoltà: le borse di studio sono state calcolate sulla base di un reddito disponibile che al momento attuale non è più lo stesso e che non corrisponde alla situazione finanziaria di ogni studente. Un’altra categoria fragile del corpo studentesco si trova nelle scuole professionali: la chiusura delle attività economiche non essenziali ha obbligato gli studenti-lavoratori a rimanere a casa, con il rischio di essere soggetti a vacanze forzate imposte dal proprio datore di lavoro. Sempre in questo frangente, le stagiste e gli stagisti dei settori essenziali sono stati sottoposti a stress e responsabilità che non sono sufficientemente riconosciute e remunerate. Abbiamo pertanto chiesto al DECS il riconoscimento facilitato degli esami pratici e la garanzia che i giorni di confinamento vengano riconosciuti come giorni di lavoro pienamente remunerati.

“Per lottare e vincere è indispensabile l’organizzazione. Nei periodi di tensione gli studenti devono poter riconoscere nel sindacato studentesco un punto di riferimento”: così recita il nostro manuale di lotta e autodeterminazione: la migliore dimostrazione di queste parole le troviamo nelle conquiste raggiunte in questo periodo. Nelle scorse settimane il DECS ha infatti diramato due direttive (leggi qui) che rispondevano a numerose delle nostre rivendicazioni: la validità dell’anno scolastico in corso è stato interamente riconosciuto, i ritmi scolastici sono stati rallentati, il limite di bocciature è stato sospeso e verranno prese in considerazione solo le valutazioni positive. La vittoria più importante è tuttavia rappresentata dall’annullamento delle prove d’esame di maturità scritte e orali, sancito in prima battuta dal DECS e poi approvato anche dal Consiglio Federale!

Per quanto concerne il mondo del lavoro, il Dipartimento ha garantito che gli esami pratici verranno riconosciuti in maniera agevolata qualora non si potessero svolgere normalmente e che per gli apprendisti “permane l’obbligo del versamento del salario come congedo pagato (non vacanza)” (leggi qui). Nonostante ciò la situazione non rimane ottimale: le direttive stentano infatti ad essere correttamente applicate (vedi pp.X) e diverse questioni rimangono del tutto irrisolte. Nelle direttive non viene ad esempio fatta alcuna menzione circa gli aiuti finanziari per gli studenti in difficoltà economico-finanziarie.

Come sindacato studentesco occorre pertanto perseverare nella nostra attività di lotta ed elevare il livello di conflitto sociale: è importante dunque rappresentare quel “punto di riferimento” e mobilitare il corpo studentesco. Se non è possibile farlo “fisicamente” in ragione delle attuali disposizioni sanitarie, come SISA abbiamo deciso in Comitato Centrale di farlo “virtualmente”, lanciando una petizione in rete per ottenere un potenziamento degli aiuti finanziari per gli studenti per consentire loro di far fronte all’attuale situazione. Sarà infine fondamentale non fermarsi durante l’estate per ripartire con maggiore forza a settembre: diverse studentesse e studenti hanno sofferto di lacune formative in questo periodo ed è necessario che essi non vengano lasciati indietro dal sistema scolastico. Questa situazione non potrà che aggravarsi a seguito del contraccolpo economico della crisi sanitaria, andando a peggiorare le già difficili condizioni di studio dell’intero corpo studentesco. Insomma, siamo solo all’inizio e dobbiamo continuare ad organizzarci e a lottare per vincere; per far ciò avremo bisogno di tutta l’energia e la forza disponibile, dobbiamo crescere, formarci e, molto semplicemente, continuare a “fare”!

Rudi Alves


Questo articolo è apparso nell’8° numero de L’Altrascuola (speciale coronavirus), pubblicato nel maggio 2020. Leggi qui il numero integrale.


Scuola a distanza: non sono mancati ritardi, disorganizzazione e problemi tecnici!

Durante l’ultima riunione del Comitato Centrale del sindacato studentesco, svoltasi in videoconferenza il 18 aprile, la presenza di diversi militanti attivi in varie scuole superiori ticinesi e in due atenei svizzeri ha permesso di sviluppare una interessante discussione sul funzionamento e i problemi dell’insegnamento a distanza.

