Per una scuola emancipatrice e promotrice della parità: il SISA si mobilita contro le disparità di genere!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e degli Apprendisti (SISA) ha partecipato all’odierno flashmob unitario promosso dalle donne dell’Unione sindacale svizzera, durante il quale si sono ribadite le rivendicazioni del movimento sindacale per una vera parità di genere. La giornata internazionale della donna non è infatti un appuntamento folkloristico in cui scambiarsi fiori e auguri, ma l’occasione di ricordare le grandi disparità che ancora esistono tra i sessi nella nostra società: discriminazioni salariali, sessismo, marginalizzazione familiare e sociale, violenze sono infatti purtroppo del pane quotidiano per molte donne.

Anche nel mondo scolastico le disparità di genere si fanno sentire in modo importante, ragione per la quale la scorsa domenica il comitato centrale del SISA ha approvato una risoluzione “per una scuola emancipatrice e promotrice della parità” con la quale inizia il percorso di avvicinamento allo sciopero femminista del 14 giugno. Cinque le rivendicazioni che il SISA promuoverà per rendere l’istruzione un processo di emancipazione e di decostruzione critica degli stereotipi sessisti che ancora dominano la mentalità collettiva: a parità di diploma, parità di salario; introduzione dell’educazione di genere; inclusione di più personaggi femminili nei programmi scolastici; approfondimento affettivo e sessuale dell’educazione sessuale; introduzione di un mediatore eletto dalle allieve e dagli allievi per lottare contro i commenti sessisti e gli abusi nelle scuole.

La parità è ancora ben lungi dall’essere raggiunta, per questa ragione occorre tornare a mobilitarsi e a rivendicare degli interventi a livello legislativo, economico e culturale per archiviare definitivamente le attuali disparità. Il 14 giugno scioperiamo contro ogni forma di discriminazione!

Per una scuola emancipatrice

Sciopero per il clima. Un contributo alla discussione.

Il movimento studentesco contro il riscaldamento climatico, dopo aver infiammato le piazze di mezza Europa, è giunto anche in Ticino, dove lo scorso 2 febbraio si è svolta una “marcia per il clima” che ha portato oltre 1500 persone a sfilare per le strade di Bellinzona (erano 50’000 in tutta la Svizzera). Gli studi scientifici in campo ambientale hanno ormai dimostrato in modo irrefutabile l’esistenza di un cambiamento climatico che tende a divenire irreversibile e le cui conseguenze divengono più gravi ogni giorno di inattività in più.

Occorre pertanto agire ora e non continuare a posticipare o a minimizzare il problema come fa parte della politica e dell’economia. Un messaggio ben chiaro per il SISA, che da anni lotta in favore dei trasporti pubblici gratuiti per i giovani in formazione o dell’ammodernamento delle strutture scolastiche: tutte misure che potrebbero ridurre l’impatto ambientale della nostra formazione. Per questo motivo, abbiamo partecipato fin da subito alla costituzione del coordinamento cantonale per lo sciopero del clima e all’organizzazione delle prime azioni di protesta in Ticino. Questo articolo vuole andare al di là del supporto organizzativo finora fornito per dare un contributo alla discussione interna al movimento, per certi versi non ancora del tutto orientato verso una proposta politica precisa.

Il movimento “Klimastreik” che agisce a livello nazionale fonda la propria azione su 4 parole d’ordine: dichiarazione dello stato d’emergenza climatica, riduzione a 0 del bilancio netto di emissioni di CO2 entro il 2030, giustizia climatica, cambiamento di sistema qualora tali obiettivi non venissero perseguiti.  Si tratta quindi di un quadro chiaro ma al contempo vago: è ben chiaro qual è il problema indicato e che obiettivo viene perseguito, ma non vengono fornite delle proposte precise per raggiungerlo. Questo tipo di approccio ha, credo, mostrato i suoi limiti in occasione dell’incontro avuto con la consigliera federale Simonetta Sommaruga lo scorso 27 febbraio: quando la ministra dell’energia e dei trasporti ha richiesto ai presenti (tra cui il sottoscritto) quali fossero le misure concrete da mettere in campo dopo la bocciatura della nuova legge sul CO2, gli spunti giunti da parte nostra sono stati piuttosto scarsi. In questo senso, credo che la strategia scelta dal coordinamento cantonale ticinese si sia rivelata corretta: la politica deve potersi confrontare con delle proposte precise sulle quali intavolare una trattativa, per questa ragione lanciare una petizione (che trovate in fondo a questo numero de L’Altrascuola) all’indirizzo del Gran Consiglio con almeno alcune idee d’intervento (beninteso, non esaustive) è stato sicuramente un passo nella giusta direzione.

