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Sostegno agli studenti durante la pandemia: occorre agire ora!

Risoluzione del Comitato Centrale del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) – Bellinzona, 2 aprile 2020.


L’attuale crisi sanitaria ha obbligato la Svizzera ad attuare dei cambiamenti importanti per tutelare la popolazione. A causa del COVID-19 gli equilibri abituali sono stati stravolti, la vita di tutti i giorni si è trasformata a causa delle nuove limitazioni e della chiusura temporanea di diversi settori, tra i quali anche quello scolastico. Queste soluzioni volte alla tutela della salute pubblica e dei cittadini hanno però creato alcuni problemi nel mondo studentesco.

In linea generale, non crediamo possibile né sostenibile continuare a “fare scuola” a distanza come se nulla fosse avvenuto: ricordiamo che non tutte le famiglie hanno gli stessi mezzi (computer, stampanti, ecc.) né lo stesso tempo da dedicare all’educazione dei figli (molti genitori sono impegnati dal telelavoro). Mantenendo un elevato carico di studio, si rischia quindi di acutizzare le diseguaglianze formative tra gli allievi di diversa origine sociale, oltre ad amplificare fenomeni di ansia, stress e disagio che già si stanno manifestando a causa del confinamento in casa.

Nel grado post-obbligatorio, l’anno scolastico verrà portato a termine ma, non potendosi più recare fisicamente negli istituti gli studenti devono confrontarsi con il nuovo sistema di insegnamento telematico, che potrebbe ostacolare il successo scolastico degli studenti già in difficoltà portandoli alla bocciatura. La chiusura di diversi settori non essenziali, così come la saggia decisione di lasciare gli stagisti e gli apprendisti nel proprio domicilio, comportano per diversi studenti delle CPC, come della SSPSS, SSP e altre scuole d’insegnamento duale, l’impossibilità di svolgere normalmente la propria formazione pratica e causano dunque diversi disagi e perturbamenti per l’ottenimento dell’attestato professionale.

Tutti gli istituti del grado terziario (università, politecnici, SUP, ecc.) sono stati chiusi: a causa di ciò gli studenti non beneficeranno delle lezioni solitamente offerte nella seconda metà dell’anno nonostante abbiano già versato la retta semestrale. Oltre a ciò, l’impossibilità di frequentare biblioteche, laboratori, uffici, ecc. impedisce agli studenti di svolgere le ricerche necessarie ad esempio alla redazione delle proprie tesi di laurea, costringendoli verosimilmente a prolungare di uno o più semestri la propria iscrizione agli atenei.

Si ricorda inoltre che ben ¾ degli studenti universitari lavorano part-time a margine dello studio perché non dispongono di una borsa di studio o il valore di quest’ultima non è sufficiente per far fronte alle spese (quali affitto, cassa malati, cibo, ecc.). A causa della cessazione di tutte le attività non essenziali questi studenti non possono più far fronte autonomamente alle proprie spese (rimaste comunque invariate) e rischiano di trovarsi in serie difficoltà economiche.

Infine, ricordiamo come la maggior parte degli studenti utilizzi i mezzi pubblici per recarsi agli istituti scolastici e si ritrovi ora ad aver acquistato dei titoli di trasporto validi per tutto l’anno senza però poterne beneficiare.

In ragione della particolare situazione appena descritta, il Comitato Centrale del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) rivendica:

  1. Il rallentamento dei ritmi scolastici e la sospensione delle attività di valutazione per tutta la durata dell’emergenza sanitaria (così come già stabilito da vari cantoni romandi);
  2. La sospensione del limite delle bocciature nelle scuole post-obbligatorie: l’insegnamento distanza può avere un impatto negativo sui risultati di chi è più in difficoltà;
  3. La deroga alla regola del “double échec” nelle scuole universitarie e l’aumento provvisorio dei tentativi per l’ottenimento dell’attestato di maturità e per i cosiddetti esami “paletto” nelle SUP (le autorità cantonali facciano pressione su quelle federali per modificare d’urgenza l’ordinanza in materia!);  
  4. Il riconoscimento facilitato degli esami pratici e degli stage: si garantisca la possibilità di svolgere l’esame pratico anche senza aver concluso l’intero periodo di stage;
  5. L’organizzazione a fine estate di una sessione di recupero per gli esami in tutti gli ordini di scuola del settore post-obbligatorio (sia nel grado secondario superiore che nel grado terziario), laddove questa non fosse già prevista;
  6. Qualora la situazione sanitaria non dovesse permettere il normale svolgimento degli esami per l’ottenimento degli attestati di maturità, sia professionale che liceale, si preveda il rilascio d’ufficio degli stessi. A livello universitario, si valutino invece dei metodi alternativi per la validazione dei corsi qualora non fosse possibile sostenere gli esami in programma a fine semestre.
  7. L’introduzione di sussidi mirati per chi beneficia di una borsa di studio ridotta o per chi non ne riceve una, in modo da sostenere gli studenti e le famiglie in difficoltà;
  8. L’esenzione dall’obbligo di pagamento degli affitti degli alloggi universitari;
  9. Il rimborso di tutti gli abbonamenti per i trasporti pubblici (Arcobaleno, Seven25, ecc.);
  10. La restituzione delle rette universitarie e di tutte le scuole post-obbligatorie.

Gli studenti non paghino per una situazione di cui non sono responsabili!


Scarica qui il file pdf della risoluzione!

Risoluzione_CC_SISA_COVID19


Per una cultura accessibile, autodeterminata e di prossimità

Risoluzione dell’Assemblea generale del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) del 24 novembre 2018 (scarica pdf)


“Tutti i giovani dovrebbero essere uguali dinanzi alla cultura.” (Antonio Gramsci)

Il rapporto tra cultura e giovani non è una relazione equa: nella storia recente i giovani sono stati vittime inermi di un sistema culturale che sopprime ogni desiderio di emancipazione e libertà artistica. L’attuale sistema economico favorisce le attività aggregative che fruttano profitti, aprendo il campo ad attività commerciali che non hanno alcun interesse nello sviluppo di una cultura giovanile e dell’individuo stesso. In questo contesto le tanto decantate libertà individuali, parlando di cultura, valgono solo per le attività economiche, le quali, basate sul mero tornaconto personale, di fatto soffocano qualsiasi tentativo di creazione di cultura sociale e dal basso. Ciò che ne risulta è un panorama artistico-culturale atomizzato e vittima dell’ideologia neoliberale, dove le singole unità disgregate si devono adattare all’industria culturale per poter sopravvivere, snaturando perciò la maggior parte degli elementi originali e rivoluzionari della propria arte.

