Borse di studio? Gli studenti non dimenticano!

Oggi, 7 novembre 2018, in vari istituti scolastici ticinesi studentesse e studenti hanno manifestato in difesa del diritto allo studio. Numerosi studenti hanno esposto degli striscioni, rivendicando la fine dei tagli al sistema di aiuto allo studio e perorandone il rafforzamento. Il SISA (Sindacato Indipendente Studenti e Apprendisti) ha promosso i presidi di protesta, i quali sono avvenuti nell’ambito della “Giornata d’azione sulla precarizzazione nella formazione”, lanciata dall’alleanza studentesca nazionale Aktion_Bildung/Action_Education/Azione_Istruzione. L’attualità del tema della precarietà degli studi è confermata dalle conclusioni di un recente studio dell’Ufficio federale di statistica, secondo il quale ben il 23% degli studenti svizzeri valuta negativamente il proprio stato di salute (a fronte del 6% della popolazione totale della stessa fascia d’età). Una situazione, quest’ultima, direttamente collegata alle privazioni materiali che spesso caratterizzano la vita studentesca e all’esercizio di un’attività lavorativa à côté del percorso formativo (onere che in Svizzera riguarda ben 3 studenti universitari su 4).

Già nell’aprile di quest’anno il SISA aveva consegnato oltre 2200 firme a sostegno della petizione Per un rafforzamento delle borse di studio, di cui gli studenti attendono con ansia la discussione in parlamento. Questa petizione richiedeva l’annullamento delle precedenti e nocive misure di risparmio, nonché un ampliamento delle misure a garanzia dell’accesso agli studi superiori per gli studenti di tutte le origini sociali.

Con la ripresa della scuola diverse assemblee studentesche (quelle dei licei cantonali di Lugano 2, Mendrisio e Locarno, così come quelle del Centro Scolastico per le Industrie Artistiche (CSIA) e della Scuola Cantonale di Commercio (SCC) di Bellinzona) si sono espresse in difesa del diritto allo studio, richiedendo al GC di dare seguito alla stessa petizione, votando una risoluzione presentata dal sindacato. Il messaggio è chiaro e perentorio da parte della maggioranza del corpo studentesco ticinese: la petizione del SISA è valida e dev’essere accolta.

Gli studenti e le studentesse attendono dunque che il tema sia discusso dal parlamento, non capacitandosi dell’assenza del tema nell’ordine del giorno della seduta in attualmente in corso. Se alcuni membri della commissione scolastica, la quale dovrebbe aver già concluso da tempo i propri lavori e consegnato i rispettivi rapporti, ritengono di potere ignorare le richieste degli studenti – senza suscitare clamore e trattando il tema a margine dei lavori sul preventivo 2019 – si sbagliano.

Il SISA, forte del sostegno di diverse assemblee studentesche, richiede quindi un rafforzamento globale del sistema di aiuti allo studio, sopprimendo le misure di risparmio degli ultimi anni e ampliando il sostegno alle famiglie in difficoltà: l’istruzione non deve più essere intesa come un costo, bensì come un investimento per il futuro della nostra stessa società!

Le fotografie delle azioni di protesta

Dopo Emmen, abusi anche a Isone: rompiamo il velo di omertà dell’esercito!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA), venuto a conoscenza del nuovo caso di abusi militari verificatosi nella caserma di Isone, non può esimersi dal formulare alcune considerazioni al riguardo. Da questo nuovo episodio emerge chiaramente come il fenomeno degli abusi d’autorità all’interno dell’esercito sia tutt’altro che sporadico (come sostiene il ministro Norman Gobbi, che ha parlato di “casi marginali”), bensì estremamente diffuso e con protagonisti gli stessi graduati: a Isone, l’ordine di tirare una mazzata da 30kg in testa al proprio commilitone è arrivato direttamente dal caposezione. Inoltre, emerge anche come a fronte di simili punizioni corporali di estrema gravità (che avrebbero potuto provocare anche dei danni fisici permanenti), le sanzioni verso i responsabili siano totalmente ridicole ed inappropriate: pur avendo rischiato di provocare dei danni cerebrali ad una recluta, il graduato in questione se l’è cavata con 300 franchi di multa (l’equivalente di pochi giorni di indennità versategli dall’esercito).

Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: non è possibile andare avanti così, le autorità devono prendere dei provvedimenti seri per verificare quanto accaduto e per impedire che simili abusi si ripresentino. Per questo chiediamo che sia un’istanza indipendente, e non la giustizia militare, ad occuparsi dell’indagine e del giudizio circa quanto accaduto ad Emmen e ad Isone (dove, a quanto ci risulta, non è stata nemmeno avviata un’indagine disciplinare): l’esercito non può fungere sia da controllato che da controllore! Infine, invitiamo caldamente tutte le reclute e tutti i soldati vittima o testimoni di simili soprusi a rivolgersi al nostro sportello “SOS reclute” o a denunciare pubblicamente quanto accaduto: occorre rompere il velo di omertà che ancora ricopre l’operato dell’esercito!

Gragnola di sassi su una recluta: stop agli abusi in grigioverde, rafforziamo il servizio civile!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) è venuto a conoscenza con grande sconcerto degli eventi verificatisi durante la scuola reclute della difesa contraerea 33 ad Emmen. Il “plotone d’esecuzione” a base di sassi e noci non è stato infatti che il culmine di una lunga serie di angherie ed umiliazioni di cui sono state vittima ben tre reclute ticinesi (ricordiamo che, secondo quanto riferito dal padre alla RSI, il giovane sottoposto al “plotone” improvvisato è stato anche costretto a rimanere sull’attenti in mutande di fronte al resto della propria camerata). Dopo i fatti di Coira dello scorso gennaio, quest’ultimo episodio non fa che confermare il carattere sistematico degli abusi commessi tra le fila dell’esercito: è ormai evidente come questi non siano dei banali “casi isolati”, bensì un fenomeno diffuso e tollerato dalle gerarchie militari.

All’interno delle caserme elvetiche non vale purtroppo lo stato di diritto, bensì la più semplice e barbara “legge del più forte”: benché vi siano delle leggi e delle regolamentazioni da seguire (che ad esempio vietano le punizioni corporali), i sottufficiali e gli ufficiali rossocrociati se ne infischiano altamente, disponendo come meglio credono delle reclute al proprio comando. Il clima di omertà e spesso di vero e proprio terrore che vige negli ambienti militari impedisce ai soldati vittime di abusi di denunciare l’accaduto per paura di ritorsioni: la testimonianza della recluta di Emmen ne è solo l’ultimo tragico esempio. A questo proposito, il SISA ricorda ai lettori l’esistenza di un proprio sportello apposito, attivo nella consulenza alle reclute e contattabile ai seguenti numeri telefonici: 079 773 43 03; 079 374 68 80; 079 839 50 32.

A fronte dell’emergenza cui sono confrontate le reclute elvetiche, e in particolare quelle ticinesi, la risposta delle autorità è però completamente ridicola e fuori luogo: anziché facilitare l’accesso al servizio civile e garantire quindi alle reclute una valida alternativa al servizio militare, il Consiglio Federale propone invece di ostacolare ulteriormente la libera scelta di noi giovani! Oltre a ciò, non si vede l’ombra di alcun intervento strutturale che permetta di bandire dall’esercito i soprusi cui la cronaca ci ha ormai fin troppo abituato. Per il SISA la soluzione è chiara: rafforzamento e ampliamento dell’accesso al servizio civile, tolleranza zero per gli abusi in grigioverde!

Lottiamo uniti contro l’aziendalizzazione della scuola e la mercificazione dell’istruzione!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ha preso atto con rammarico della decisione popolare di non avviare la sperimentazione del progetto “La scuola che verrà”. Pur cosciente degli importanti limiti e difetti della riforma proposta, il SISA aveva ritenuto importante poter continuare nel processo di sperimentazione per poter insistere in sede di valutazione sugli aspetti più critici del progetto.

