Massima solidarietà agli scioperanti della NLM!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) esprime la propria massima solidarietà ai lavoratori della società di Navigazione Lago Maggiore (NLM) scesi in sciopero per lottare contro il licenziamento collettivo dei 34 dipendenti svizzeri e per difendere le condizioni contrattuali attuali.

La decisione dei vertici dell’azienda è gravemente irresponsabile e sintomo di quella preoccupante e trasversale deriva del servizio pubblico che abbiamo già avuto modo di denunciare in passato: sopprimendo tali posti di lavoro, la direzione della NLM non ha infatti preso minimamente in considerazione il futuro occupazionale dei lavoratori licenziati (così come l’impatto sulle loro famiglie), lasciando peraltro presagire la volontà di procedere ad una revisione al ribasso delle condizioni salariali e di lavoro degli impiegati.

Il SISA si schiera pertanto al fianco dei dipendenti in sciopero, condividendone le rivendicazioni e ribadendo la propria contrarietà ad un servizio pubblico fondato su logiche di massimizzazione del profitto e di ottimizzazione dei costi: è ora che l’ente pubblico (ad ogni livello istituzionale) si attivi per contrastare e porre rimedio ai notevoli abusi commessi dalla NLM (e non solo), garantendo un futuro dignitoso a tale servizio e a coloro che lo forniscono!


(Foto: Samuel Golay – Ti-Press)

Il passaggio dall’esercito al servizio civile: presto un reato d’opinione?

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ha preso atto con profondo sconcerto dell’odierna decisione del Consiglio nazionale di dare seguito alla mozione della propria Commissione di politica di sicurezza (CPS-N), con la quale si richiede di dimezzare il numero di giorni di servizio deducibili qualora un soldato decidesse di interrompere il servizio militare in favore di quello civile.

Non è certo una novità che in seno all’esercito e tra i partiti borghesi sia diffusa la volontà di reprimere artificialmente il crescente distacco dei giovani svizzeri verso il servizio militare (ricordiamo che dall’introduzione della prova dell’atto nel 2008 il numero di ammissioni al servizio civile è quasi quadruplicato, e non smette di aumentare!), tuttavia non cessa ancora di stupire la violenza delle intimidazioni messe in campo per sanzionare questa (più che legittima) disaffezione.

La commissione (tra le cui fila, guarda caso, siedono numerosi graduati militari) e ora anche la Camera bassa propongono così di aumentare considerevolmente il numero di giorni di servizio da prestare qualora si decidesse di passare al servizio civile dopo aver già compiuto una parte del proprio impiego sotto le armi: ad esempio, nel caso in cui un soldato volesse farla finita con l’esercito dopo aver terminato la scuola reclute, dovrebbe rendere ancora ben 296 giorni di servizio civile (cifra che oggi ammonta “soltanto” a 201 giorni), mentre restando tra le forze armate questi si ridurrebbero a soli 134 giorni (meno della metà!). In poche parole, si vogliono fare ulteriori pressioni su quei giovani che, dopo aver visto con i propri occhi la realtà del servizio militare (spesso ben diversa dall’immagine fornita dalla propaganda militarista di cui sono infarcite le cosiddette “giornate informative”…), decidono di eseguire il proprio servizio alla patria svolgendo delle attività (davvero) socialmente utili e umanamente meno soffocanti: si vuol forse far divenire reato il cambiamento d’opinione?

Per questi motivi il SISA ribadisce la propria contrarietà a nuove misure sanzionatorie e restrittive a danno dei civilisti, appellandosi al Consiglio degli Stati affinché respinga l’assurda mozione oggi approvata dal Nazionale e ci si adoperi invece per parificare finalmente il servizio civile a quello militare, ad esempio:

  • portando a 1 il rapporto tra giorni di servizio nell’esercito e nell’ambito del servizio civile;
  • limitando la propaganda militarista nelle giornate informative (affiancando ai soldati che vi prestano servizio dei civilisti che possano fornire delle informazioni complete e dettagliate sulle alternative alla leva militare);
  • garantendo il passaggio dal servizio militare a quello civile in qualsiasi momento della scuola reclute o dei periodi d’impiego successivi (garantendo l’accesso dei sindacalisti alle caserme o introducendovi dei funzionari civili che assicurino l’assenza di pressioni o di ostacoli burocratici da parte dei graduati militari).