Nelle scuole superiori ticinesi (erano presenti studentesse/i delle seguenti scuole: LiMe; LiLo; LiLu2; SCC Bellinzona; SSPSS Trevano e Giubiasco; CSIA) sono stati riscontrati problemi simili tra loro, riguardanti in particolar modo la disorganizzazione e il mancato coordinamento tra docenti. In alcune materie si è verificato un aumento delle ore di lezione e un sovraccarico di lavoro, mentre in altre materie il programma non è proseguito e non sono state date informazioni sul proseguimento delle lezioni, il che segnala come alcuni docenti abbiano scelto come proseguire il loro corso senza seguire le direttive del DECS. Sul piano informatico, un buon segnale è stato quello dato dal liceo di Mendrisio e dal Liceo Lugano 2, che prima dell’inizio della quarantena hanno svolto un sondaggio in tutte le classi per verificare che tutti gli allievi avessero i mezzi informatici necessari per seguire le lezioni a distanza; questa procedura non è però stata svolta in tutte le scuole superiori. Inoltre, gli allievi nell’anno di maturità hanno segnalato una certa preoccupazione relativa agli esami: l’incertezza riguardo al loro svolgimento non permette infatti agli allievi di prepararsi per tempo e adeguatamente alle prove di maturità.

La situazione più critica è però quella della SSPSS di Trevano, dove prima della quarantena non esisteva una piattaforma Moodle e gli studenti non possedevano un indirizzo email scolastico. Questa differenza rispetto alle altre scuole ha causato un grande ritardo nel proseguimento dell’insegnamento, infatti se nei licei il passaggio alla modalità di insegnamento a distanza è stato piuttosto veloce e chiaro, alla SSPSS, invece, per 3 settimane dall’inizio della quarantena non si è svolta alcuna attività didattica. Attualmente le lezioni si svolgono regolarmente e il sistema informatico sembra funzionare, ma alcuni studenti, che hanno fatto richiesta di un computer per seguire le lezioni, non hanno ancora ricevuto il materiale e si trovano quindi a non poter ancora seguire le lezioni!

La situazione negli atenei di Friburgo e Ginevra è migliore dal punto di vista informatico. Le lezioni si sono svolte regolarmente e senza particolari ritardi. All’università di Friburgo è da segnalare però l’aumento delle ore di lezione e del carico di lavoro in alcune facoltà, tempo che viene sottratto alla preparazione degli esami. Le direttive per gli esami sono state emanate solo il 30 aprile, con un notevole ritardo quindi rispetto agli altri atenei.

A Ginevra invece la CUAE (org. studentesca dell’università) si è mossa fin dall’inizio della pandemia, raccogliendo riscontri tra gli studenti e facendo pressione sul rettorato; anche in ragione di ciò, vi sono stati molti meno problemi organizzativi che a Friburgo. L’anno continua dunque quasi come se nulla fosse cambiato: la mole di lavoro è rimasta uguale nonostante le diverse condizioni di apprendimento. Il rettorato è stato chiaro fin dall’inizio (l’università non avrebbe più riaperto, gli esami si sarebbero svolti in rete, ecc.)  il che ha aiutato gli studenti ha organizzarsi meglio di fronte alla nuova situazione.

Per quanto riguarda gli aiuti finanziari agli studenti, il rettorato di Ginevra ha mobilitato le varie fondazioni collegate all’università (es. Jean Piaget) creando un fondo di solidarietà per gli studenti che ne fanno richiesta, mentre invece a Friburgo l’AGEF (org. studentesca dell’università) è stata sollecitata a muoversi in tal senso ma per il momento non vi sono ancora risultati degni di nota.

In ragione dei vari problemi riscontrati, il SISA elaborerà nelle prossime settimane una nuova risoluzione che verrà inviata al DECS per rivendicare dei cambiamenti nell’organizzazione dell’insegnamento, necessari in periodi di crisi come quello attuale ma anche nel lungo termine.

Lea Schertenleib


Questo articolo è apparso nell’8° numero de L’Altrascuola (speciale coronavirus), pubblicato nel maggio 2020. Leggi qui il numero integrale.