La bocciatura popolare ha aperto ora purtroppo una nuova fase nel processo di riforma della scuola dell’obbligo, all’interno del quale rischiano di non trovare più spazio misure volte a rafforzare l’inclusione, l’equità e la democraticità degli studi. La frettolosa marcia indietro del PLR e l’iniziativa parlamentare del gruppo La Destra (peraltro subappaltata ad un “peso massimo” della scuola liberale come Gerardo Rigozzi) lasciano infatti intravvedere una riconfigurazione degli assetti politici attorno ad una proposta di riforma scolastica di stampo neoliberale, ben lontana dalle aspettative e dalle esigenze del mondo della scuola. La “linea di rinnovamento” avanzata dall’UDC raggruppa furbescamente alcune ormai storiche rivendicazioni delle associazioni magistrali con numerose altre proposte che tendono ad aziendalizzare (se non privatizzare) la scuola pubblica e a mercificare l’istruzione dei cittadini, con inevitabili ricadute sul diritto allo studio. Vista la mole degli interventi proposti, riteniamo utile soffermarci brevemente su di essi per comprendere quali ne sarebbero le conseguenze per studenti e famiglie.

  1. Docenti: premesso che la tutela dei loro diritti spetti in primis alle associazioni magistrali, troviamo semplicemente grottesco che chi in questi anni si è adoperato in tutti i modi per ridurre gli stipendi, aumentare il carico di lavoro e limitare la libertà degli insegnanti ora venga ora a dire che “il docente deve tornare ad essere il fulcro dell’istruzione e dell’educazione scolastica”. Ciò detto, condividiamo naturalmente la richiesta di una maggiore valorizzazione della professione docente, ma ci chiediamo se tali proposte non siano unicamente una “boutade” elettorale volta a raccogliere il consenso degli insegnanti contrari alla “Scuola che verrà” (ricordiamo che qualche riga oltre viene richiesto il “monitoraggio e la valutazione annuale per istituto delle prestazioni dei docenti”, rivendicano quindi la creazione di uno “stato di polizia” permanente a danno del corpo insegnante).
  2. Organizzazione: il “decentramento” del potere scolastico dal DECS a favore di “chi la scuola la produce” potrebbe sembrare a prima vista molto allettante e funzionale ad una presunta diversità di esigenze tra le sedi scolastiche. In realtà, la trasformazione degli istituti in Unità amministrative autonome (UAA), con la delega di competenze organizzative, finanziarie e di gestione del personale, significa in ultima istanza aziendalizzare l’organizzazione scolastica, affidandone la conduzione a dei consigli di direzione (o d’amministrazione?) che dovrebbero occuparsi unicamente di far quadrare i conti, di esternalizzare quanto possibile a privati (i cosiddetti “enti educativi non scolastici”) e di assicurare il buon posizionamento della propria sede sul mercato scolastico. In questa prospettiva viene naturalmente a mancare l’attenzione ad un buon clima d’istituto, alla qualità dell’istruzione, alle pari opportunità e al benessere degli studenti, ma soprattutto alla garanzia di un’istruzione di qualità su tutto il territorio cantonale.
  3. Livelli: se concordiamo con la richiesta di un cambiamento della situazione odierna, non possiamo assolutamente accettare che ciò significhi far ritornare la scuola ticinese indietro di quarant’anni. Eppure gli iniziativisti, con la proposta di due opzioni (di approfondimenti pre-liceali o pre-professionali) per il secondo biennio, sembra vogliano proprio tornare, se non alle maggiori e al ginnasio, quantomeno alle sezioni A e B con le quali si voleva ridurre la portata innovatrice della scuola media unica. La scuola dell’obbligo deve essere costituita da un tronco comune nel quale far progredire tutti gli allievi, non un insieme di “percorsi selettivi e meritori” con i quali imporre agli studenti la propria scelta di vita a soli 12 anni.
  4. Contenuti: prendiamo atto del fatto che per La Destra l’impostazione dell’insegnamento sulla base dell’approccio per competenze non costituisca un problema in sé (benché in vari paesi, ad esempio gli USA, si sia già deciso di fare marcia indietro rispetto a questo modello). La riformulazione proposta (“riproporzionare le competenze scolastiche con le competenze sociali”) ci sembra voglia inoltre epurare dai Piani di studio quelle “competenze” poco utili sul piano professionale per avvicinare il mondo della scuola alle esclusive esigenze del mercato del lavoro. Qualora fosse così, numerosi aspetti altrettanto importanti per l’educazione (quali lo spirito critico, il pensiero creativo, la collaborazione e l’apertura verso l’altro, ecc.) verrebbero sacrificati in nome dell’adeguamento professionale degli studenti: significativo è ad esempio osservare come si ritenga necessario “educare a competere” …
  5. Genitori: dietro alla cosiddetta “libertà” di scelta dell’istituto per i propri figli si nasconde una dinamica di segregazione e selezione sociale che nulla ha a che vedere con il concetto di libertà. Come dimostrato da numerose esperienze già maturate in altri paesi (primi su tutti gli Stati Uniti), questa “libertà” si traduce nella realtà nella creazione di un sistema scolastico a due o più velocità, con scuole di serie A e di serie B: potendo scegliere in quale sede iscrivere i propri figli, le famiglie benestanti avrebbero la tendenza ad iscriverli in quelle più “riconosciute” (potendosi permettere maggiori spese di trasporto, refezione, alloggio, ecc.), mentre nelle altre verrebbero relegati gli allievi di origine sociale più modesta. Invece di combattere le disparità già esistenti tra i vari istituti scolastici, questo tipo di “mercato scolastico” non farebbe altro che accentuarle ulteriormente (specialmente qualora venisse perseguita l’aziendalizzazione scolastica di cui sopra).