È chiaro che coloro che possono accedere e beneficiare della cultura in senso largo, sono gli individui provenienti dai ceti abbienti, che dispongono di tempo e denaro sufficienti a potersi dedicare all’arte, alla musica, alla letteratura. Risulta perciò evidente che il rapporto tra possibilità materiali e potenzialità creative è alla base delle ingiustizie celate dietro la cultura, che favorisce solo una piccola fetta della popolazione giovanile, relegando la parte restante alla banalità dell’industria dell’intrattenimento.

Il contesto socioeconomico odierno non garantisce al giovane di potersi muovere liberamente nel panorama artistico-culturale: la situazione finanziaria sempre più precaria di molte famiglie, dove all’aumento dei costi della vita non corrisponde un aumento dei salari, aumenta le difficoltà di acquisto dei mezzi materiali necessari per poter accedere alla cultura ed esserne parte attiva e creativa. Ne deriva perciò una generale sfiducia verso le proprie capacità e le possibilità di cambiare lo scenario attuale, dove lo scoraggiamento è incentivato dalla difficoltà di trovare i mezzi finanziari necessari per poter costruire un proprio progetto culturale, che può spaziare da attività con sfondo sociale-aggregativo fino a giungere ad attività propriamente artistiche.

Dal clima generale di sconforto – dove l’impossibilità di essere parte ideativa della cultura, provoca un forte senso di smarrimento – un giovane viene facilmente assorbito nelle pratiche consumistiche della società odierna, aderendo a questa forma capitalistica della cultura e perdendo progressivamente la cognizione critica sulla propria esistenza. Questa dinamica intralcia una presa di coscienza collettiva e la costruzione di un fronte in grado di difendere i propri diritti contro gli attacchi della classe politica borghese che, al fine di poter costruire le solide basi della propria dominazione politica e culturale, persegue la frammentazione sociale dei giovani e lo smarrimento identitario e culturale della società. La stessa classe politica borghese è responsabile della precarizzazione degli studi e degli attacchi al diritto allo studio: il discorso fin qua espresso va quindi inserito nel più ampio discorso di critica sociale proposto dal nostro sindacato.

Per questi motivi, l’Assemblea generale del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti, riunitasi il 24 novembre 2018 a Solduno, stabilisce di voler agire contro la tendenza appena espressa, affinché le condizioni di accesso e di creazione della cultura non siano prerogativa dei più ricchi, bensì di tutti i giovani. In questo senso, vengono identificati tre assi d’azione fondamentali: l’accessibilità alla cultura, l’autodeterminazione della cultura e la prossimità alla cultura.

L’accessibilità alla cultura deve essere perseguita attraverso i seguenti interventi:

  • Ampliamento e aumento degli sconti concessi dalla carta ioStudio per l’accesso ai luoghi di cultura
  • Promozione della lettura tramite una riduzione generale dei prezzi dei libri per i giovani in formazione.
  • Generalizzazione dei doposcuola gratuiti nelle scuole obbligatorie, in cui poter praticare delle attività sociali, culturali e artistiche.

L’autodeterminazione della cultura mira a ridurre le barriere economiche che impediscono ai giovani di costruire da sè il proprio percorso artistico e culturale. In tal senso si propongono questi interventi:

  • Copertura cantonale della totalità dei costi di progetti culturali e Centri giovanili secondo il principio della Legge Giovani (al momento copre unicamente il 50%), in modo da limitare la discriminazione di cui sono vittima le regioni periferiche e i comuni finanziariamente deboli. (Ciò non deve tuttavia tradursi in una limitazione dell’autonomia dei Centri già esistenti)
  • Presenza omogenea, garantita dal Cantone, di Centri giovanili sul territorio, seguendo un criterio di proporzionalità tra popolazione giovanile e numero di Centri esistenti.
  • Accesso gratuito a spazi scolastici e pubblici per tutte le associazioni giovanili.
  • Inserimento del diritto alle giornate autogestite nella Legge della Scuola, in modo da alimentare la creazione autonoma di cultura nelle scuole di grado secondario (anche in quelle professionali).
  • Promozione da parte del Cantone di una rete di “Case della cultura”, in cui vi sia la possibilità di accedere agli spazi e al materiale necessario alle attività culturali e artistiche: atelier, studi di registrazione, sala prove, … (senza ostacolare però i Centri alternativi e autogestiti preesistenti).
  • Messa in rete delle strutture e delle iniziative culturali già esistenti.

Infine, per migliorare la prossimità alla cultura, il sindacato propone:

  • Creazione di combinazioni tariffarie che uniscano il trasporto pubblico all’accesso alle manifestazioni culturali, ad un prezzo accessibile ai giovani in formazione.
  • Istituzione di una “Casa dello studente” per gli allievi del grado secondario superiore a Lugano e a Locarno, sul modello di quella già esistente a Bellinzona.

Solduno, 24 novembre 2018.

Primo maggio 2018 – Giù le mani dalle nostre borse!

Il seguente discorso è stato pronunciato dal coordinatore del SISA Rudi Alves in occasione della manifestazione sindacale per la festa dei lavoratori svoltasi a Locarno martedì 1° maggio 2018.


Come sindacato studentesco quest’anno ci siamo mobilitati contro lo smantellamento del diritto allo studio. Questo perché la sua importanza nel tessuto sociale è di primaria importanza. Un paese che si definisce democratico come il nostro deve offrire pari opportunità di istruzione, tuttavia, i dati lo dimostrano, oggigiorno non è affatto così.

Già a partire dalla scuola dell’obbligo, le disparità sociali mostrano la loro vera natura: i ragazzi che provengono da una famiglia agiata ottengono risultati migliori, configurando in partenza il futuro assetto sociale ed economico del cantone. Questi alunni non hanno più successo perché sono più intelligenti, ma perché vivono in condizioni materiali migliori rispetto ai loro coetanei; perché possono permettersi recuperi e lezioni private; perché non vivono in una situazione familiare stressata, dove ogni giorno si lotta per arrivare alla fine del mese.

Ma i pochi che, nonostante le continue difficoltà, riescono ad avere successo negli studi; si ritrovano nuovamente svantaggiati da condizioni di studio precarie!

Tasse di iscrizione in aumento, costi della vita sempre più alti, condizioni economiche sempre più instabili; sono solo la punta dell’iceberg delle difficoltà oggettive vissute dagli studenti.

Il 75% degli studenti universitari in Svizzera esercita un’attività lavorativa a côté degli studi, mentre le borse di studio in Ticino arrivano solo a 16’000 franchi annui, una cifra ben lontana dai 25000 necessari per gli studi secondo l’Ufficio federale di statistica.