Un altro aspetto da prendere in considerazione è quello delle responsabilità: chi deve assumersi il costo e il peso della transizione ecologica? I singoli cittadini o l’intero sistema economico e politico? All’interno stesso del movimento sembra non esserci chiarezza al riguardo: se da un lato si rivendica un cambiamento di sistema, dall’altro si moltiplicano le iniziative che tendono a far pesare la responsabilità sui singoli (ad esempio, la rinuncia al consumo di carne o ai viaggi in aereo). Il nostro sindacato propone fin dalla sua fondazione un’analisi materialista della società, ossia basa la propria azione su una lettura dei rapporti di produzione e dei rapporti di classe da essi determinati: credo che si debba quindi ripartire da qui per comprendere quale sia la strada da prendere. A livello globale, il 70% delle emissioni di CO2 è provocato da solo 100 (!) aziende; in Svizzera, quasi l’80% delle emissioni di gas serra è prodotta dai trasporti (32%), dagli edifici (26%) e dall’industria (20%). È quindi evidente come la responsabilità si trovi in quelle lobby economiche che per non ridurre i propri profitti continuano ad inquinare senza criterio, a privilegiare il trasporto privato e il consumo di benzina, ad opporsi a standard edilizi più ecologici. Oltretutto, per le classi popolari non è per nulla facile fare scelte “verdi”: considerato che i salari reali in Svizzera non stanno crescendo, gli elevati prezzi dei trasporti pubblici o dei prodotti locali costituiscono un freno alla diffusione di una sensibilità ecologica nella popolazione. Se il comportamento individuale va sicuramente considerato e stimolato nella giusta direzione, non possiamo nemmeno “far passare alla cassa” i lavoratori, i pensionati o gli studenti che non hanno nessuna colpa per la gestione economica responsabile del riscaldamento climatico! L’appello ad una maggiore “responsabilità individuale” in ambito ecologico, d’altra parte, giunge proprio da quella destra borghese che finora si è sempre opposta all’introduzione di politiche ambientali più incisive: non facciamoci abbindolare!

La soluzione è altrove: occorre far pagare il prezzo della transizione ecologica a chi negli ultimi decenni si è arricchito inquinando il nostro pianeta (e continua a farlo). Con questi soldi si potranno finanziare politiche che rendano possibile un maggiore utilizzo del trasporto pubblico, un maggiore consumo di prodotti locali, una più ampia diffusione delle energie rinnovabili al posto di quelle fossili, una minore produzione di rifiuti grazie ad una economia circolare che riduca gli sprechi. Il tempo di attendere è finito: ora occorre agire.

Zeno Casella


Questo articolo è apparso nel 6° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di marzo del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

Autogestione al LILUDUE: come procede?

Nel corso dell’ultima Assemblea Studenti del duemiladiciotto la cellula del SISA dell’istituto aveva proposto tre modifiche per l’organizzazione delle future giornate autogestite:

  • Partecipazione delle classi prime alle GA;
  • Possibilità per studenti e studentesse di organizzare attività, senza dovere chiamare in ogni caso un relatore esterno;
  • Trasferimento delle decisioni di accettazione delle attività dalla direzione alla commissione organizzatrice.

Nella nostra sede gli organizzatori delle giornate autogestite si sono spesso confrontati con diverse difficoltà. Tra queste si trovano l’ostruzionismo e i vincoli posti da una parte della direzione e del corpo docente. Speravamo che queste tre semplici misure potessero trasformare le GA in un momento più sentito e apprezzato da parte di tutti e tutte. È stato così: l’organizzazione delle due giornate procede bene e con entusiasmo.  Ci dispiace però constatare che dei tre punti approvati dall’assemblea studentesca se ne sia realizzato uno soltanto.