 

“Il diritto allo studio va difeso con tagli e politiche di esclusione”, Governo dixit

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ha preso atto con particolare insoddisfazione della risposta del Consiglio di Stato alla petizione “NO allo smantellamento del liceo”, sottoscritta da quasi 1’000 studenti. Se da un lato ci si rallegra della volontà del DECS di combattere, come richiesto dal testo consegnato alle autorità, la proposta del consigliere federale Johann Schneider-Ammann di inasprire i criteri per la concessione della maturità, dall’altro ci si trova costretti a constatare come le istituzioni non siano in alcun modo disposte ad invertire la rotta della propria politica scolastica, pur così spesso criticata da studenti, docenti e associazioni legate al mondo della scuola.

In primo luogo osserviamo come il Consiglio di Stato non abbia nessuna intenzione di rimettere in discussione la “politica del salame” con cui da vent’anni a questa parte la scuola ticinese viene sottoposta a continui salassi: richiamandosi puntualmente ad una presunta “simmetria dei sacrifici”, la classe politica si sottrae alla definizione di chiare priorità nella spesa pubblica del Cantone, senza riconoscere la centralità che l’istruzione dovrebbe occupare nelle politiche budgetarie. Senza contare che proprio coloro che chiamano gli studenti a compiere dei sacrifici con “senso di responsabilità”, in questo momento si apprestano ad elargire nuovi sgravi fiscali a pioggia a vantaggio delle fasce sociali più ricche…

In secondo luogo, ci lascia stupefatti la superficialità con cui il governo affronta il tema della selezione sociale nelle scuole superiori: senza menzionare minimamente l’impatto dell’origine sociale degli studenti sui loro risultati scolastici (ricordiamo che al liceo il tasso di bocciatura degli allievi benestanti è mediamente pari alla metà di quello dei propri compagni meno agiati), il Consiglio di Stato se ne esce affermando che “comunque quelli che possono permettersi di bocciare più volte al liceo sono già oggi gli studenti più ricchi”. In poche parole, la selezione sociale esercitata dalla scuola andrebbe “corretta” escludendo gli allievi benestanti ma non sufficientemente diligenti, e non sostenendo invece quelli capaci, ma impossibilitati a proseguire i propri studi in ragione della propria condizione sociale: non c’è che dire, bel modo di interpretare il diritto allo studio!

Il SISA, in ragione del crescente attacco alle pari opportunità d’istruzione (ricordiamo ancora la recente proposta di tagliare drasticamente le borse di studio), continuerà a battersi contro le politiche di austerità e di élitarizzazione a danno della scuola pubblica e delle fasce più deboli della popolazione.

Vittoria del SISA: il viaggio in treno torna ad esser sereno

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ha accolto con particolare soddisfazione la decisione delle FFS di aumentare l’offerta ferroviaria verso Oltregottardo nella fascia serale di domenica.

Già nello scorso dicembre il SISA si era mobilitato per contestare la soppressione della corsa delle 19.10 prevista dall’annuale revisione del piano orario, che (come previsto) si è rivelata particolarmente penalizzante per gli studenti ticinesi che si recano settimanalmente Oltralpe per motivi di studio. Assenza di collegamenti con la rete di trasporto pubblico in Ticino e nelle città di destinazione, sovraffollamento delle corse rimaste e penalizzazioni tariffarie ci hanno infatti accompagnato durante tutto il corso del presente semestre.

La costante sensibilizzazione, e le oltre 700 firme raccolte dal SISA  – seguite anche da una recente audizione con la Commissione Petizioni del Gran Consiglio – per rivendicare la reintroduzione della corsa delle 19.10 hanno quindi raggiunto il loro obiettivo, costringendo le FFS ad ammettere di aver peccato di negligenza, senza confrontarsi con la realtà vissuta quotidianamente dai propri passeggeri. Una vittoria quindi non solo per gli studenti, ma anche per tutti coloro rimasti vittima della politica aziendale delle Ferrovie, spesso rinchiuse in una logica privatistica che ben poco ha a che fare con il concetto di servizio pubblico.