Origine sociale e qualità dell’apprendimento: davvero tutti hanno le stesse possibilità?

Durante queste settimane di quarantena in cui è stato chiesto agli studenti di seguire le lezioni online sono emersi alcuni problemi legati alle differenze economiche tra le varie famiglie come ad esempio la presenza di più studenti sotto lo stesso tetto ma di un solo computer disponibile per tutti, differenze queste che possono avere un impatto importante sulla qualità dell’apprendimento dei diversi studenti.

Sulla base di ciò ho iniziato a ragionare su come l’origine sociale di uno studente e le possibilità economiche della sua famiglia possano influenzare la qualità del suo apprendimento.

Diversi studi hanno infatti dimostrato che gli studenti provenienti dalle classi medio-alte hanno solitamente dei migliori risultati scolastici, mentre quelli che provengono dai ceti meno abbienti hanno più difficoltà e nel loro caso il tasso di bocciature e abbandono scolastico è molto maggiore, questo perché le ristrettezze economiche hanno un forte impatto innanzitutto sui genitori.

I genitori sono quelli che prima di tutti, anche prima della scuola, impartiscono ai giovani un’educazione ed è evidente che in base alla loro situazione socio-economica e a come essi la vivono, il loro stile educativo cambia così come la possibilità di aiutare efficacemente i figli durante il loro percorso scolastico.

Mentre le famiglie più ricche riescono a dedicare una maggiore attenzione ai risultati scolastici dei figli e hanno la possibilità di offrirgli tutta una serie di stimoli culturali extra-scolastici, i genitori meno facoltosi spesso hanno un basso livello di scolarizzazione e per questo non dispongono dei mezzi per aiutare i figli. Inoltre, sono solitamente stressati dalla loro situazione economica, trovandosi spesso distanti da casa a causa di lunghe giornate di lavoro, affrontate spesso da entrambi i genitori per riuscire ad arrivare alla fine del mese. Per questi motivi tendono a concentrarsi maggiormente sul fornire ai figli i beni di prima necessità, percepiti come la grande mancanza e quindi la priorità, che non sulla loro educazione scolastica.

I genitori appartenenti alle classi meno abbienti soffrono della loro situazione, si sentono costantemente sotto pressione e ad influire su questo stato di malessere vi è anche il senso d’abbandono causato dalle politiche sociali messe in atto dallo Stato, percepite come non sufficienti o poco efficaci. Non si può quindi imputare interamente a loro la responsabilità dei problemi scolastici dei figli, questi sono invece alimentati dal contesto sociale e dall’apparato istituzionale che li costringe in questa situazione.

È stato dimostrato infatti che nei paesi in cui gli aiuti da parte dello Stato sono importanti ed efficaci, questi riescono a livellare le differenze economiche date dall’estrazione sociale. In quei contesti infatti, nonostante le possibili difficoltà economiche derivate dal loro stato di povertà, i genitori riescono ad educare correttamente e a mettere in atto delle strategie educative efficaci per il corretto sviluppo psico-fisico dei loro figli.

Alla stessa maniera la scuola svolge un ruolo importante perché funge da luogo di socializzazione e in cui si possono trovare dei punti di riferimento fondamentali per la vita. I genitori sono i primi educatori e il primo esempio che i giovani hanno per costruire la propria identità e il proprio percorso, ma subito dopo di loro sono i docenti che si occupano dell’educazione dei giovani e che hanno il compito di indirizzarli e aiutarli nel trovare il loro percorso sia scolastico che di vita. Per questo il docente spesso non ricopre solo la figura di educatore ma diventa un esempio da seguire e imitare. Ecco che diventando una figura educativa di riferimento ed instaurando un rapporto umano oltre che educativo con i suoi studenti, il docente può farsi cosciente delle differenze che ci sono tra gli studenti appartenenti a diversi ceti sociali. Sulla base di questa presa di coscienza può quindi attuare delle strategie volte ad appianare queste differenze per dare a tutti le stesse chance. In questo modo la scuola diventa un luogo di scambio e di arricchimento in cui tutti acquisiscono i mezzi necessari per poter raggiungere lo stesso obiettivo. Queste condizioni facilmente attuabili nella scuola “in presenza” rischiano però di non potersi facilmente verificare nella scuola a distanza. Per salvaguardare il ruolo sociale e di incontro che ricopre la scuola così come la conosciamo (pur tenendo conto dei suoi limiti), ritengo che la scelta migliore sia intendere questo esperimento di scuola a distanza come quello è, ovvero una misura straordinaria e temporanea atta a superare una crisi specifica, e non un banco di prova per un futuro cambiamento che rischierebbe di portare più svantaggi che benefici.