Malgrado questo scenario sconcertante, negli ultimi 2 anni il Cantone è riuscito a tagliare ben 5 milioni sulla spesa per gli assegni di studio! Sempre più famiglie del ceto medio non possono più ottenere una borsa di studio e sono costretti ad indebitarsi per studiare: tutto ciò con il beneplacito del Cantone! Come si può pensare che tagliare sull’istruzione sia la soluzione per risolvere i problemi del Cantone, come si può pensare, in un momento dove il divario tra ricchi e poveri è alle massime storiche, di tagliare sulle borse di studio: vero e proprio strumento di ridistribuzione della ricchezza!

Questa situazione è assolutamente inaccettabile! É necessario reagire e opporsi a questo tipo di politiche, le quali sono le principali responsabili di creare il precariato del futuro! É necessario invertire la tendenza!

Per questo motivo il sindacato studentesco ha chiesto a voce alta alle autorità di rafforzare le condizioni di studio a partire proprio dalle borse di studio, lanciando una petizione che ha raccolto oltre 2200 firme, scendendo in piazza in tutto il Cantone e a Berna in occasione della settimana di azione nazionale organizzata con Azione_Istruzione!

Al momento il governo cantonale ha fatto sapere che si impegnerà a migliorare parzialmente le condizioni sempre più insopportabili degli studenti. Un primo risultato importante, ottenuto solamente grazie alle energie e alla convinzione dei militanti sindacali, che per mesi si sono impegnati a lavorare duramente con gli studenti ticinesi; è questa la formula del successo: unità e organizzazione!

Tuttavia quanto promesso dal Cantone è ancora largamente insufficiente: per questo motivo continueremo sulla strada percorsa, per garantire una vera parità di formazione e per contrastare le politiche anti-sociali che non fanno altro che peggiorare le condizioni di vita delle famiglie e degli studenti!

Rudi Alves, coordinatore del SISA.


Guarda qui il video del discorso!

L’istruzione non è una merce, la scuola non è un’azienda!

Il seguente discorso è stato pronunciato dal coordinatore del SISA Zeno Casella in occasione della manifestazione nazionale in difesa dell’istruzione svoltasi a Berna sabato 24 marzo 2018.


Guten Tag an alle,

Ich vertrete die Unabhängige Gewerkschaft der Studenten und Auszubildenden des Kantons Tessin, die SISA. Weil diese Demo eine nationale Demo ist, haben wir gedacht, dass es richtig währe, allen Nationalsprachen Raum zu geben. Daher werde ich meine Rede auf Italienisch halten: Ich hoffe, dass ihr es verstehen könnt.

Bonjour à toutes et à tous,

Je répresente le syndicat indépendant des étudiants et des apprentis du Canton Tessin, le SISA. Vue que celle d’aujourd’hui est une manifestation nationale on a pensé qu’il était juste de donner de l’espace à toutes les langues nationales. Je vais donc faire mon discours en italien : j’espère que vous pourriez quand même le comprendre.


In tutto il mondo occidentale assistiamo da ormai più di 20 anni ad un attacco frontale alla scuola pubblica e al diritto allo studio: le direttive dell’Unione Europea e dell’OCSE hanno infatti promosso lo smantellamento neo-liberale dei nostri diritti in quanto studenti e cittadini. La strategia di Lisbona, il processo di Bologna, le misure d’austerità imposte agli Stati occidentali, hanno portato a massicce riduzioni della spesa per l’istruzione pubblica e ad una progressiva mercificazione della scuola, come dimostrato dalle più recenti riforme applicate in Italia, Francia, Spagna, ecc.

A questa dinamica non è purtroppo sfuggita nemmeno la Svizzera che, benché non faccia parte dell’Unione Europea, ha recepito e adottato le stesse identiche ricette del resto del continente. Quasi ogni anno assistiamo a nuovi tagli e a nuove misure d’austerità nell’ambito dell’istruzione, passata dall’essere un diritto fondamentale dei cittadini ad un servizio a pagamento in cui solo chi proviene dalle classi sociali più alte può permettersi di seguire degli studi accademici: la recente ondata di aumenti delle tasse universitarie conferma purtroppo questa tendenza. All’interno delle università l’intervento del capitale privato e del padronato è sempre più evidente ed invadente: professionalizzando i percorsi scolastici e sponsorizzando la ricerca accademica, l’oligarchia elvetica sta riuscendo a modellare la scuola pubblica ai propri obiettivi di profitto a breve termine.

Il Ticino non fa eccezione: da ormai più di 20 anni gli attacchi alla scuola pubblica stanno devastando uno dei sistemi scolastici più avanzati e democratici del paese, riducendo l’equità dell’istruzione e svuotandola di ogni valore umanista, di qualunque traccia di pensiero critico. Tagli all’offerta formativa, aumento dei costi di formazione per le famiglie, riduzione dei salari dei docenti, ecc.: l’elenco potrebbe continuare a lungo. Negli ultimi 3-4 anni il Cantone ha poi tagliato drasticamente la spesa per le borse di studio, senza curarsi delle conseguenze sociali di queste decisioni: in soli due anni la spesa per gli aiuti allo studio in Ticino è diminuita di ben 5 milioni di franchi, escludendo da questi sussidi circa un quarto dei beneficiari precedenti! Ora però i soldi a quanto pare saltano nuovamente fuori, dato che Governo e Parlamento hanno approvato senza troppi problemi dei generosissimi sgravi fiscali ai ricchi e alle aziende per ben 50 milioni di franchi!

È arrivato il momento di dire basta a queste politiche d’austerità fatte sempre e solo sulle spalle delle fasce più deboli della popolazione, a questo smantellamento dei nostri diritti sociali, a questo progressivo asservimento dell’istruzione alle esigenze contingenti dell’economia privata! Bisogna dirlo chiaro e forte: l’istruzione non è una merce, la scuola non è un’azienda! È ora di invertire la rotta, di rafforzare la scuola pubblica e di tornare a concepire l’istruzione come un investimento per il futuro: per questo rivendichiamo un’istruzione rigorosamente pubblica, emancipatrice, umanista, democratica e partecipativa!

Zeno Casella, coordinatore del SISA.


Guarda qui il video del discorso!

Rafforziamo le borse di studio: teniamo a galla il Ticino!

La risoluzione qui riportata è stata approvato dall’Assemblea generale del SISA riunitasi sabato 18 novembre 2017 a Lugano (Leggi qui).

→ Scarica qui il file .pdf!


L’assemblea generale del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA), riunitasi a Lugano in data 18 novembre 2017, si è chinata sulla situazione odierna degli aiuti allo studio nel canton Ticino. In questo ambito, si critica aspramente l’attuale forma della Legge sugli aiuti allo studio (LAst), la quale non fa altro che mettere i bastoni tra le ruote tanto alla futura classe lavoratrice, già costretta in una spirale distruttiva e viziosa, quanto allo sviluppo socio-economico regionale e nazionale.