L’offensiva lanciata dalla destra in seguito alla bocciatura della sperimentazione della “Scuola che verrà” è dunque da affrontare con la massima serietà: sottovalutare la portata di alcuni interventi tra quelli proposti potrebbe significare la fine di istituzioni fondanti della nostra società come la scuola pubblica e il diritto allo studio. Per questa ragione, il SISA si appella a tutte le associazioni magistrali e del mondo della scuola per rispondere in modo unitario e deciso alle proposte tendenti ad aziendalizzare la scuola pubblica e a mercificare l’istruzione.

LiLu2, LiMe, LiLo e CSIA rivendicano il rafforzamento delle borse di studio!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) comunica con soddisfazione l’approvazione, avvenuta la scorsa settimana, di una risoluzione a favore del rafforzamento delle borse di studio in quattro assemblee studentesche di altrettante scuole superiori del Cantone. Le studentesse e gli studenti dei Licei cantonali di Lugano 2, Mendrisio e Locarno, così come quelle/i del Centro Scolastico per le Industrie Artistiche (CSIA), hanno dato in questo modo un forte segnale all’indirizzo del Parlamento, responsabile dello smantellamento degli aiuti allo studio avvenuto negli ultimi anni. Il Gran Consiglio ticinese, chiamato nelle prossime settimane ad esprimersi sulla petizione consegnata ad aprile dal SISA e corredata da oltre 2200 firme, dovrà tenere conto delle richieste degli studenti ticinesi, ormai stufi di vivere sulla propria pelle il costo dell’austerità imposta dalle autorità. Qui di seguito il testo della risoluzione approvata al LiLu2, al LiMe, al LiLo e al CSIA:

L’assemblea degli studenti dichiara:

  1. Il diritto allo studio, sancito dall’articolo 14 della Costituzione cantonale, deve essere garantito dallo Stato: la possibilità di beneficiare di un’istruzione post-obbligatoria non deve quindi essere condizionata dall’origine sociale o dalle disponibilità finanziarie dello studente.
  2. Le misure di risparmio adottate da Governo e Parlamento nell’ambito degli aiuti allo studio hanno rimesso in discussione tale principio, ponendosi quindi in contrasto con quanto enunciato dalla Costituzione.