Un primo importante passo è stato compiuto, ora occorrerà restare vigili affinché le FFS non facciano marcia indietro e confermino definitivamente questo aumento dell’offerta con il nuovo piano orario di dicembre 2017.

Nel più assordante silenzio, il Governo procede verso la privatizzazione della didattica digitale

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Il 24 marzo scorso, il Consiglio di Stato ticinese dava notizia della trasformazione in “Unità amministrativa autonoma” del Centro di risorse didattiche e digitali (CERDD), l’ente che “offre assistenza tecnologica agli istituti (scolastici) ticinesi nella creazione di materiali multimediali necessari all’insegnamento“.

La decisione dell’esecutivo non ha sollevato alcuna reazione nel campo politico, ormai assopito in una logica di esternalizzazione dei servizi che spesso rasenta quella della privatizzazione dura e pura. Come si legge infatti nel comunicato del Governo:

“(…) questa modifica organizzativa ne aumenterà la flessibilità, consentendo inoltre di accedere a finanziamenti esterni e di realizzare progetti per conto di clienti esterni all’Amministrazione cantonale.”

Oltre all’adozione di una logica d’impresa all’interno di un ente pubblico, i cui effetti potrebbero non tardare a manifestarsi in termini di degrado dell’ambiente di lavoro (possiamo ben immaginare come il mercato privato non sia disposto a rispettare prezzi e condizioni lavorative del settore pubblico, causando pressioni sui tempi di lavoro e maggiori tensioni tra il personale), a preoccuparci è soprattutto la volontà di aprire un settore sensibile come quello della didattica digitale ai finanziamenti privati.

Abbiamo già avuto modo di osservare in passato quali siano i rischi di una simile intromissione dell’imprenditoria privata nel mondo della scuola, e in particolare nel lucroso settore dell’educazione tecnologica. Tuttavia pare proprio che in seno al Governo cantonale non ci si preoccupi assolutamente del fatto che multinazionali come Google o Apple potrebbero finanziare  direttamente l’ente che si occupa di preparare i supporti  didattici utilizzati in tutte le scuole del Cantone, permettendo loro di realizzare un’importante pubblicità occulta priva di qualsiasi valore educativo. Vale infatti la pena ricordare come spesso i consumi delle famiglie siano influenzati proprio dai figli (attraverso il classico “mamma me lo compri?”): non c’è quindi da stupirsi dell’interesse e della “benevola” disponibilità che questi gruppi mostrano verso il mondo della scuola (finanziando non solo materiali didattici, ma anche gite e giornate speciali, ecc.).

Quindi, se da un lato i riformatori del DECS si riempiono la bocca di termini come “educazione ai consumi”, “uso responsabile dei beni”, ecc., dall’altro si permette proprio a chi dal consumismo trae i propri immani profitti di intervenire nella scuola e orientare la didattica tecnologica a proprio vantaggio.

Resta solo da chiedersi: quale sarà il prossimo passo?

La scuola-azienda che verrà? No, grazie.

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e degli Apprendisti (SISA) pubblica oggi, dopo aver chiesto una deroga al DECS per poter rispondere alla consultazione, la propria analisi critica del progetto di riforma La scuola che verrà. Nel complesso, il parere del sindacato in proposito è sostanzialmente negativo: la riforma dipartimentale, a nostro modo di vedere, apre infatti le porte ad una potenziale svendita del sistema scolastico pubblico ticinese, in linea con le direttive europee in materia di formazione ma in aperta contraddizione con i principi educativi ufficialmente posti alla base del progetto (equità, inclusività, educabilità, ecc.).

Il primo nodo critico evidenziato è quello del cosiddetto “approccio per competenze”, il nuovo paradigma pedagogico definito dal Piano di studi della scuola dell’obbligo adottato nel 2015. Preconizzando un sostanziale abbandono dei saperi e delle conoscenze in favore di una vaga paletta di “competenze” più o meno trasversali, esso impoverirà terribilmente l’istruzione di base, favorendo l’emersione di altri attori educativi privati e for profit (a tutto svantaggio delle classi popolari, che non potrebbero sostenerne i costi e che verrebbero quindi private del diritto ad un’istruzione completa e di qualità).