In un contesto in cui le idee neoliberali hanno il pieno dominio del dibattito politico, negli scorsi anni hanno avuto luogo diverse trasformazioni in materia di sostegno finanziario per gli studenti. Ci si riferisce in primo luogo all’adesione del 2011 all’Accordo intercantonale per l’armonizzazione dei criteri per la concessione degli aiuti allo studio, il quale, oltre a peggiorare profondamente il sistema allora vigente, ha mutato sensibilmente la logica di fondo di questo servizio. Proprio nel messaggio di adesione del cantone Ticino al sopracitato accordo, si sancisce infatti il principio di sussidiarietà, il quale intacca pesantemente la possibilità di ammissione all’aiuto allo studio, scaricando di fatto ogni peso di carattere finanziario sulle spalle dello studente e della propria famiglia. Quest’ultimo punto costituisce un importante ostacolo per il beneficio del diritto allo studio (sancito dalla costituzione!) e distorce quella che dovrebbe essere la filosofia di questa legge: redistribuire tra le nuove generazioni la ricchezza concentrata nelle mani di pochi dal sistema capitalista, per garantire a tutti i giovani delle vere pari opportunità formative e professionali.

Se prima dell’entrata in vigore del suddetto accordo ottenere un assegno per la propria formazione accademica era relativamente più semplice, oggi gli studenti ticinesi, che hanno oggettivamente maggiori difficoltà economiche rispetto ai coetanei d’Oltralpe, sono confrontati con più impedimenti nell’acquisizione di un sussidio formativo. Il tutto giustificato da una retorica a sostegno dei più svantaggiati, senza tenere tuttavia in considerazione che coloro che stanno subendo il peso delle politiche sempre più orientate agli interessi della classe borghese nazionale e transnazionale sono anche le fasce della popolazione appartenenti alla classe media/medio-bassa, la quale è stata esclusa dal nuovo metodo di calcolo per la concessione delle borse di studio.

A sostegno di quanto appena detto è sufficiente osservare lo sviluppo negativo che le richieste accolte per l’ottenimento degli aiuti allo studio hanno avuto dal 2012 al 2015: la quota di ammissione a questo sussidio è passata dal 60% al 45%.

La pericolosità di questo sviluppo è maggiormente accentuata dalla possibilità di trasformare in prestiti di un terzo delle borse di studio per gli studenti di master, per di più con lo Stato che si affida al mercato immobiliare per stabilire i tassi di interesse per la restituzione del capitale prestato. Oltre ad essere pienamente in contrasto con una politica di ridistribuzione della ricchezza e aiuto sociale, quello assunto è un comportamento estremamente irresponsabile: il mercato degli immobili si trova infatti alle porte di una bolla speculativa che mette in grave pericolo la popolazione giovanile in formazione e indebitata.

Precarietà, disoccupazione e indebitamento giovanile sono purtroppo da tempo all’ordine del giorno, proprio a causa delle politiche sopracitate: la disoccupazione giovanile ai sensi dell’ILO in Ticino è vertiginosamente aumentata negli ultimi anni, passando dall’8% del 2002 al 17% del 2014; la percentuale dei giovani in assistenza (al di sotto dei 35 anni di età) è cresciuta del 74% negli ultimi 4 anni (passando dai 2260 casi del 2012 ai 3900 del 2016); infine, va ricordato come circa il 38% dei giovani svizzeri sia già oggi indebitato. In questo contesto è più che mai necessario adoperarsi per assicurare un futuro stabile ai giovani e ai lavoratori del futuro, garantendo un percorso formativo privo di ostacoli e difficoltà finanziarie con l’obiettivo di fornire ai giovani una solidità fondamentale per lo sviluppo personale e collettivo dell’intera società.

Di fronte ad una situazione delle finanze cantonali non più critica come gli anni passati (quantomeno come veniva presentata da Governo e Parlamento), dove il DFE annuncia persino un avanzo di esercizio di 7.5 milioni, il sindacato ritiene più che doveroso avanzare diverse proposte per migliorare e rafforzare il sostegno finanziario agli studenti ticinesi. In questa ottica è dunque indispensabile modificare alcuni passaggi della Legge sugli aiuti allo studio (LAst) del 2015, fortemente influenzata dal famoso concordato di armonizzazione, con lo scopo di invertire l’inverosimile e poco lungimirante direzione intrapresa dal DECS. Nell’annesso seguente vengono illustrate le modifiche alla LAst che il SISA propone di adottare per raggiungere tale obiettivo.

Per difendere e potenziare il diritto allo studio e assicurare un futuro allo sviluppo socio-economico della nostra regione, il sindacato studentesco intende lanciare una petizione, la quale tiene conto della situazione economica sopracitata, con il chiaro intento di riorientare la politica scolastica e giovanile in un senso maggiormente virtuoso. Proprio perché il ramo produttivo sta andando e parzialmente già si trova in un quadro generale stagnante, è più che imperativo rafforzare la formazione di alto livello della classe lavoratrice per garantire all’economia ticinese un potenziale di sviluppo necessario a reggere la crescente concorrenza globale. Questione altrettanto importante di quanto appena descritto, un approccio più integrativo, che garantisca una mobilità sociale maggiore, non può che migliorare la situazione occupazionale e sociale della futura fascia attiva della popolazione ticinese, andando quindi ad attenuare e, si auspica, ad eliminare la sempre più accentuata precarizzazione dei lavoratori.

Lugano, 18 novembre 2017.


Annesso – La proposta del SISA per una riforma della LAst

  1. Modificare l’articolo 6 capoverso 1 della Legge sugli aiuti allo studio (LAst) come segue: “L’aiuto allo studio corrisponde alla differenza tra i costi di formazione e la quota di partecipazione personale (…), ritenuto un massimo di 20’000.–” (ora: 16’000).
  2. Modificare l’art. 6 cpv. 3 della LAst come segue: “L’aiuto è versato solo se risulta di almeno fr. 500.–” (ora: 1’000.– per formazioni di grado secondario II e 1500.– per formazioni di grado terziario).
  3. Modificare l’art. 8 cpv. 2 come segue: “Dell’ammontare risultante, il Consiglio di Stato decide annualmente con decreto esecutivo la quota considerata quale importo a disposizione della famiglia per il finanziamento dell’istruzione dei figli secondo i seguenti parametri progressivi: a) il 20% sui primi fr. 30’000.– (ora: tra il 20% e il 40%); b) tra il 30% e il 40% sui successivi fr. 50’000.– (ora: tra il 40% e il 60%); c) tra il 50% e l’60% sul rimanente (ora: tra il 60% e l’80%)”.
  4. Abrogare l’art. 14 cpv. 2 della LAst (“Le borse di studio per i richiedenti che seguono un master possono essere convertite fino a un massimo di un terzo in prestiti per decisione del Consiglio di Stato”).
  5. Modificare l’art. 16 cpv. 2 della LAst come segue: “Il prestito di studio è concesso per: (…) e) integrare la borsa di studio” (ora: “e) integrare e supplire la borsa di studio”).
  6. Modificare l’art. 18 cpv. 3 della LAst come segue: “A contare dal 1° gennaio dell’anno successivo alla conclusione o all’interruzione degli studi la restituzione (del prestito) è esente da interesse” (ora: “A contare dal 1° gennaio dell’anno successivo alla conclusione o all’interruzione degli studi: a) i primi due anni sono esenti da interesse; b) dal terzo anno viene conteggiato un interesse sull’importo ancora scoperto al tasso variabile preteso dalla Banca dello Stato per le ipoteche di primo rango.”).