In ragione di queste constatazioni, l’assemblea degli studenti invita il Gran Consiglio a dare seguito alle rivendicazioni contenute nella petizione “Per un rafforzamento delle borse di studio: per un’istruzione più equa per tutte/i!” consegnata lo scorso aprile dal Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) e corredata da oltre 2200 firme.

Non hai una formazione? Tranquillo, abbiamo bisogno di precari!

Cosa potrà mai voler dire essere giovani e privi di una solida formazione?

Molte cose. Ma tra tutte, forse quella che prevale, è il senso di frustrazione di una propria esistenza travagliata e priva di soddisfazioni. La verità è ormai diventata molto semplice nella realtà con cui siamo confrontati ogni giorno: la formazione determina il tuo status nelle relazioni sociali, se per qualche motivo non hai alcuna formazione, vali meno di zero. Questo rappresenta l’umiliazione per eccellenza. Ritrovarsi inermi nel confronto con la realtà può avere delle conseguenze devastanti nella vita di una persona. Come se non bastasse, le piccole soddisfazioni che potrebbero aiutarti a superare questo momento sono inesistenti: non avere la propria routine, non poter uscire a bere una birra con gli amici, andare al cinema oppure andare a vedere una manifestazione sportiva. Ma nel compendio di tutte le innumerevoli privazioni, economiche o culturali che siano, la peggiore è sicuramente l’assenza di prospettive future. Cosa vorrà dire, dunque, essere un giovane di estrazione popolare senza una formazione post-obbligatoria?

In Ticino significa trovarsi in assistenza: periodo preceduto da una logorante disoccupazione, dove le uniche strade che ti permettono di intraprendere sono proprio quelle da cui volevi scappare. Se ti opponi la pena è severa: nessun sussidio. Tuttavia pare che non ci si renda conto dello stato penoso in cui versa il mercato del lavoro ticinese; fanno fatica a trovare il proprio spazio dei giovani laureati, figuriamoci un ragazzo senza formazione. Ripeto: se non hai una formazione non vali nulla e, purtroppo, anche se hai un diploma professionale umile, vali poco. Tuttavia se un giovane avesse intenzione di rimettersi in carreggiata e ritornare sui banchi di scuola per scalare la piramide sociale, ma non ha le condizioni economi- che adatte, non potrebbe comunque farlo. Evidentemente, contrariamente a quanto sostengono molte personalità delle associazioni padronali ed economiche ticinesi, la buona volontà non è sufficiente per avere successo e combattere l’assistenzialismo indigeno, e non è il SISA a dirlo, bensì è lo stesso DECS, dunque lo Stato, ad ammettere che ci sono troppe “barriere alla riqualifica poste dal sistema di aiuti sociali, che non sostiene formazioni non direttamente professionalizzanti”, le quali sono “percepite dai diretti interessati come una possibilità di riscatto economico e sociale”. La lotta di classe non era un tema retrogrado?

In sintesi, la cruda realtà è che se si nasce poveri, si finisce in assistenza e con una formazione fragile, facilmente rimpiazzabile, e, quando finalmente si raggiunge la maturità adatta per comprendere la propria condizione e si cerca il riscatto, è ormai tardi. Se il numero di giovani in assistenza raddoppia ogni cinque anni, non vorrà forse dire che viviamo ormai in un contesto dove i casi sociali aumentano a causa di una situazione economica esasperata, in cui le più grandi vittime sono i fanciulli nati in un ambiente familiare disastrato, perciò vero e proprio riflesso del peggioramento delle condizioni della classe lavoratrice? Ciò che ne risulta è un nuovo e più ampio esercito di giovani precari, pronto a essere ingaggiato necessariamente per un lavoro temporaneo, senza alcun tipo di stabilità e dignità. Ma tranquilli, va bene così, sono utili i precari!