Sarah Sbabo


Questo articolo è apparso nell’8° numero de L’Altrascuola (speciale coronavirus), pubblicato nel maggio 2020. Leggi qui il numero integrale.


Il progetto Canaima: da 10 anni, il governo venezuelano regala computer agli allievi

Se ne dicono tante sul Venezuela e su quanto sia un paese povero, dittatoriale, che Nicholas Maduro sia il male sceso in terra per opprimere il popolo venezuelano, e via dicendo. I media occidentali si dimenticano però sempre di menzionare, oltre agli errori, anche i pregi e le vittorie del governo venezuelano.

A noi studenti svizzeri è chiaro quanto possa essere economicamente dispendioso procurarci il materiale di studio: libri, computer, programmi informatici. Nonostante gli sconti studenti offerti da qualche scuola e da qualche azienda, non si può proprio dire che i supporti di studio ci vengano regalati. Questa situazione si riflette poi sulle famiglie e sugli studenti stessi, con i benestanti che potranno permettersi comodamente di comprare tutte le apparecchiature tecnologiche necessarie per gli studi e i lavori della figlia o del figlio, e dall’altra parte con chi tira la cinghia, che dovrà accontentarsi (se riesce) di un solo computer per famiglia, magari anche scarso e limitato.

In Venezuela, invece, l’universalità dell’educazione è presa seriamente dal governo, con varie misure a sostegno della popolazione per garantire un’educazione accessibile in tutti gli angoli del paese allo stesso modo. Negli ultimi anni il governo di Maduro  ha regalato più di 4 milioni di computer e oltre 100 milioni di libri di testo tecnologici agli studenti di tutto il paese. 20.000 scuole hanno ricevuto nuove attrezzature informatiche e 7 alunni su 10 hanno avuto la possibilità di ricevere il proprio computer personale (leggi qui).

Il sistema operativo utilizzato è un derivato di Linux, open source e quindi gratuito e modificabile a piacimento, chiamato “Canaima”. È stato creato su commissione del governo venezuelano a seguito di un decreto che affermava la nencessità di implementare software liberi e open source nell’amministrazione pubblica.

Queste consapevoli scelte a favore di un migliore sistema educativo permettono a centinaia di migliaia di bambini e ragazzi venezuelani di studiare ogni giorno al pari degli altri. Forse abbiamo qualcosa da imparare anche da chi ogni giorno vorremmo pensare sia peggio di noi in tutto.

Samuel Iembo


Questo articolo è apparso nell’8° numero de L’Altrascuola (speciale coronavirus), pubblicato nel maggio 2020. Leggi qui il numero integrale.


Meglio un docente o un computer? Appunti sui pericoli della scuola digitale

Poco dopo la chiusura delle scuole decretata dalle autorità, le studentesse e gli studenti hanno dovuto confrontarsi con delle più o meno nuove modalità di “insegnamento a distanza”, impartito in prevalenza attraverso delle apposite piattaforme digitali. Il SISA, da subito in prima linea per garantire il diritto allo studio anche durante la pandemia, ha visto soddisfatte numerose delle sue rivendicazioni (leggi qui): le piattaforme utilizzate sono in buona parte “open source”, i ritmi scolastici sono stati rallentati e le verifiche sospese fino alla fine della crisi sanitaria. Affrontate le questioni più urgenti, occorre però interrogarsi ora anche sui problemi posti da questo nuovo tipo d’insegnamento, basato essenzialmente sulle nuove tecnologie digitali, per comprenderne tanto le opportunità quanto i rischi per noi studenti. Non è infatti da escludere che questo periodo di insegnamento a distanza venga poi sfruttato per mantenere alcuni aspetti di questo modello anche una volta tornati alla “normalità”. Ricordiamo in tal senso che il parlamento cantonale ha approvato lo scorso anno un credito da quasi 50 milioni di franchi per “digitalizzare” la scuola ticinese: la volontà politica è chiara, meno chiare sono invece le conseguenze per gli studenti.