In secondo luogo, il SISA ha accolto con un certo interesse le proposte di personalizzazione e di differenziazione pedagogica avanzate dal documento dipartimentale, in quanto prevedono una rivalutazione della classica e limitante lezione “frontale”, una partecipazione attiva dello studente alla costruzione dei saperi, un riconoscimento delle differenze di apprendimento presenti tra gli allievi e un superamento dell’attuale sistema di “livelli” che ha già dimostrato tutta la sua iniquità. Tuttavia, anche queste nuove prassi educative non sono esenti da alcuni sensibili rischi: la frammentazione eccessiva della griglia oraria e del programma scolastico potrebbero disorientare dei ragazzi ancora in pieno sviluppo psico-fisico, così come un lavoro laboratoriale eccessivamente precoce, in un contesto di abbandono dei saperi, potrebbe togliere ulteriori risorse e contenuti all’istruzione di base dei futuri cittadini. D’altra parte, la differenziazione pedagogica, se non supportata da degli investimenti adeguati, rischia di dar vita ad un sistema di “cristallizzazione” delle differenze di apprendimento (e quindi di quelle sociali che spesso ne sono all’origine), senza tentare di portare gli allievi al superamento delle proprie difficoltà.

Per quanto concerne la valutazione, abbiamo recepito con un certo favore la volontà di superare l’attuale sistema di valutazione sommativa che si rivela essere spesso poco rappresentativo della realtà personali: l’introduzione di una valutazione “partecipata”, fondata sul coinvolgimento dell’allievo e finalizzata ad una sua presa di coscienza circa le proprie difficoltà e i propri punti di forza è in questo senso da salutare positivamente. Nondimeno, lo strumento del profilo dell’allievo pone tutta una serie di interrogativi ai quali non viene purtroppo fornita una risposta soddisfacente: la valutazione per competenze permetterà una certificazione (peraltro prevista da HarmoS) degli apprendimenti informali ed extrascolastici, dando luogo a nuove dinamiche di selezione sociale? Quale sarà l’uso successivo di questa descrizione personale estremamente particolareggiata al termine della scolarità? Non vi è un rischio di perdita di privacy nei confronti dei futuri datori di lavoro o delle autorità, o di una “schedatura negativa” capace di condizionare i destini sociali e professionali dei cittadini?

Infine, ci preoccupa in modo particolare la volontà di concedere una crescente autonomia amministrativa agli istituti scolastici: tale decentralizzazione dei sistemi scolastici si inserisce nel movimento di riforma promosso da organizzazioni sovranazionali come UE e OCSE, il cui fine ultimo è quello di permettere l’intervento del capitale privato all’interno delle istituzioni scolastiche, migliorando la corrispondenza tra di esse e le esigenze del mercato. Tutto ciò ha però già più e più volte dimostrato (si veda ad esempio il caso dell’Italia) di essere fonte di nuove importanti discriminazioni nell’accesso alla formazione: creando di fatto una vera e propria “scuola a due velocità”, l’autonomia scolastica e l’apertura ai finanziamenti privati (non prevista dal progetto di riforma, ma che siamo certi non tarderà a manifestarsi nei tempi a venire) svantaggerà le sedi e le classi socialmente o geograficamente svantaggiati (come potrebbe essere il caso per le scuole di valle o di periferia).

Le nuvole che si raccolgono sulla scuola pubblica ticinese non promettono dunque nulla di buono, specie se si considerano i tentativi di accelerazione della destra neo-liberista: l’iniziativa parlamentare di AreaLiberale La scuola che vogliamo (che difficilmente avrà vita facile in parlamento, ma che prepara il terreno a future offensive) propone infatti di introdurre fin d’ora il modello di “scuola-azienda” elaborato da UE e OCSE, saltando a piedi pari la tappa intermedia costituita da La scuola che verrà. Quest’ultima infatti, benché non preveda ancora molti degli strumenti necessari ad una completa mercificazione dell’istruzione (la libertà di scelta dell’istituto, la pubblicazione dei risultati delle singole sedi, il finanziamento privato del sistema scolastico, ecc.), costituisce il primo passo verso questo orizzonte e ne condivide parte delle logiche e derive.