Rudi Alves


Questo articolo è apparso nel 5° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di settembre del 2018 (leggi qui l’intero giornale).


 

A 50 anni dal 1968, sulle tracce della contestazione studentesca

In questo anniversario della contestazione studentesca, si sprecano le commemorazioni degli eventi verificatisi 50 anni or sono, ripercorsi sotto numerosi punti di vista e con vari approcci differenti. Lungi da noi il voler quindi tracciare l’ennesimo ritratto agiografico o denigratorio del Maggio francese o dell’Autunno caldo italiano: quello che ci interessa piuttosto fare è una ricognizione storica sugli episodi di contestazione svoltisi nella Svizzera italiana tra il 1968 e il 1977, anni di particolare fervore nelle scuole del Cantone. Le esperienze e le vittorie maturate in quel periodo potrebbero infatti suscitare un particolare interesse tra i militanti studenteschi del 2018, come il lettore potrà constatare da sé.

Il contesto in cui prese avvio la contestazione studentesca in Ticino era per molti versi simile a quello del resto d’Europa: al culmine della fase di forte e stabile crescita economica (i cosiddetti “30 gloriosi”), i mutamenti economici e sociali del dopoguerra provocarono crescenti tensioni a livello generazionale, politico e scolastico. Il rigetto del paternalismo e dell’autoritarismo, il rifiuto delle logiche clientelari e consociative che regolavano la vita politica e l’opposizione a metodi d’insegnamento cattedratici e nozionistici furono tra le principali espressioni del disagio della generazione del “baby boom”, le cui aspettative, nutrite dal forte benessere di quei tempi, erano state in buona parte disattese.

La tensione esplode nel 1968 alla Magistrale di Locarno: la protesta contro i metodi d’insegnamento (ritenuti antiquati e inadeguati ai nuovi tempi), i disagi del convitto e gli intrighi politici nella scuola (il direttore Carlo Speziali è al contempo sindaco di Locarno), unita all’influenza dei moti studenteschi delle università italiane, sfocia nell’occupazione dell’aula 20. Per 4 giorni, centinaia di studenti si riuniscono per discutere dei problemi della scuola e per stendere una “Carta rivendicativa” che verrà poi inviata al Governo cantonale. Malgrado l’ondata repressiva senza precedenti scatenatasi l’autunno successivo, l’occupazione permette di ottenere alcune prime riforme della scuola e la nomina di un nuovo direttore.

Dopo alcuni anni di relativa calma, la contestazione torna a farsi sentire nel 1974 al Liceo di Lugano: in marzo, dopo aver votato una risoluzione richiedente “l’abolizione di qualsiasi forma di controllo delle assenze da parte della direzione”, gli studenti sequestrano i registri ufficiali dalla segreteria e distribuiscono dei registri autonomi. Nonostante l’aggressiva campagna di stampa e la denuncia da parte della direzione, il movimento si estende e viene convocata una Assemblea cantonale degli studenti che dichiara la lotta “contro la repressione, contro la selezione e per il riconoscimento dell’assemblea come unico organismo decisionale degli studenti”. L’escalation si verifica quando due allievi vengono sospesi per “ripetuto uso del megafono”: l’assemblea del 16 maggio viene interrotta da 50 agenti di polizia che sgomberano il Liceo con la forza. La risposta non si fa attendere: il giorno successivo oltre 1000 persone sfilano a Lugano “per la libertà d’espressione e contro il clima di terrore”. Il 7 giugno il Consiglio di Stato riconoscerà ufficialmente l’Assemblea come organo deliberativo degli studenti.