Le multinazionali digitali all’arrembaggio

Che la scuola pubblica sia stata da tempo identificata come terreno fertile per l’economia privata non è una novità: le possibilità di realizzare profitti, “educare” i giovani consumatori e formare al meglio i futuri lavoratori sono enormi e i ricchi del pianeta se ne sono accorti da un pezzo. La novità di questi ultimi anni è la potente offensiva delle multinazionali digitali (Google, Microsoft, Apple, Facebook, ecc.) per conquistare la scuola pubblica, della quale abbiamo già riferito in passato (leggi qui). Gli esempi di questa strategia sono già noti, specialmente oltreoceano: grazie ad un’abile campagna commerciale messa in campo nel 2012, Google è riuscita in soli 4 anni a far sì che la metà (!) degli studenti americani usasse le sue piattaforme di e-learning (leggi qui). Con quali obiettivi? “Fidelizzare” i futuri consumatori (gli account scolastici sono facilmente trasformabili in account personali), accumulare dati personali per alimentare i propri algoritmi pubblicitari, ma anche promuovere una formazione funzionale alle esigenze del mercato del lavoro (l’apprendimento digitale non si presta solo all’alfabetizzazione informatica dei futuri lavoratori, ma anche allo sviluppo delle “competenze trasversali” sempre più richieste dai datori di lavoro!). Dietro a quella che spesso viene descritta come una generosa filantropia, si cela dunque un pesante intervento privato volto a gonfiare i propri profitti! Fortunatamente in Ticino è principalmente in uso Moodle (una piattaforma open-source), ma non mancano i casi in cui vengono utilizzati programmi come Microsoft Teams o Zoom, dove è peraltro comprovata la raccolta di dati personali – anche se non si possiede un account! – poi condivisi con Facebook (leggi qui). Occorre quindi tenere alta la guardia!

Digitalizzazione è sinonimo di democratizzazione?

Già nel 1998, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), uno dei maggiori centri del capitalismo globale, scriveva che “lo sviluppo di differenti fonti d’informazioni e conoscenze provocherà un rapido declino del monopolio degli istituti scolastici nel campo del sapere (…) L’individualizzazione più marcata dei metodi d’apprendimento (…) annuncia il declino conseguente del ruolo degli insegnanti, testimoniato anche dallo sviluppo di nuove fonti d’apprendimento, in particolare attraverso le nuove tecnologie informatiche” (leggi qui, p. 37). Come ben sappiamo, il venire meno della scuola pubblica e degli insegnanti non vuol però affatto dire maggiore libertà per gli studenti, ma al contrario una riduzione del loro diritto allo studio! Coloro che provengono da una famiglia agiata avranno sicuramente i mezzi per istruirsi come e meglio di prima, mentre gli studenti provenienti da famiglie sfavorite avranno maggiori difficoltà, proprio a causa della rimessa in discussione di un’istituzione universale e democratica come la scuola pubblica e del ruolo degli stessi insegnanti, chiamati proprio a sostenere ed aiutare gli studenti con maggiori difficoltà. Queste settimane stanno già dimostrando come l’insegnamento a distanza, individualizzato e digitalizzato, rischia seriamente di incrementare le disuguaglianze sociali in ambito formativo: non tutte le famiglie hanno sufficienti computer, tablet e stampanti per i propri figli, e spesso nemmeno il tempo di seguirli ed aiutarli nello studio! L’utilizzo su larga scala delle nuove tecnologie nell’educazione, invece di “democratizzare” l’accesso al sapere, potrebbe dunque provocare un forte ampliamento delle disuguaglianze sociali fra studenti ricchi e poveri.

Attenzione ai rischi per la salute e lo sviluppo!