 

Abolizione del servizio militare obbligatorio

Il servizio militare obbligatorio rappresenta per il SISA una delle grandi ingiustizie cui sono confrontati i giovani ticinesi: senza venir mai informati adeguatamente sulle (esistenti) alternative, molti di loro si trovano costretti per vari mesi in un ambiente autoritario e nazionalista, costretti ad eseguire ordini insensati e ad obbedire ai superiori senza possibilità di protestare. L’uscita da questo inferno viene poi puntualmente ostacolata dalla gerarchia militare, grazie a pressioni psicologiche e rallentamenti burocratici.

Purtroppo questa pratica assurda, figlia di un tempo ormai lontano, non dà nessun segno di essere giunta al capolinea: i vertici militari, ben rappresentati negli ambienti politici, riescono non solo ad assicurare il futuro all’armata, ma ottengono anche puntualmente la concessione di budget spropositati che vanno ad erodere il finanziamento di altri servizi pubblici (questi sì, davvero indispensabili).

ZKG3639_929d7c963cIl servizio civile, unica vera alternativa alla leva obbligatoria, è poi continuamente screditato e vittima di forti discriminazioni, a partire dalla durata stessa dell’impiego (una volta e mezza del militare). L’informazione fornita ai giovani prima del reclutamento, impartita dai militari stessi, è poi spesso carente e piena di giudizi negativi, che mascherano la reale utilità sociale e la soddisfazione che derivano da questa scelta.

Il SISA rivendica quindi la completa abolizione del servizio militare obbligatorio, la fine delle intimidazioni e delle pressioni sulle reclute, un’informazione completa e oggettiva sul servizio e la protezione civili, così come la fine dei finanziamenti “ad annaffiatoio” nelle casse dell’armata (che vanno a togliere soldi a servizi ben più importanti, come la formazione: leggi qui).

Ecco alcune prese di posizione del sindacato sulla questione:

Educazione laica e aconfessionale

Ora-di-religione-scuola-233x300Il SISA è da sempre impegnato nella difesa del carattere laico e aconfessionale dell’istruzione pubblica, il quale non è purtroppo del tutto assicurato in Ticino: le lezioni di religione, vero e proprio spazio pubblico concesso al clero per propagandare la propria fede (che dovrebbe rimanere una questione privata e esterna alla scuola), vengono considerate intoccabili da una buona parte della classe politica.

Negli ultimi anni si sono registrati alcuni tentativi di “mascherare” questa palese violazione della laicità dello Stato, proponendo di introdurre una lezione (obbligatoria!) di “storia delle religioni”: essa non è però altro che una formula leggermente differente del corso di religione già esistente. Benché, lodevolmente, si ponga l’obiettivo di trattare l’ambito confessionale con una visione a 360°, analizzando tutte le maggiori fedi esistenti oggigiorno, questa “storia delle religioni” si pone al di fuori di una seria e concreta analisi storica del fenomeno religioso.

religione-a-scuola-no-grazieNon si vuole quindi andare a trattare i motivi storici, economici e sociali alla base della creazione dei vari culti, tralasciando quindi alcuni tra gli aspetti più importanti di questi ultimi.

Il SISA ribadisce quindi la necessità di abolire completamente le lezioni di religione dai programmi di studio delle scuole pubbliche e di inserire la tematica del fenomeno religioso all’interno dei corsi di storia e geografia, che possono dare una visione più globale, completa e oggettiva della questione: la scuola deve venir fatta dai professori, non dai preti!

Ecco alcune delle prese di posizione pubblicate dal SISA in merito:


 

Edilizia scolastica

Da qualche decennio il degrado delle infrastrutture della scuola pubblica ticinese è sempre più evidente: all’aumento della popolazione scolastica non è seguita la pianificazione e la creazione di nuove strutture, per adeguarsi ai tempi che corrono.

Il degrado dell’infrastruttura scolastica in Ticino

La scuola pubblica ticinese vive ormai da anni una situazione di grave abbandono delle proprie infrastrutture: gli edifici scolastici, in buona parte costruiti nel periodo di grande scolarizzazione degli anni ’60-’70, non hanno più ricevuto (tranne qualche eccezione) nessun intervento di ammodernamento e ristrutturazione. Per quanto riguarda l’edificazione di nuove strutture, la situazione è analoga: salvo alcune sporadiche anomalie, il Ticino non dispone di quasi nessuna nuova scuola.

Le seguenti fotografie (scattate all’interno del Liceo di Lugano 1) testimoniano lo stato dell’infrastruttura attuale:

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La politica delle baracche

Per ovviare a questa situazione, la politica del Dipartimento dell’Educazione è finora sempre stata quella di installare delle aule prefabbricate laddove si verificava un eccessivo degrado delle strutture (tale da non permettere più di svolgervi delle lezioni) o laddove l’aumento del numero di studenti non permetteva più di stipare ulteriormente l’edificio.

Questo è il risultato (1a foto: SCC Bellinzona; 2a foto: Liceo di Lugano 1):

Aule prefabbricate fotografate lo scorso anno alla Scuola cantonale di commercio di Bellinzona- fra i maggiori interventi previsti ci sono quelli al campus ex Torretta

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La reazione del SISA: “Chiediamo un piano cantonale per l’edilizia scolastica!”

Nel 2014, a seguito dell’ennesimo caso di degrado delle strutture ospitanti le scuole pubbliche (al LiLu2 era stato appena reso noto il progetto di installare delle aule prefabbricate aggiuntive sul sedime della scuola), il SISA lancia una campagna di sensibilizzazione sul territorio.