Tuttavia i movimenti di protesta, specialmente in seguito alle prime avvisaglie del rallentamento economico (la prima crisi petrolifera scoppia nel 1973), si rivolgono anche verso il mondo del lavoro. Nel 1975, gli apprendisti del centro professionale di Trevano occupano la mensa per discutere del problema della disoccupazione post-diploma, riuscendo a farsi garantire dal padronato 6 mesi di lavoro nella stessa azienda dopo la fine degli studi. Nel 1977, saranno gli studenti delle Magistrali di Lugano e Locarno a scioperare contro l’inattività del Cantone riguardo la crescente disoccupazione magistrale.

Se si volesse tracciare un bilancio della contestazione studentesca in Ticino, andrebbero presi in considerazione tanto i pregi quanto i limiti dei movimenti che l’hanno animata. Se da un lato le lotte intraprese hanno permesso di ottenere importanti riforme dell’organizzazione scolastica (una su tutte il riconoscimento dell’assemblea studentesca), dall’altro la mancanza di una struttura organizzativa stabile ha impedito il trasmettersi delle esperienze maturate da una generazione all’altra. La storia non si fa coi se, ma ci si può legittimamente chiedere cosa sarebbe successo se un’organizzazione come il SISA fosse nata già in quegli anni…

Zeno Casella


Questo articolo è apparso nel 5° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di settembre del 2018 (leggi qui l’intero giornale).


 

Non si arresta la lotta in favore del rafforzamento delle borse di studio!

Nel corso degli ultimi anni, in Ticino vi è stato un continuo smantellamento degli aiuti allo studio. Basti pensare alla diminuzione del tetto massimo delle borse di studio o all’aumento dell’ammontare minimo di quest’ultime, coi quali si è andati ad escludere dagli aiuti una buona parte della fascia media della popolazione. Non meno importante è stata anche l’introduzione della possibilità di frazionare un terzo delle borse di studio per il master in prestiti (con interessi legati al mercato immobiliare). Siccome il diritto allo studio dovrebbe essere garantito a tutte e a tutti senza distinzioni tra le classi sociali, il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ha lanciato lo scorso novembre una campagna di lotta contro i continui tagli agli aiuti allo studio. La petizione “Per un rafforzamento delle borse di studio, per un’istruzione più equa per tutte e tutti” ha raccolto all’incirca 2200 firme, ottenendo subito dei risultati: il frazionamento delle borse di studio per il master è stato ridotto dal governo da un terzo a un decimo. Una misura ancora insufficiente, ma pur sempre un passo avanti, che dimostra l’importanza della lotta studentesca.

In seguito alla consegna della petizione, il SISA è stato contattato dalla Commissione Scolastica del Gran Consiglio per un’audizione, svoltasi poi a metà giugno; il dibattito in parlamento dovrebbe svolgersi in autunno. Affinché gli studenti vengano ascoltati, il SISA sottoporrà alle assemblee studentesche dei vari istituti ticinesi la seguente risoluzione:

L’assemblea degli studenti dichiara:

  1. Il diritto allo studio, sancito dall’articolo 14 della Costituzione cantonale, deve essere garantito dallo Stato: la possibilità di beneficiare di un’istruzione post-obbligatoria non deve quindi essere condizionata dall’origine sociale o dalle disponibilità finanziarie dello studente.
  2. Le misure di risparmio adottate da Governo e Parlamento nell’ambito degli aiuti allo studio hanno rimesso in discussione tale principio, ponendosi quindi in contrasto con quanto enunciato dalla Costituzione.

In ragione di queste constatazioni, l’assemblea degli studenti invita il Gran Consiglio a dare seguito alle rivendicazioni contenute nella petizione “Per un rafforzamento delle borse di studio: per un’istruzione più equa per tutte/i!” consegnata lo scorso aprile dal Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) e corredata da oltre 2200 firme.

Luca Frei


Questo articolo è apparso nel 5° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di settembre del 2018 (leggi qui l’intero giornale).