Occorre infine considerare anche i rischi per la salute e per lo sviluppo psico-fisico degli studenti. Non mancano infatti gli studiosi che denunciano i rischi di un’esposizione prolungata a smartphone, tablet, PC ecc., specialmente ad un’età in cui si è ancora in pieno sviluppo! Disturbi relazionali, dell’attenzione, del linguaggio e del sonno, irritabilità, stress e obesità sono tutti fenomeni di cui è comprovato il legame con l’abuso di tecnologie digitali e c’è chi arriva a parlare di vera e propria “demenza digitale” (leggi qui). In queste settimane di “scuola a distanza” numerosi studenti sono stati sommersi di compiti, esercizi e videoconferenze, ma in pochi si sono purtroppo chiesti quali conseguenze potesse avere costringerli a rimanere per ore di fronte ad uno schermo (invece che permetter magari loro di leggersi un bel libro…). Non va poi dimenticato il rischio di attribuire eccessiva fiducia all’enorme disponibilità d’informazioni disponibili sul web: al di là della perenne incertezza relativa alla veridicità del tal fatto o della tal notizia (anche quando a riportarla è una testata “degna di fiducia” come sono spesso dipinti i media mainstream), non bisogna cadere nel tranello di credere che, avendo sempre Google a portata di mano… non sia più necessario imparare nulla! Al contrario, compito della scuola è quello di fornire una cultura generale a tutti i cittadini e dar loro degli strumenti per interpretare con coscienza e senso critico la realtà che li circonda: altrimenti perché andarci, se c’è già tutto su internet?

L’uso delle nuove tecnologie in ambito scolastico non va demonizzato: esso è sicuramente ricco di opportunità e nell’attuale situazione ne abbiamo potuto vedere tutta l’utilità; i rischi sono però altrettanto importanti. Non occorre dunque bloccare lo sviluppo tecnologico, bisogna però avere coscienza degli interessi che lo guidano così come dei pericoli che lo contraddistinguono. Non vogliamo che l’attuale situazione venga usata come pretesto per spalancare le porte della scuola pubblica alle multinazionali digitali, con il rischio di incrementare le disparità sociali e di compromettere lo sviluppo di un’intera generazione di studenti: non mancheremo quindi di seguire da vicino i prossimi passi del DECS!

Zeno Casella


Questo articolo è apparso nell’8° numero de L’Altrascuola (speciale coronavirus), pubblicato nel maggio 2020. Leggi qui il numero integrale.


“We want sex”: la necessità della lotta sindacale nella lotta per la parità

“We want sex” (originalmente titolato “Made in Dagenham”) è un film indipendente inglese, ambientato nel 1968, che racconta la lotta di Rita O’Grady e delle sue 186 colleghe operaie presso le fabbriche Ford di Dagenham, per l’ottenimento della parità di retribuzione (che garantisce lo stesso salario a uomini e donne indipendentemente dal sesso).

Le donne lavoratrici, costrette a condizioni di lavoro precarie, combattono la piaga del sessismo, al fine di poter essere trattate e considerate allo stesso modo degli uomini, esse sono mosse dalla rabbia e il rancore accumulato nel corso degli anni, anni di ingiustizie e umiliazioni.

È una rivoluzione che parte dall’interno della fabbrica: le operaie, chiuse in un sotterraneo per nulla idoneo alle condizioni di lavoro, guidate da Rita O’Grady, una di loro, cominciano a scioperare per protestare contro il sistema obsoleto in cui vivono, fermando così tutta la fabbrica, e mettendo i loro superiori davanti ad una scelta: garantire uguali salari fra uomini e donne, oppure vedere la loro impresa fallire sotto i loro occhi. Spinte dal desiderio di poter vivere una vita senza ingiustizie, fanno scalpore nella penisola britannica e poi nel resto del globo, riuscendo ad ottenere il supporto del ministro inglese Barbara Castle, che le affiancherà nella lotta contro un sistema maschilista e di mentalità arcaica.

Intrecciate alla trama centrale del film ci sono altre piccole storie che ancora di più mettono in risalto questo bruciante desiderio delle donne di cambiare la situazione in cui stanno vivendo. Storie di donne intelligenti e formate che non vengono mai prese sul serio, storie di mogli che dovrebbero essere grate verso i mariti perché trattate bene, quando questo dovrebbe essere non un privilegio ma un diritto indiscusso, storie di oneste lavoratrici che non vengono calcolate dai loro superiori solo perché sono nate femmine. Alla fine, diventa una grande battaglia che coinvolge tutti, nessuno ne rimane fuori, chiunque può imparare.