  • La direzione scolastica ha deciso che le autogestite saranno riservate soltanto alle classi seconde, terze e quarte, ritenendo che non vi siano attività sufficienti per garantire dei momenti interessanti per tutte e tutti. La commissione organizzatrice ritiene invece che il numero di attività previste sia più che sufficiente per coinvolgere pure le prime.
  • La direzione ha concesso ad alcuni studenti di potere fare da relatori in alcune attività. Si è così risolta una situazione paradossale, per cui non si poteva neppure praticamente presentare il proprio lavoro di maturità, non essendo “qualificati”.
  • Il Consiglio di Direzione si è incontrato più volte con la commissione GA per discutere quali attività fossero accettabili e quali no. Spiace constatare che con questo modo di procedere agli organizzatori – studentesse e studenti – sia riservata una funzione meramente amministrativa, mentre la presa di decisioni resta comunque in mano alla Direzione.

Pensiamo dunque sia fondamentale porsi due semplici interrogativi. In primis: quale valore dà la dirigenza del liceo e i docenti alle decisioni prese a maggioranza dall’Assemblea degli studenti? Perché queste misure sono state in buona parte disattese? E inoltre: si dovrebbe cambiare la denominazione di “Giornate Autogestite”, se queste non sono – in definitiva – sotto il controllo delle allieve e degli allievi? Speriamo vivamente che in seguito alle GA, con trasparenza e serenità, il Consiglio di Direzione ci possa aiutare a trovare delle risposte.

Mattia Passardi


Questo articolo è apparso nel 6° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di marzo del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

SSPSS: gli stagisti sono un investimento, non una merce!

C’è chi, ogni giorno, si occupa di bambini, anziani e persone diversamente abili. Tra queste persone, le quali occupano una funzione importantissima nella nostra società, ci sono molti giovani stagisti e stagiste. Studenti che ogni giorno si mettono in gioco, tra scuola e lavoro, per apprendere un mestiere e migliorare la vita di molte persone. Un ruolo sociale stimato di una rilevanza e importanza imprescindibile, eppure, come dimostra la realtà dei fatti, questa veste non viene valorizzata a sufficienza.

Il mercato del lavoro nell’ambito socio-assistenziale versa in una situazione di forte concorrenza e corsa al ribasso dei salari. Coloro che vengono maggiormente colpiti da questo sistema competitivo sono proprio coloro che dovrebbero invece essere valorizzati: i giovani stagisti. In questo sconsiderato e nefasto scenario professionale, gli stagisti fungono da manodopera a basso costo da impiegare flessibilmente: una manna dal cielo per chi specula sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori. Purtroppo al momento non esiste alcuna legge a tutela di questa fascia fragile della popolazione: è riprovevole che chi voglia intraprendere una formazione in questo settore debba essere vista come un oggetto usa e getta per risparmiare alla fine del mese. Malauguratamente questa logica non viene seguita unicamente dagli istituti privati, persino una città come Lugano si permette di sfruttare i giovani in formazione, i quali si trovano l’indecente somma di 250 franchi al mese all’ultimo anno di formazione!

Tra gli innumerevoli problemi legati alla dimensione remunerativa, oltre alle nefaste logiche aziendali, troviamo anche la mancanza di finanziamenti pubblici a strutture di accoglienza per disabili e la liberalizzazione delle strutture per bambini nella fase prescolastica. È ora che lo Stato si impegni attivamente per ovviare a una situazione indecente, per questo motivo il SISA si sta impegnando affinché gli stagisti non vengano sfruttati, gli venga riconosciuta la funzione sociale che svolgono e che possano svolgere la loro formazione senza essere umiliati: gli stagisti sono un investimento, non una merce!

Rudi Alves


Questo articolo è apparso nel 6° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di marzo del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

Parità dei sessi? Bisogna scegliere la strada giusta.