Ecco il volantino distribuito in varie scuole ticinesi (scaricalo qui):

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Qualcosa si muove…

Nel settembre 2015 però le cose iniziano a sbloccarsi: il DECS lancia un “masterplan sull’edilizia scolastica” da 600 milioni (spalmati su 16 anni, tra il 2015 e il 2031) che promette di iniziare quantomeno a rivalutare la situazione. Il progetto è consultabile al seguente link: Masterplan DECS

Grazie anche al lavoro di protesta svolto dal SISA negli anni si inizia quindi a scorgere una luce in fondo al tunnel: ora occorre però essere più che mai vigili, dal momento che la messa in atto del piano d’investimento è tutt’altro che scontata…

Mense e trasporti pubblici

Il SISA ha sostenuto fin dai suoi albori la necessità di prevedere un trasporto pubblico gratuito per i giovani in formazione.

Il SISA chiede di introdurre un sistema di prezzi variabile in funzione del reddito delle famiglie dei vari studenti.


Flirt TILO Milano Centrale 2TRASPORTI PUBBLICI GRATUITI PER I GIOVANI IN FORMAZIONE: UNA STORICA RIVENDICAZIONE DEL SISA

Il SISA ha sostenuto fin dai suoi albori la necessità di prevedere un trasporto pubblico gratuito per i giovani in formazione: essi costituiscono infatti una classe senza reddito e tramite il diritto ad usufruire gratuitamente del servizio avrebbero la possibilità di ricevere una forma di salario indiretto.

Per questo il SISA si è mosso rapidamente quando, nel novembre 2014, in Gran Consiglio vengono poste all’ordine del giorno la discussione e la votazione sull’introduzione di un simile provvedimento (ai sensi dell’iniziativa parlamentare, il trasporto pubblico sarebbe stato gratuito unicamente per i minorenni).

Ecco il comunicato stampa diffuso in sostegno all’iniziativa e il seguente, in cui viene preso atto della bocciatura e si ribadisce la necessità della concessione di questo diritto:

SISA, sì ai trasporti pubblici gratuiti per i giovani

Mezzi gratis per i giovani: la lotta continua


 MENSE SCOLASTICHE: IL SISA IN PRIMA LINEA PER UN SERVIZIO PUBBLICO A PREZZI ACCESSIBILI PER STUDENTI E APPRENDISTI

Il SISA rivendica da ormai vari anni  un servizio di refezione scolastica che sia adatto alle esigenze degli studenti: la parziale cantonalizzazione delle mense scolastiche e la creazione del progetto Restò hanno quindi ricevuto il pieno sostegno del sindacato (vedi Il DECS ristatalizza le mense: il SISA aveva ragione), dal momento che solo la messa in funzione di un servizio pubblico efficiente avrebbe permesso di contenere l’aumento dei prezzi dei pasti nelle mescite.

Questi erano infatti soggetti ad una costante crescita causata dal monopolio di alcune aziende private operanti nel settore (in primis la Comida SA di Lugano): puntando su una pubblicizzazione del servizio, estraneo alle logiche di mercato delle imprese private, il DECS avrebbe quindi avuto gli strumenti per promuovere una politica di calmierazione dei prezzi.

Tutto ciò purtroppo non accadde.

Il Preventivo dello Stato per il 2015 porta infatti con sè un boccone amaro per gli studenti ticinesi: i prezzi dei pasti aumentano in media del 20% (con picchi fino al 50%), vanificando qualunque prospettiva di riduzione del costo della vita per gli allievi e le loro famiglie.

Il SISA si mobilita immediatamente e prende posizione sul tema (vedi risoluzione assembleare Fare ECOnomia: BICer püsee caar, a mörom da FAM!), lanciando una petizione per chiedere al Consiglio di Stato di ritornare al precedente scalino di prezzi.

A fine gennaio 2015 vengono consegnate circa 1300 firme, le quali purtroppo verranno puntualmente ignorate dalle autorità, ancora una volta insensibili ai problemi finanziari delle classi meno abbienti e sorde a qualsiasi appello ad una politica di sostegno indiretto (come ad esempio il mantenimento di un livello di prezzi popolare).

Il SISA però non si arrende e risponde al governo (vedi Caro mense, governo incoerente), chiedendo di introdurre un sistema di prezzi variabile in funzione del reddito delle famiglie dei vari studenti: così facendo si riuscirebbe comunque a incassare qualche soldo in più e soprattutto si garantirebbe un servizio socialmente equo.

Scuola dell’obbligo: tanto vale lasciarla così!

Il presente seguente documento è una prima “ricognizione” circa le principali criticità del progetto di riforma “La scuola che verrà”, pubblicato dal SISA nel settembre 2016. Esso è stato aggiornato da un memorandum consegnato al DECS quale risposta alla seconda fase di consultazione.

Scarica qui il file pdf


La scuola dell’obbligo ticinese sta oggi vivendo un periodo di profondo mutamento, in conseguenza dell’adesione del Ticino al concordato HarmoS, entrato in vigore nel 2009 e in via d’implementazione proprio in questi anni.

Tale processo di riforma presenta però varie e importanti criticità, in quanto numerose proposte avanzate dal DECS e dalla politica rischiano di compromettere seriamente le pari opportunità di formazione dei cittadini e di portare ad una pericolosa deriva neo-liberista della scuola pubblica.

HarmoS: una voce nel deserto

dia-3Al momento dell’adesione all’accordo intercantonale sull’armonizzazione della scuola obbligatoria (HarmoS), quella del SISA fu l’unica voce critica a levarsi contro l’adesione del Ticino, denunciando i pericoli per il diritto allo studio e per la democrazia stessa del nostro Cantone.

I nodi principali cui ci si era opposti sono i seguenti:

  1. La messa in competizione di istituti e sistemi scolastici: “misurando” e pubblicando i risultati scolastici degli allievi, periodicamente valutati tramite apposite prove intercantonali (in cui rientrano ad esempio anche i test PISA), si vuole andare a creare una vera e propria concorrenza tra scuole e sistemi scolastici. Le famiglie, libere di scegliere ove iscrivere i propri figli, sarebbero indotte a paragonare le performance dei vari istituti e a cercare la “soluzione migliore”: questa scelta potrebbe venir effettuata però unicamente dalle fasce più alte della popolazione, finanziariamente in grado di pagare trasporti, pasti, materiale scolastico supplementare, ecc. Si creerebbero quindi le famose “scuole di serie A e di serie B”, differenziate per qualità dell’insegnamento e per origine sociale degli studenti.
  2. L’insegnamento per competenze: il concordato prevede, traendo ispirazione dalla rivoluzione pedagogica promossa da grandi organizzazioni sovranazionali come l’UE e l’OCSE, che l’insegnamento non verta più sull’acquisizione di conoscenze e sullo sviluppo dell’autonomia di pensiero, bensì sull’acquisizione di alcune competenze di base, perfettamente funzionali alle esigenze del mercato del lavoro odierno. Queste si possono dividere in competenze ancora vagamente disciplinari (che vertono principalmente sulle lingue e le materie scientifiche) e in competenze “trasversali”, ovvero quegli atteggiamenti, quelle capacità che permettono allo studente di risolvere problemi, di relazionarsi con i compagni (e in futuro con i colleghi), ecc. Tra queste possiamo riconoscere la “collaborazione”, la “comunicazione”, il “pensiero creativo”, ecc. (per più dettagli rinviamo al nuovo Piano di studi della scuola dell’obbligo ticinese). Tutto ciò porta però ad un impoverimento culturale della maggioranza della popolazione (in particolare delle classi sociali più basse, le quali non dispongono di mezzi alternativi alla scuola per istruirsi) e ad un annullamento dello spirito critico dei cittadini: se la scuola insegna unicamente come utilizzare un computer e come lavorare bene in gruppo (tralasciando la storia, la geografia, la letteratura), come si potrà divenire coscienti della propria posizione sociale, dei propri interessi e di come organizzarsi per difenderli?
  3. La certificazione dell’informale: introducendo una nuova e più ampia forma di certificazione degli apprendimenti (oggi limitata al semplice “libretto”), il cosiddetto “portfolio delle competenze” o “profilo dell’allievo”, la scuola pubblica diverrà un luogo di semplice registrazione delle competenze acquisite altrove dagli studenti. Questo nuovo strumento permetterà infatti di documentare il processo di apprendimento, tanto a livello formale (ovvero quello scolastico), quanto quello informale (ovvero quello extrascolastico). In questo modo, gli studenti che avranno la possibilità, grazie alle risorse economiche della propria famiglia, di frequentare lezioni private fuori scuola, di compiere viaggi di studio o soggiorni linguistici, ecc. potranno vedersi riconosciuto (e attestato, nero su bianco!) il proprio grado di superiorità rispetto ai propri compagni meno benestanti. Ciò che permette poi naturalmente di accedere a formazioni superiori e a posizioni sociali di prestigio maggiore rispetto alla “massa”.

Queste problematiche non vennero minimamente considerate nemmeno dalla sinistra, e l’adesione al concordato divenne realtà grazie anche al sostegno diretto del Partito Socialista (ancora una volta, relatore per la commissione scolastica fu Carlo Lepori).

Ed è proprio quel Partito Socialista che promosse l’entrata del Ticino in HarmoS a rendersi ora protagonista, tramite il suo Consigliere di Stato Manuele Bertoli, della sua implementazione, spingendosi ben oltre a quanto di negativo già c’era nell’accordo.

La “scuola che verrà”: il lupo travestito da pecora

Il progetto di riforma della scuola dell’obbligo intitolato “La scuola che verrà“, presentato nel 2014 ed entrato ora nella sua seconda fase di consultazione, presenta infatti alcuni aspetti che possono essere condivisibili e interessanti, ma anche varie misure riorganizzative alquanto pericolose.

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Tra gli interventi positivi possiamo inserire: 

  1. Offerta sistematica di forme didattiche differenziate: diversificando lo spettro delle attività didattiche (creando giornate-progetto, atelier, ecc.) e uscendo dalla vetusta logica della lezione frontale, si potrà fornire agli studenti un’esperienza educativa molto più variegata e interessante di quanto non sia oggi.
  2. Opzioni e pedagogia differenziata: eliminando l’iniquo sistema del livelli A e B e favorendo invece una pedagogia differenziata grazie alla quale tutto il gruppo-classe possa beneficiare delle potenzialità degli studenti più capaci (questi, posti in un contesto cooperativo, potrebbero aiutare i più deboli a colmare le proprie lacune), si potranno apportare sensibili miglioramenti al modello inclusivo che è alla base della scuola media ticinese. Ciò vale anche per quanto concerne le opzioni: garantendo agli studenti un’offerta scolastica ampia e diversificata, si potrà permettere a tutti di coltivare i propri interessi senza dipendere dal portafoglio dei genitori (ricordiamo che non tutti hanno la possibilità di permettersi attività extrascolastiche…).
  3. Minor rigidità nell’accesso alle formazioni del secondario II: sostituendo il sistema di selezione su base numerica al termine della scolarità obbligatoria con un più mirato e sensibile sistema di orientamento scolastico, si potranno correggere i profondi squilibri tra le opportunità formative delle varie classi sociali (come dimostrano i dati, gli studenti del ceto medio-basso sono notevolmente sovrarappresentati nelle scuole professionali e nell’apprendistato rispetto ai propri compagni benestanti; la situazione è speculare per quanto riguarda le scuole medie superiori).

Fin qui, nulla da eccepire, anzi. I principi di “equità” e “inclusività”, ribaditi fin dalle prime righe del documento, verrebbero indubbiamente rafforzati da interventi di questo tipo. Tuttavia, non mancano altri aspetti, di carattere più organizzativo, che potrebbero renderli vani (o quantomeno secondari):