Un elemento particolarmente interessante nella storia è la figura del ministro Barbara Castle, una donna potente che sa come farsi rispettare e che non si ferma davanti a nulla, e che, per fortuna, si allea con il gruppo di attiviste. Sorge quindi questo grande senso di sorellanza tra tutte le coinvolte, anche se non si conoscono bene (come per esempio il rapporto tra Rita e Lisa Hopkins), sono bloccate nella stessa situazione e si sostengono a vicenda per abbattere un nemico comune, in questo caso l’ingiustizia.

La risposta che queste manifestazioni e scioperi ricevono sono oramai prevedibili, i potenti che si sentono minacciati si arrabbiano, s’infuriano, e in tutti i modi cercano di fermare quello che sta succedendo; hanno paura.

Grazie però, alla perseveranza di queste ragazze, all’appoggio dei sindacati e del ministro, l’obbiettivo impostato viene finalmente raggiunto nel 1970, quando viene affermato per legge che nel Regno Unito le donne hanno diritto allo stesso salario degli uomini.

Il film mi è piaciuto molto, poiché, nonostante la durata (di quasi due ore), non ci sono mai momenti in cui diventa noioso, è facile da seguire e coinvolgente. Anche il tema non è da poco, nonostante racconti di fatti accaduti più di cinquant’anni, affronta un discorso che, purtroppo, è ancora attuale, ovvero quella della discriminazione del sesso femminile, e le ingiustizie poste verso di esso.

Consiglio vivamente a tutti di guardarlo, insegna tante cose interessanti e riesce, in un qualche modo, a dare speranza, a tutte quelle persone che ancora oggi lottano per un mondo più giusto.

Ally Kohler


Questo articolo è apparso nell’8° numero de L’Altrascuola (speciale coronavirus), pubblicato nel maggio 2020. Leggi qui il numero integrale.


Un carnevale borghese

Recensione di “Charles mort ou vif”, di Alain Tanner 1969, 94’. Proiettato al 72imo Locarno Film Festival nella categoria “Histoire(s) du cinéma”.


“Charles mort ou vif” è stato proiettato a Locarno in una sala affollata da spettatori svizzerotedeschi ed attempati. Al contrario della pellicola, che invece è stata recentemente restaurata dalla Cineteca Svizzera. In questo classico del “nuovo cinema svizzero” Alain Tanner mette in scena la sua contemporaneità, con capovolgimenti, maschere, cambiamenti di ruolo. È il carnevale della Svizzera negli anni della “contestazione giovanile”. Nella compassata confederazione ‘68ina il protagonista vive un ribaltamento carnascialesco, forse come la società stessa.

Charles, ginevrino, colto, padrone di una fabbrica d’orologi vive una crisi d’identità, spirituale, politica. Egli scappa dall’impresa di famiglia e va a vivere in campagna con una coppia di artisti. Sua figlia è studentessa in lettere e dunque, inevitabilmente; riottosa. Al figlio businessman, non più in stile calvinista bensì in stile americano, viene lasciata la fabbrica. Insieme alla fabbrica il protagonista dimentica anche gli operai. L’erede di Charles ingaggia un investigatore privato per ritrovare il fuggiasco, per poi condurlo in un istituto psichiatrico.

Un leggendario aneddoto dice che il lussuoso cappotto di Giangiacomo Feltrinelli venne rubato da un dipendente. Il ricco editore di sinistra aveva appena concluso un discorso contro la proprietà privata. Lo stesso accade – nel film – all’automobile del capitano d’industria: l’amico pittore spinge il veicolo di lusso in un fossato. Il nuovo freak Charles aveva appena finito di elencare i problemi ecologici e sociali causati dalle auto. È con questi ironici episodi che il film evidenzia il conflitto tra l’industriale e il “nuovo uomo” ospitato dagli artisti.