È per questi motivi che il SISA combatterà il progetto di riforma del DECS, promuovendo una massiccia politica d’investimento nella scuola ticinese (condizione sine qua non per poter sostenere anche solo una parte degli interventi prospettati) e attivandosi per costruire un’alternativa davvero di sinistra per il nostro sistema scolastico. Senza questo sforzo, il settore dell’istruzione (cruciale per far fronte ai cambiamenti socio-economici strutturali in atto in questi anni) verrebbe completamente abbandonato all’offensiva della destra borghese, più che mai motivata a mettere fine al carattere pubblico dei sistemi scolastici e a sottometterli alle esigenze dei mercati.

Corteo sindacale 1° maggio 2017 – Gallery

Lunedì 1° maggio 2017 il SISA è sceso in piazza per rivendicare la messa in campo di una strategia globale contro il precariato e la disoccupazione giovanile (leggi qui le rivendicazioni alla base della mobilitazione).

La pioggia caduta copiosamente per tutta la durata del corteo sindacale non ci ha scoraggiato: nella fase storica attuale, segnata da una violenta offensiva del padronato e della destra borghese ai diritti di lavoratori e studenti, non si può cedere di un passo!

Qui di seguito le fotografie dello spezzone del SISA al corteo svoltosi nel pomeriggio a Bellinzona: grazie ancora a tutti i militanti che hanno partecipato!

Neppure i più piccoli hanno mancato di partecipare al corteo del 1° maggio!

Il passaggio dello spezzone del SISA in Piazza Nosetto.

In marcia verso Piazza Governo.
Le rivendicazioni del SISA vertevano sulle problematiche dei giovani al momento della loro entrata nel mondo del lavoro: molto resta ancora da fare in proposito!

Verso un riformatorio cantonale? Non ci siamo.

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Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti ha appreso con molto rammarico la recente decisione da parte del legislativo cantonale di approvare la Legge sulle misure restrittive della libertà dei minorenni nei centri educativi. Già nel 2009 il sindacato si era espresso con toni negativi riguardo la decisione del Consiglio di Stato di lavorare per la costruzione di un riformatorio giovanile cantonale. Come allora, l’approvazione di questa legge prosegue nella stessa direzione e pare raccogliere il consenso di parte del panorama politico giovanile: i Giovani Liberali Radicali hanno addirittura esultato per l’approvazione della suddetta legge. A loro modo di vedere questa legge costituisce infatti “un tassello – oggi purtroppo mancante – da inserire in una pianificazione globale di tutto il comparto dei servizi e delle strutture socio educative del Cantone”.

In un contesto di politiche di austerità, dove i risparmi nei servizi fondamentali sono ormai la consuetudine e dove persino i tagli nell’educazione non sembrano preoccupare gli ambienti politici più influenti, ci sembra inappropriato stanziare fondi per un progetto che, sul lungo termine, non porterà alcun beneficio ai giovani così definiti “disadattati”, ritardando di fatto gli atteggiamenti criminosi.

Le misure disciplinari e la privazione della libertà non sono la soluzione ai problemi che possono innescarsi nei giovani ticinesi, al contrario aggravano la loro integrazione nella società (la stessa che in fondo crea questi disagi).

Compito fondamentale dello Stato è quello di integrare tutti i giovani, senza tener conto della loro origine socio-economica, nella società civile e democratica attraverso l’educazione pubblica. Dunque, se esistono disagi in una fetta della popolazione giovanile è anche a causa dello smantellamento della scuola pubblica, la quale per mancanza di fondi non riesce a tenere conto delle difficoltà sociali, culturali e economiche di questi ragazzi.

La criminalizzazione e la segregazione di questi soggetti da parte della società civile aggraverebbe la loro già difficile situazione, siccome essi vivranno in uno stato di discriminazione e non riusciranno ad inserirsi virtuosamente all’interno della società. Infatti una volta criminalizzati c’è la possibilità che questi giovani individui si aggregano a gruppi affini e altrettanto sensibili, dai quali possono sfociare ripetuti reati o persino di entità maggiore.