  1. l’introduzione del profilo dell’allievo (rimandiamo al commento precedente);
  2. l’insegnamento per competenze (idem);
  3. l’autonomia amministrativa degli istituti scolastici: con la trasformazione delle singole scuole in “Unità amministrative autonome” (UAA), il DECS intende conferire maggiore autonomia amministrativa agli istituti. Dovendo gestire autonomamente il budget della scuola, pianificando annualmente spese e investimenti, le direzioni degli istituti (sempre più paragonabili a dei veri e propri consigli di amministrazione) cesseranno di lavorare come elementi interconnessi di una rete scolastica votata al perseguimento degli stessi obiettivi educativi. Esse inizieranno invece ad agire secondo una logica imprenditoriale (mirando al “meglio” per la propria scuola) e a relazionarsi con la realtà locale (come entità indipendenti) con proprie finalità e proprie modalità di gestione, “adattandosi al territorio” per sfruttarne al meglio le potenzialità. Ciò rischia naturalmente di tradursi in particolari strategie di “autofinanziamento” o di collaborazione con enti extrascolastici in grado di assicurare loro fondi, attrezzature e know-how di cui il Cantone sarebbe ben felice di potersi non occupare (secondo la dottrina risparmista ormai imperante, poter spendere meno per la scuola sarebbe un toccasana per l’economia cantonale, in quanto permetterebbe di sgravare fiscalmente imprese e persone fisiche). In soldoni, si tratterebbe di permettere all’imprenditoria privata di entrare nelle scuole, finanziandole e promuovendo i propri interessi in termini di formazione della manodopera e di educazione dei consumatori: se l’ente pubblico si ritira (come fa da ormai 20 anni, forse senza risparmi massicci, ma sicuramente senza investire quanto sarebbe necessario), allora il privato subentra, con il notevole vantaggio di poter gestire in prima persona i propri investimenti, modulandoli e adattandoli alle proprie esigenze (senza l’ingombrante intermediazione dello Stato). Oltre a questo rischio di “privatizzazione strisciante” delle scuole, possiamo ipotizzare lo sviluppo di un altro fenomeno altrettanto preoccupante: la creazione di un malsano regime di concorrenza tra istituti. Concedendo alle scuole ampi margini di autonomia amministrativa e promuovendo implicitamente questo tipo di gestione imprenditoriale, queste verrebbero poste in competizione l’una con l’altra, cercando ognuna di accaparrarsi gli investimenti dei privati (che diverrebbero la principale fonte di fondi per permettere lo svolgimento e lo sviluppo dell’attività educativa) e di prevalere sulle altre in termini di “redditività” e di performance. Ciò andrebbe però a scapito degli istituti che già oggi presentano degli svantaggi, come le scuole di valle o di periferia (le quali devono sopportare costi maggiori a causa del trasporto e della refezione degli studenti nel primo caso, e di maggiori necessità in termini di sostegno pedagogico, linguistico ed extrascolastico conseguenti alla composizione sociale degli studenti nel secondo): queste scuole rappresenterebbero difficilmente delle buone destinazioni per degli investimenti privati, e verrebbero quindi abbandonate a sé stesse, trasformandosi nelle famose “scuole di serie B”. Certamente una multinazionale come Apple non fornirebbe un iPad ad ogni studente della scuola media di Stabio se sapesse che quasi nessuno dei genitori dispone dei soldi per acquistarne uno per casa; rispettivamente, una banca come UBS non promuoverebbe dei corsi di contabilità o di matematica nella scuola media di Cevio, sapendo che in pochi saranno motivati ad iscriversi alla Scuola Cantonale di Commercio in seguito.
  4. maggiore coinvolgimento delle direzioni nei processi di scelta e di accompagnamento dei docenti: permettendo ai Consigli di direzione di partecipare alle procedure di assunzione (e di licenziamento?) dei docenti, ampliando il loro spettro di competenze in materia (che oggi si “limita” ad alcuni aspetti della valutazione degli insegnanti), il DECS intende portare ad un livello più basso la gestione del personale, con l’obiettivo di conformarla alle particolari esigenze dei singoli istituti. In realtà, ciò porterebbe ad un clima di lavoro fatto di tensione e sospetto (i docenti non nominati, posti in regime di sorveglianza continua, dovrebbero cercare di impressionare positivamente la direzione d’istituto pur di ottenere il posto, entrando in competizione con i colleghi), con il rischio di ulteriori derive di stampo aziendalistico: in altre realtà (come ad esempio in Italia) si sta già assistendo all’introduzione di sistemi di remunerazione in funzione delle prestazioni, con veri e propri “bonus” annuali per i docenti “più meritevoli”, stabiliti proprio dalle direzioni d’istituto. Le conseguenze sarebbero devastanti: invece del rafforzamento della “comunità di apprendimento” e del “co-teaching”, nelle nostre scuole si creerebbe un ambiente di concorrenza asfissiante e nocivo per il bene stesso degli alunni.

Possiamo quindi concludere che la riforma di Bertoli, partendo da presupposti condivisibili quali ad esempio il “mantenimento dell’equità” (anche se forse sarebbe meglio parlare di una sua vera implementazione), si rivela essere un progetto perfettamente funzionale agli auspici del mercato e alle direttive neo-liberiste in materia di formazione. Essa pone infatti le basi per poter spalancare le porte della scuola pubblica alle imprese private, grazie a qualche semplice adattamento legislativo che nel contesto politico attuale sarebbe difficilmente contrastabile. Se in parlamento la sinistra è ormai del tutto marginale, c’è ben poco da sperare in un ipotetico successo in caso di referendum: ricordiamo tutti come è andata finire con le iniziative sulla scuola della VPOD…

La scuola che vogliamo”: la scuola che  (purtroppo) verrà?

fabbrica-scuolaNel settembre 2013, i deputati di Area Liberale Sergio Morisoli e Paolo Pamini ha presentato un’iniziativa parlamentare elaborata, intitolata “La scuola che vogliamo”, che porterà di fronte al Gran Consiglio gli adeguamenti legislativi che permetteranno di “colmare i vuoti” presenti nel progetto “La scuola che verrà”. La trentina di modifiche alla Legge della scuola proposte dall’iniziativa vanno infatti nella direzione di trasformare la scuola pubblica, intesa come luogo di istruzione dei cittadini e di formazione di un pensiero libero e critico, in un “libero mercato” formato da strutture formative indipendenti, sottoposte alle esigenze puntuali dell’economia privata e prive di qualsiasi valore socializzante o civile.

A titolo d’esempio, ricordiamo: il potere di nomina e di licenziamento dei docenti delegato alle direzioni; la libertà di scelta di istituto dove mandare i figli; parificazione definitiva tra scuole pubbliche e private; monitoraggio e valutazione annuale delle prestazioni dei docenti; commissione tripartita per i piani di studio; partecipazione di enti educativi profit e non profit; ecc.

Conclusione: meglio lasciarla così com’è oggi!

Né “La scuola che verrà” (seppure presenti alcuni aspetti interessanti e che occorrerebbe approfondire), né “La scuola che vogliamo” rappresentano un modello di scuola che corrisponda alle nostre aspirazioni: non rafforzano l’equità tra gli studenti, non garantiscono la necessaria indipendenza dal mercato, non favoriscono il libero sviluppo degli studenti né la formazione dello spirito critico fondamentale per sopravvivere nella “communication society” in cui viviamo oggi, non puntano alla creazione di un clima di lavoro e di studio solidale e aperto.

peanuts-scuolaNoi non crediamo che la scuola dell’obbligo ticinese sia esente da difetti, anzi (ricordiamo l’annosa problematica della selezione sociale; la mancanza di supporti alle famiglie come mense, doposcuola, lezioni di sostegno; i piani di risparmio che continuano a colpire la scuola e il corpo docente; l’esistenza di un’istruzione “di serie A e B” perpetuata dai livelli a tedesco e matematica; un orientamento scolastico misero e spesso controproducente, …), ma certamente  non è così pessima come insistono a voler dire in molti: è una buona scuola, a cui purtroppo non vengono dati i mezzi (soprattutto finanziari) per portare a termine la propria missione con risultati soddisfacenti.

E se queste sono le ricette per cambiarla, allora noi preferiamo mantenerla così com’è oggi.