 

Cronache dal campeggio estivo del SISA

Quest’estate abbiamo avuto la fortuna di partecipare, per la prima volta, al campeggio estivo del SISA che si è tenuto nell’accogliente ritrovo a Gola di Lago in Capriasca. Durante il week end abbiamo seguito delle formazioni tenute da membri impegnati del sindacato. La prima, presentata da Simone Romeo, approfondiva la rivoluzione del ‘68 in Italia, tema centrale di quest’anno visto che ne ricorre il 50esimo. Abbiamo poi assistito ad un’introduzione al sindacalismo, molto utile a noi che siamo nuove in questo ambito. Per chi invece aveva già partecipato ai campeggi precedenti, è stata presentata una formazione sui ricorsi scolastici da Massimiliano Ay. Per concludere, il coordinatore Zeno Casella ci ha parlato del ’68 in Ticino presentandoci un film girato da giovani rivoluzionari che hanno occupato un’aula nella scuola arti e mestieri di Trevano negli anni ’70. Il loro è un esempio molto stimolante perché hanno dimostrato una grande motivazione nel difendere i loro diritti.

Alla sera abbiamo anche guardato un film, “We want sex”, che racconta lo sciopero di 187 operaie in un’industria Ford nel ’68. Questo film ci ha suscitato delle riflessioni sull’emancipazione femminile, tema che ci sta molto a cuore e importante in vista della manifestazione femminista che avrà luogo a Berna il 22 settembre.

Il campeggio ci ha permesso di approfondire tematiche diverse e molto interessanti, è stato fonte di motivazione e ha portato il nostro interesse sui temi che davvero ci riguardano e per cui vogliamo batterci. La partecipazione di ciascuno di noi durante le formazioni è stata fondamentale e arricchente per tutti.

L’ambiente del gruppo era piacevole e durante il tempo libero non mancavano le discussioni, le chiacchiere e il buon umore. Si è creato un buon equilibrio tra serietà e divertimento. Birra e musica hanno contribuito al buon proseguimento di sabato sera. Un grande grazie a tutti i partecipanti e in particolare ai cuochi che ci hanno sempre preparato ottimi piatti!

Emma Berger e Matilda Materni


Guarda qui la galleria fotografica del campeggio!


Questo articolo è apparso nel 5° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di settembre del 2018 (leggi qui l’intero giornale).


 

A cinquant’anni dal 1968, un nuovo “autunno caldo” per la scuola ticinese?

Cinquant’anni sono ormai passati da quel fatidico 1968, da quello “spartiacque” nella storia del Novecento, da quell’anno di rivolta e contestazione che negli ultimi mesi è stato ricordato in molteplici modi. In occasione di questo anniversario tenteremo anche noi di dare spazio alla memoria storica di quei momenti di grande fermento, con un approfondimento sugli avvenimenti della Svizzera italiana, spesso ben poco conosciuti anche se estremamente notevoli e istruttivi per chi – come noi – si trova ancora a dover lottare nelle proprie scuole. In questo nuovo numero de L’Altrascuola verrà anche naturalmente dato spazio ai temi di più stretta attualità per il movimento studentesco, quali il dibattito parlamentare sul rafforzamento delle borse di studio o la problematica dei giovani senza formazione post-obbligatoria. Si preannuncia in effetti un “autunno caldo” per la scuola ticinese, sottoposta nuovamente – a solo un anno dalla votazione sull’educazione civica – al giudizio popolare (questa volta sulla sperimentazione della Scuola che verrà), ma anche oggetto di “vecchie-nuove rivendicazioni” avanzate dal sindacato studentesco (prima su tutte, la reale applicazione del diritto allo studio). L’invito rivolto alle nostre lettrici e ai nostri lettori è pertanto quello di informarsi, riflettendo e discutendo degli spunti sollevati in questo giornale, e di mobilitarsi nuovamente in difesa dei propri diritti. Solo la lotta collettiva può permet- terci di progredire: per dirla con Jim Morrison, “they’ve got the guns, we’ve got the numbers” (loro hanno le armi, noi abbiamo i numeri).

Redazione


Questo articolo è apparso nel 5° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di settembre del 2018 (leggi qui l’intero giornale).