Il film non traccia dunque un’apologia degli scombussolamenti ‘68ini. Si tratta invece di una buona fotografia della realtà. Nel suo ritiro in campagna egli si disinteressa completamente del destino dei suoi dipendenti e delle conquiste sociali e civili di quegli anni. La pellicola anticipa di due anni l’ottenimento del suffragio universale del ’71, ma questa notizia non tocca minimamente i tre freak auto-esiliatesi in campagna. Lo spettatore si chiede dunque: quali valori conserva Charles, quelli “alternativi” del travestimento oppure quelli borghesi delle origini?

Il soggiorno alternativo di Charles è interrotto bruscamente da un episodio, ancora, carnascialesco. Il film si conclude dunque con un ultimo, comico scambio di ruoli: il malato diventa il sano, il sano si maschera d’ammalato, la polizia diventa l’ambulanza. Lo spettatore sappia giocare con queste maschere, per trovare nel film ironia, divertimento e verità.

Mattia Passardi


Questo articolo è apparso nell’8° numero de L’Altrascuola (speciale coronavirus), pubblicato nel maggio 2020. Leggi qui il numero integrale.


Il governo aiuti gli studenti! Il SISA lancia una petizione online

Nonostante le richieste contenute nella risoluzione pubblicata in data 2 aprile 2020, ancora nessuna iniziativa di carattere economico è stata messa in atto per sostenere gli studenti e le loro famiglie. Per tutelare il diritto allo studio e quindi assicurarsi che nessuno studente debba rinunciare ai propri studi a causa delle ristrettezze economiche causate dalla crisi, il Sindacato Indipendente Studenti e Apprendisti (SISA) ha lanciato una petizione online indirizzata al Consiglio di Stato ticinese.

L’attuale crisi sanitaria ha avuto e continua ad avere tutt’ora un forte impatto sulla vita dei cittadini che hanno dovuto confrontarsi con nuovi limiti e restrizioni e hanno perciò dovuto cambiare le loro abitudini sul piano sociale. Al contempo però gli effetti della pandemia si sono ripercossi anche sul piano economico. Come ormai sappiamo, diversi settori si sono dovuti fermare completamente per evitare l’aumento dei contagi. Per contenere le conseguenze negative date da questa situazione lo Stato ha già messo a disposizione di diverse categorie della popolazione degli aiuti mirati, dimenticandosi però delle studentesse e degli studenti. 

La crisi economica infatti non colpisce solo i lavoratori o i titolari di piccole e medie imprese, bensì anche tutte le studentesse e gli studenti. Ci teniamo a ricordare infatti che ¾ degli studenti universitari sono costretti a lavorare à côté degli studi per riuscire a far fronte a tutte le proprie spese (affitto, cibo, cassa malati, abbonamenti di telefonia, ecc.). A causa del lockdown però mentre la loro attività lavorativa cessava le spese da affrontare sono rimaste le medesime nonostante spesso, come è il caso per le rette universitarie, molti dei servizi per cui hanno pagato sono stati limitati o sospesi. Gli studenti del grado terziario finora non hanno ricevuto alcun aiuto finanziario straordinario, la retta semestrale già versata non gli è stata restituita e non è stata annullata la richiesta di rimborso dei prestiti di studio. Il governo deve intervenire per sostenerli anche sul piano finanziario!

Non è però solo il portafoglio degli studenti universitari ad essere toccato: i liceali che hanno dovuto annullare le proprie gite di maturità non hanno ancora ricevuto nessun rimborso, così come gli studenti e gli apprendisti titolari di un abbonamento per il trasporto pubblico reso inutile dalla quarantena. Un rimborso di queste spese non solo sarebbe corretto visto che ad esse non è corrisposto un servizio, ma darebbe anche una boccata d’aria alle famiglie ticinesi toccate dalla riduzione del proprio reddito o in certi casi addirittura da un licenziamento.

Data la situazione straordinaria in cui stiamo vivendo, non potremo recarci nelle scuole per raccogliere le firme delle studentesse e degli studenti, ma invitiamo fin da subito chiunque condivida le nostre posizioni e voglia difendere il diritto allo studio anche in questa situazione straordinaria a sottoscrivere la nostra petizione online.