Il 14 giugno del 1991 si è svolto il primo sciopero nazionale delle donne in Svizzera: mezzo milione di donne hanno scioperato per dimostrare che “se le donne vogliono, tutto si ferma” e per rivendicare una legge che stabilisse la parità dei sessi. Nel 1995 questa conquista è stata ottenuta, ma è purtroppo solo uno dei tanti passi che la società deve ancora fare per ottenere la vera parità tra i sessi. Nello sciopero del 14 giugno 2019 le donne vogliono lottare affinché la legge che stabilisce la parità dei sessi sia effettivamente rispettata e applicata in tutti gli ambiti della vita. Purtroppo, le disparità tra i sessi sono ancora molto evidenti: dalla scuola, al posto di lavoro fino alla non meno importante gestione della casa e della famiglia.

Per far sì che il cambiamento ci sia in tutti gli ambiti della vita, come anche nella coscienza delle persone, bisogna partire dalla radice del percorso di vita dei cittadini ed è perciò importante considerare la scuola e l’educazione come dei campi di lotta. Per questo motivo la presenza studentesca all’interno di questa importante mobilitazione delle donne è essenziale: le studentesse e gli studenti devono essere in prima linea per rivendicare misure concrete che vadano a sradicare dalla società e dall’educazione la mentalità patriarcale ancora molto forte e figlia di un contesto culturale che mercifica la donna.

Al giorno d’oggi l’educazione di genere non viene trattata adeguatamente nella scuola: è quindi ora indispensabile l’inserimento interdisciplinare di questa tematica per lottare contro la cultura sessista e gli stereotipi che vigono ancora nella nostra società. Infatti, nell’opinione comune emerge troppo spesso lo stereotipo secondo cui determinate capacità intellettuali sarebbero legate a un sesso: questo pensiero intralcia il percorso di quelle donne che scelgono uno studio tendenzialmente maschilizzato. Affinché questo stereotipo svanisca, nei programmi scolastici devono essere inserite anche le numerose figure femminili che hanno fatto la storia e che meritano di essere studiate per il loro contributo umanistico e scientifico apportato alla società.

Un altro aspetto centrale è quello del sessismo nelle scuole e nella vita comune, il quale è tuttora una realtà quotidiana: per progredire in tal senso è necessario dare reale seguito alla proposta avanzata dal SISA già nell’autunno del 2017, con cui si chiedeva l’inserimento di un mediatore indipendente all’interno delle scuole superiori. Questa figura permetterebbe alle ragazze, vittime di commenti sessisti e di differenze di trattamento all’interno della scuola, di segnalare un abuso da parte di un docente senza avere ripercussioni sul proprio percorso scolastico, così come di prevenire eventuali situazioni problematiche. Il DECS, a seguito dello scandalo avvenuto al liceo di Bellinzona, ha fatto un timido passo in avanti, introducendo la figura del mediatore, che è però anche parte del corpo docente. Tutto ciò è ancora insufficiente, in quanto questo tipo di sostegno e servizio dev’essere offerto da una parte indipendente che non ha interessi nel difendere un collega e l’immagine dell’istituto, altrimenti il potenziale di questa figura perde la sua ragione d’essere.

Infine, la mentalità sessista e patriarcale influenza fortemente anche la sfera sessuale delle ragazze: a scuola si dovrebbe trattare il tema dell’educazione sessuale con più libertà e senza distinzione tra i sessi, approfondendo i vari aspetti del tema come il nostro corpo, il piacere e la diversità.

Tutte queste lacune nel percorso scolastico trasmettono ai giovani messaggi e valori ancora influenzati dalla mentalità patriarcale e sessista, le quali acuiscono le disparità tra i sessi che al giorno d’oggi diventano ancora più evidenti, soprattutto nel mondo lavorativo.
È inconcepibile che al giorno d’oggi le donne, a parità di titolo di studio, continuino ad avere un salario dal 14% al 40% inferiore rispetto a quello degli uomini: uomini e donne devono avere diritto allo stesso salario a parità di diploma!