Per questo motivo ci opponiamo fermamente a questa legge (che nulla propone per risolvere il disagio sociale presente tra le fasce giovanili) e proponiamo che i fondi destinati alla realizzazione del “centro educativo chiuso per minorenni” (come viene eufemisticamente nominato quello che sarà il riformatorio cantonale) vengano utilizzati per rafforzare il sostegno psicologico all’interno delle strutture scolastiche e per la creazione di nuovi spazi extrascolastici, dando ai giovani la possibilità di poter affrontare i propri disagi adolescenziali all’interno di clima aggregativo, artistico-musicale e soprattutto socializzante.

Meno precariato (in)competente, più lavoro qualificato!

Disoccupazione giovanile quasi al 20% (secondo i dati ILO), esplosione del numero di giovani beneficiari dell’assistenza sociale, grande diffusione dell’indebitamento giovanile, fuga di cervelli verso Oltralpe o l’estero, ecc. Questi sono solo alcuni, i più evidenti, dei molti sintomi che manifestano la grave crisi dell’impiego giovanile in Ticino. Una crisi che, benché abbia la propria origine nelle più ampie dinamiche che riguardano l’intero mercato del lavoro (dumping salariale, precariato, incertezza occupazionale, ecc.), è caratterizzata e amplificata da alcuni propri tratti distintivi (la particolare vulnerabilità dei giovani lavoratori, l’accresciuta difficoltà di inserimento sul mercato, l’assenza di esperienza professionale, ecc.).

In occasione della festa dei lavoratori del 1° maggio di quest’anno, il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) vuole riportare l’attenzione su questa faccia spesso nascosta del più vasto fenomeno di crisi del lavoro di cui sono oggetto buona parte dei paesi sviluppati. Le risposte date dalla classe politica risultano essere gravemente insufficienti di fronte alle problematiche riscontrate dai giovani al momento della loro entrata nella vita professionale: limitandosi perlopiù a incentivare periodi di prova e a sussidiare i datori di lavoro affinché assumano (anche solo temporaneamente) un disoccupato registrato, le autorità non agiscono alla radice del problema e non risolvono pressoché nulla (come dimostrano i più recenti dati sulla disoccupazione giovanile).

Per questa ragione, il SISA rivendica l’adozione delle seguenti misure di lotta contro il precariato e la disoccupazione giovanile:

  1. Una migliore e più solida formazione dei futuri lavoratori: è risaputo che una delle migliori “assicurazioni” contro la disoccupazione è costituita da una buona istruzione del lavoratore stesso. Per questo chiediamo che si metta fine all’ormai ventennale “politica del salame” realizzata a scapito del finanziamento della scuola pubblica ticinese (di cui la recente proposta del governo di non farsi più carico dei costi salariali dei corsi interaziendali non è che l’ultimo esempio) e che si rafforzino le possibilità di accesso alla formazione terziaria, anche per gli apprendisti e gli studenti delle scuole professionali.
  2. Un rafforzamento dell’assistenza ai disoccupati da parte del Cantone: la revisione della Legge sull’assicurazione contro la disoccupazione (LADI) del 2011 ha ormai dimostrato tutta la sua iniquità, penalizzando in particolare i giovani. A fronte del disimpegno della Confederazione, il Cantone deve supplire alle mancanze della LADI, sostenendo economicamente i disoccupati che hanno esaurito il diritto alle indennità e rafforzando le misure di riqualifica e di formazione continua a loro beneficio. In questo senso, la richiesta del Consiglio di Stato di riproporre l’abolizione delle indennità straordinarie di disoccupazione è da condannare e da combattere in ogni modo possibile.
  3. Maggiori tutele nell’entrata sul mercato del lavoro: la transizione dal mondo scolastico a quello professionale è spesso contraddistinta dal passaggio attraverso numerosi stage non remunerati, contratti a termine, periodi di prova di vario genere, ecc. Dietro a tali pratiche si nasconde però talvolta un precariato inaccettabile, caratterizzato da condizioni di lavoro al limite del sopportabile e da un valore formativo assai dubbio. Per questo riteniamo che in questo campo il Cantone debba stabilire una regolamentazione chiara a tutela dei giovani lavoratori, in modo da impedire gli abusi e stabilire un quadro chiaro tanto per gli impiegati quanto per le imprese.
  4. Un monitoraggio costante della carenza di lavoro tra i giovani: salvo per alcune lodevoli eccezioni, questo fenomeno resta relativamente sconosciuto, impedendo di conseguenza la messa in campo di risposte adeguate da parte della politica. Chiediamo quindi che venga dato mandato all’Ufficio cantonale di statistica di monitorare puntualmente questa problematica, tenendo conto in particolare delle diverse definizioni del tasso di disoccupazione (considerando anche il dato ai sensi dell’ILO in riferimento alle varie fasce d’età) e delle varie forme di inattività “sommersa” (quali ad esempio i NEET, acronimo di neither in employement nor in education and training, ovvero i giovani né sotto impiego né in formazione).