Per concludere invito tutta la popolazione a non seguire le discutibili paladine del femminismo mainstream: dobbiamo ricordarci che le ingiustizie tra uomo e donna sono un prodotto del sistema produttivo vigente, il quale nel corso della sua storia non ha fatto che riprodurre una cultura basata sulla supremazia maschile. Si rende perciò necessario per le donne lottare con tutte le fasce della popolazione che sono vittime dei soprusi e delle ingiustizie perpetrate dal sistema economico attuale: per riuscire ad ottenere un’uguaglianza di genere bisogna prima conquistare i diritti sociali che stabiliscono una vera uguaglianza sociale!

Lea Schertenleib


Questo articolo è apparso nel 6° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di marzo del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

La lotta paga. Ora continuiamo a lottare: salviamo il clima, pretendiamo la parità!

La lotta paga. Punto e a capo. La vittoria ottenuta dal SISA lo scorso novembre, quando il governo cantonale ha approvato l’innalzamento da 16’000 a 18’000 CHF del tetto massimo per le borse di studio, è la vittoria di tutte le studentesse e tutti gli studenti che hanno lottato negli ultimi mesi contro i tagli alla scuola, per un vero diritto allo studio. Dopo le prime misure di aprile (quando la restituzione allo Stato delle borse per il master era stata ridotta da un terzo a un decimo della somma ricevuta), questo nuovo intervento dimostra come firmare una petizione, partecipare a una manifestazione o entrare nel sindacato studentesco non siano delle azioni un po’ “ribelli”, ma siano invece l’unico modo per ottenere dei risultati concreti e tangibili in favore dei nostri diritti.

Se “l’autunno caldo” evocato nell’ultimo editoriale c’è stato solo in parte, l’inverno invece è stato decisamente più torrido: sia da un punto di vista termometrico, sia da quello della mobilitazione studentesca. Le due cose vanno di pari passo: le oltre 1500 persone presenti a Bellinzona il 2 febbraio sono infatti scese in piazza per rivendicare degli interventi più decisi contro il riscaldamento climatico, promuovendo delle rivendicazioni concrete e immediatamente attuabili (trasporti pubblici gratuiti, tassazione delle imprese commisurata all’inquinamento, trasferimento del traffico merci su rotaia, ecc.).

Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi ci aspettano ancora importanti mobilitazioni: con lo sciopero del clima del 15 marzo proseguirà la lotta in favore di politiche ambientali più coraggiose, mentre lo sciopero delle donne del 14 giugno sarà il momento per tornare a rivendicare una vera parità di genere. In questo numero approfondiremo le ragioni di queste lotte, con l’appello a continuare la mobilitazione: come abbiamo detto, la lotta paga e solo costruendo un movimento di contestazione ampio e diffuso potremo riuscire a ottenere dei risultati!

Redazione


Questo articolo è apparso nel 6° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di marzo del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

Borse di studio: oltre al danno, la beffa!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ha preso atto con grande delusione, e anche con una certa rabbia, della decisione odierna della commissione scolastica di rinviare nuovamente il dibattito sul rafforzamento degli aiuti allo studio. Con questa decisione, il Gran Consiglio non potrà pronunciarsi in tempo utile per permettere agli studenti ticinesi e alle loro famiglie di beneficiare di un maggior sostegno a partire dal prossimo anno scolastico: si tratta di una scelta vergognosa e che non esitiamo a definire anche codarda.

Sì, codarda, perché l’ormai nota petizione promossa dal SISA e corredata da oltre 2200 firme giace sui banchi della commissione da ormai quasi un anno, eppure in tutto questo tempo “non si è ancora riusciti a trovare il tempo di fare gli approfondimenti necessari” a riparare il danno causato dai tagli degli ultimi anni. Ricordiamo che, a seguito delle misure di risparmio in questo ambito, le richieste accolte dall’Ufficio degli aiuti allo studio diminuirono di un quarto, mentre lo Stato riuscì a tagliare ben 5 milioni per questa spesa (soldi tutt’altro che “risparmiati”, dato che furono semplicemente accollati alle famiglie dei ceti medio-bassi). Solo la pressione esercitata dagli studenti aveva permesso di ottenere dei primi miglioramenti da parte del governo, mentre dal parlamento si attendeva ancora la decisione riguardo l’innalzamento del tetto massimo delle borse di studio, fermo da anni a 16’000 CHF mentre l’Ufficio federale di statistica stima un fabbisogno medio di 25’000 CHF.

In poche parole: oltre al danno, la beffa! Dopo aver tagliato ovunque possibile negli aiuti sociali e nel servizio pubblico (istruzione compresa), ora i deputati di PLR, PPD e Lega non hanno nemmeno il coraggio di dire pubblicamente di essere contrari ad un rafforzamento delle borse di studio, rinviando il dibattito ad un meno burrascoso periodo post-elettorale. Che dire? Le manovre elettorali dei partiti borghesi sembrano valere di più del diritto allo studio delle nuove generazioni, costrette ad aspettare in un angolo che i politicanti di turno decidano della loro sorte.

Seven25 anziché Binario 7: che non sia l’ennesimo fardello sulle spalle degli studenti!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ha preso atto con cauto interesse la proposta delle FFS mirata a migliorare il trasporto pubblico rivolto ai giovani. Benché da un lato si vogliano integrare le zone urbane, andando di fatto ad estendere la validità dell’abbonamento offerto, non è ancora chiaro quali siano le strategie delle FFS riguardo a questo cambiamento e se lo stesso comporterà un aumento dei costi.

Nel corso degli ultimi anni le FFS si sono distinte per il peggioramento del servizio offerto, frutto di una logica puramente aziendale che non tiene conto del servizio che deve rendere alla popolazione. Colpiti dai disservizi dell’ex regia federale ci sono stati anche i giovani studenti d’Oltralpe, che con l’apertura di Alptransit si sono visti sopprimere il treno delle 19.10, uno dei più sollecitati dalla popolazione studentesca. Infatti i treni domenicali dopo le 19.00 peccano di un problema strutturale: l’offerta in quella fascia oraria è insufficiente per permettere ai giovani di viaggiare tranquillamente, siccome spesso e volentieri i convogli sono affollati a tal punto da rendere impossibile un servizio decente. Fortunatamente le FFS, a seguito di una petizione lanciata dal sindacato, hanno ritrattato la loro decisione.

Sorprende perciò questa attenzione particolare verso i giovani da parte delle FFS, che quale tuttavia fanno sapere per nota stampa che “il prezzo dell’abbonamento Seven25 non è ancora stato deciso e verrà discusso nel corso delle prossime settimane”, lasciando aperte le porte all’aumento dei costi di trasporto per gli studenti e le famiglie. Famiglie che nel corso degli scorsi anni si sono viste aumentare il carico finanziario legato alla formazione a causa dell’incremento delle rette universitarie e alla diminuzione del reddito disponibile provocato dell’innalzamento dei costi della vita. D’altra parte, l’attuale abbonamento Binario 7 non è purtroppo utilizzabile da tutte le persone in formazione, dal momento che può essere ottenuto solo fino ai 25 anni di età: oltre questa soglia, si è costretti a pagare le esorbitanti tariffe stabilite per i passeggeri adulti (poco importa se gli studenti non percepiscono un reddito come la maggioranza degli altri utenti…).

Il SISA rivendica da anni e continua a rivendicare la gratuità dei trasporti pubblici per i giovani in formazione, recentemente rilanciata dalla petizione formulata dal coordinamento cantonale per lo sciopero del clima, e in questa situazione rimarrà vigile fino alle prossime indicazioni delle ferrovie federali. Nel caso in cui l’introduzione del nuovo abbonamento Seven25 dovesse trasformarsi nell’ennesima occasione per fare cassa sulle spalle degli studenti, non mancheremo di far sentire la nostra voce per rivendicare un vero diritto alla mobilità per tutte le studentesse e tutti gli studenti.

Trasporti pubblici gratuiti e scuole ecosostenibili: il SISA in lotta per il clima!