Il 1° maggio manifesteremo a Bellinzona per rivendicare l’implementazione di queste misure: ritrovo alle ore 14.30 in Piazzale Stazione, vi aspettiamo numerose/i!

Puoi trovare qui maggiori informazioni sulla manifestazione.

Bertoli, dov’è finita la tua scuola “democratica”?

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Io credo che in un mondo che sta vivendo cambiamenti così rapidi e radicali, la scuola debba sapersi adattare in modo che la formazione sia in grado di rispondere alle nuove sfide professionali e alle sempre maggiori incognite.

Così si esprime oggi l’Onorevole Manuele Bertoli sulle pagine del Caffè, in un’intervista nella quale ripercorre le critiche mosse al progetto La scuola che verrà da parte del PLRT.

Ancora una volta, il ministro socialista interviene per fugare ogni dubbio circa le sue intenzioni riguardo alla scuola dell’obbligo: le riforme in corso non hanno come obiettivo l’abbattimento dei fenomeni di selezione sociale che ancora la caratterizzano, o la formazione di cittadini critici capaci di orientarsi coscientemente nell’attuale società della (dis)informazione. Esse mirano invece ad adeguare il sistema scolastico ticinese alle esigenze dell’economia, che ora più che mai richiede una manodopera “flessibile” (termine che il buon Bertoli non si lascia certo sfuggire, in riferimento al post-obbligo) e dotata di più competenze interdisciplinari (le famigerate “skills”). In altre parole, precaria e ignorante.

Ma ora, ci chiediamo noi, dov’è finita la (presunta) visione democratica del ministro dell’istruzione, che ancora 3 anni fa, nella sua prefazione al primo rapporto su La scuola che verrà, affermava che:

La scuola deve essere aperta e democratica, una scuola dove anche coloro che per condizione sociale sono lontani dalla cultura possano avvicinarsi ad essa (…)

Di questa prospettiva, e soprattutto di proposte per tradurla in realtà, nessuna traccia (se escludiamo il solito mantra sulle “chance uguali per tutti”: anche questo, un “lavarsi le mani” davvero poco degno per chi si richiama ad una tradizione progressista. Appellandosi alla responsabilizzazione individuale – “ognuno deve però camminare con le proprie gambe” -, si lascia completamente da parte l’obiettivo ultimo della riuscita universale degli allievi, della ricerca tendenziale di portare ogni studente ad acquisire un livello di istruzione minimo al termine della propria scolarità. Insomma, quello che dovrebbe fare una vera “scuola democratica”).

Pare quindi che più ci si avvicini alla fase decisiva del progetto di riforma, più inizino a cadere le maschere e le illusioni con cui erano stati abbondantemente conditi i rapporti dipartimentali. Il velo di retorica progressista che aveva tratto in inganno buona parte della sinistra sta lasciando ora lo spazio ad una visione molto più cinica del futuro dell’istruzione in Ticino: una scuola al servizio dell’economia e non più della cittadinanza e della società.

Rilanciamo perciò la nostra domanda ormai ricorrente: la sinistra di governo vuole vivere ancora per molto questo bel sogno imbastito da Bertoli, o ha invece intenzione di svegliarsi e affrontare la realtà dei fatti senza i paraocchi dell’appartenenza partitica?