Il Sindacato Indipendente Studenti e Apprendisti (SISA) sta osservando con interesse lo sviluppo degli “scioperi per il clima” (Klimastreik) in Svizzera tedesca e francese. Il movimento giovanile rivendica delle politiche più incisive a difesa del clima. Da diverso tempo il sindacato studentesco si china pure su questioni ecologiche e climatiche.

Il SISA continua a rivendicare – sinora inascoltato, se non da poche forze politiche – la gratuità dei trasporti pubblici per studenti e apprendisti. Questo non solo nell’ottica di un migliore servizio a vantaggio dei e delle giovani in formazione, ma pure con l’intento di ridurre le emissioni di un cantone automobile-dipendente e di educare le nuove generazioni all’utilizzo del trasporto pubblico.

Una parziale vittoria del movimento sindacale è stata l’introduzione di un “masterplan sull’edilizia scolastica”, da noi rivendicato fin dal 2012. Delle strutture scolastiche moderne migliorano le condizioni di apprendimento e la sicurezza per studentesse, studenti, apprendiste e apprendisti. Ma soprattutto gli investimenti del DECS nel settore degli stabili scolastici dovrebbero permettere di migliorarne la sostenibilità ecologica. Oggi alcune scuole sono delle vere e proprie spugne energetiche: senza pannelli fotovoltaici, senza un’isolazione degna di questo nome, con elementi strutturali vetusti. Ci attendiamo ora che non si tentenni nel mettere in opera questo progetto e che si vada oltre ad esso, verso l’ammodernamento in senso ecosostenibile dell’intero parco immobiliare pubblico.

Per queste ed altre ragioni, il SISA sostiene attivamente gli “scioperi per il clima” in Ticino e nel resto della Svizzera. Già oggi al Liceo di Lugano 2 alcuni nostri militanti hanno affisso uno striscione di protesta contro l’assenza di chiare politiche per bloccare il riscaldamento climatico: ricordiamo che ancora lo scorso dicembre il Consiglio nazionale, nell’ambito del dibattito sulla legge sul CO2, aveva dimostrato la totale indifferenza della politica federale nei confronti di questa urgentissima questione. D’altra parte è in primis il padronato a respingere qualunque miglioramento su questo fronte, poiché una regolamentazione più stretta circa le emissioni inquinanti rischierebbe di ridurre i suoi profitti sul breve termine. Le giovani e i giovani oggi in formazione rappresentano le generazioni che più subiranno le nefaste conseguenze dei cambiamenti climatici. Meritiamo delle politiche più incisive a difesa del nostro futuro: l’immobilismo di una parte della gerontocratica politica federale deve finire! Il nostro futuro è più importante dei loro profitti!

Sportello per l’assistenza reclute del SISA: strumento di difesa contro gli abusi

Come ogni anno, il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) torna ad offrire il proprio servizio di sostegno ai militi impegnati nella scuola reclute.

Il caso di Emmen, unito alle innumerevoli situazioni di abuso nelle caserme di Coira e Isone, mette in luce l’incapacità (se non del vero e proprio disinteresse) da parte degli alti funzionari dell’esercito nella prevenzione e nella gestione degli abusi. Contrariamente a quanto afferma lo Stato maggiore dell’esercito, gli abusi sono tutt’altro che casi isolati: all’interno delle forze armate vige infatti un clima nel quale gli atti di nonnismo trovano ampio spazio per essere compiuti senza alcuna ripercussione.

L’omertà e il facile insabbiamento dell’abuso di potere perpetrato nei ranghi dell’esercito rende necessario uno sportello indipendente dalle gerarchie militari per poter fornire un’assistenza efficace in difesa dei giovani coscritti. A questo scopo il sindacato studentesco offre la propria esperienza per aiutare i militi a denunciare l’eventuale abuso, a uscire il prima possibile dalla caserma e mostrare loro i passi fondamentali per passare all’unica reale alternativa al regime militare: il servizio civile.

Per denunciare un caso di abuso e/o di necessità d’assistenza per lasciare la caserma sono disponibili i seguenti numeri: 079 773 43 03; 078 634 33 25; 079 839 50 32; 079 374 68 80.

Per maggiori informazioni ci si può rivolgere al seguente sito: http://www.sisa-info.ch/sos-reclute