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Borse di studio? Gli studenti non dimenticano!

Oggi, 7 novembre 2018, in vari istituti scolastici ticinesi studentesse e studenti hanno manifestato in difesa del diritto allo studio. Numerosi studenti hanno esposto degli striscioni, rivendicando la fine dei tagli al sistema di aiuto allo studio e perorandone il rafforzamento. Il SISA (Sindacato Indipendente Studenti e Apprendisti) ha promosso i presidi di protesta, i quali sono avvenuti nell’ambito della “Giornata d’azione sulla precarizzazione nella formazione”, lanciata dall’alleanza studentesca nazionale Aktion_Bildung/Action_Education/Azione_Istruzione. L’attualità del tema della precarietà degli studi è confermata dalle conclusioni di un recente studio dell’Ufficio federale di statistica, secondo il quale ben il 23% degli studenti svizzeri valuta negativamente il proprio stato di salute (a fronte del 6% della popolazione totale della stessa fascia d’età). Una situazione, quest’ultima, direttamente collegata alle privazioni materiali che spesso caratterizzano la vita studentesca e all’esercizio di un’attività lavorativa à côté del percorso formativo (onere che in Svizzera riguarda ben 3 studenti universitari su 4).

Già nell’aprile di quest’anno il SISA aveva consegnato oltre 2200 firme a sostegno della petizione Per un rafforzamento delle borse di studio, di cui gli studenti attendono con ansia la discussione in parlamento. Questa petizione richiedeva l’annullamento delle precedenti e nocive misure di risparmio, nonché un ampliamento delle misure a garanzia dell’accesso agli studi superiori per gli studenti di tutte le origini sociali.

Con la ripresa della scuola diverse assemblee studentesche (quelle dei licei cantonali di Lugano 2, Mendrisio e Locarno, così come quelle del Centro Scolastico per le Industrie Artistiche (CSIA) e della Scuola Cantonale di Commercio (SCC) di Bellinzona) si sono espresse in difesa del diritto allo studio, richiedendo al GC di dare seguito alla stessa petizione, votando una risoluzione presentata dal sindacato. Il messaggio è chiaro e perentorio da parte della maggioranza del corpo studentesco ticinese: la petizione del SISA è valida e dev’essere accolta.

Gli studenti e le studentesse attendono dunque che il tema sia discusso dal parlamento, non capacitandosi dell’assenza del tema nell’ordine del giorno della seduta in attualmente in corso. Se alcuni membri della commissione scolastica, la quale dovrebbe aver già concluso da tempo i propri lavori e consegnato i rispettivi rapporti, ritengono di potere ignorare le richieste degli studenti – senza suscitare clamore e trattando il tema a margine dei lavori sul preventivo 2019 – si sbagliano.

Il SISA, forte del sostegno di diverse assemblee studentesche, richiede quindi un rafforzamento globale del sistema di aiuti allo studio, sopprimendo le misure di risparmio degli ultimi anni e ampliando il sostegno alle famiglie in difficoltà: l’istruzione non deve più essere intesa come un costo, bensì come un investimento per il futuro della nostra stessa società!

Le fotografie delle azioni di protesta

Dopo Emmen, abusi anche a Isone: rompiamo il velo di omertà dell’esercito!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA), venuto a conoscenza del nuovo caso di abusi militari verificatosi nella caserma di Isone, non può esimersi dal formulare alcune considerazioni al riguardo. Da questo nuovo episodio emerge chiaramente come il fenomeno degli abusi d’autorità all’interno dell’esercito sia tutt’altro che sporadico (come sostiene il ministro Norman Gobbi, che ha parlato di “casi marginali”), bensì estremamente diffuso e con protagonisti gli stessi graduati: a Isone, l’ordine di tirare una mazzata da 30kg in testa al proprio commilitone è arrivato direttamente dal caposezione. Inoltre, emerge anche come a fronte di simili punizioni corporali di estrema gravità (che avrebbero potuto provocare anche dei danni fisici permanenti), le sanzioni verso i responsabili siano totalmente ridicole ed inappropriate: pur avendo rischiato di provocare dei danni cerebrali ad una recluta, il graduato in questione se l’è cavata con 300 franchi di multa (l’equivalente di pochi giorni di indennità versategli dall’esercito).

Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: non è possibile andare avanti così, le autorità devono prendere dei provvedimenti seri per verificare quanto accaduto e per impedire che simili abusi si ripresentino. Per questo chiediamo che sia un’istanza indipendente, e non la giustizia militare, ad occuparsi dell’indagine e del giudizio circa quanto accaduto ad Emmen e ad Isone (dove, a quanto ci risulta, non è stata nemmeno avviata un’indagine disciplinare): l’esercito non può fungere sia da controllato che da controllore! Infine, invitiamo caldamente tutte le reclute e tutti i soldati vittima o testimoni di simili soprusi a rivolgersi al nostro sportello “SOS reclute” o a denunciare pubblicamente quanto accaduto: occorre rompere il velo di omertà che ancora ricopre l’operato dell’esercito!

Gragnola di sassi su una recluta: stop agli abusi in grigioverde, rafforziamo il servizio civile!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) è venuto a conoscenza con grande sconcerto degli eventi verificatisi durante la scuola reclute della difesa contraerea 33 ad Emmen. Il “plotone d’esecuzione” a base di sassi e noci non è stato infatti che il culmine di una lunga serie di angherie ed umiliazioni di cui sono state vittima ben tre reclute ticinesi (ricordiamo che, secondo quanto riferito dal padre alla RSI, il giovane sottoposto al “plotone” improvvisato è stato anche costretto a rimanere sull’attenti in mutande di fronte al resto della propria camerata). Dopo i fatti di Coira dello scorso gennaio, quest’ultimo episodio non fa che confermare il carattere sistematico degli abusi commessi tra le fila dell’esercito: è ormai evidente come questi non siano dei banali “casi isolati”, bensì un fenomeno diffuso e tollerato dalle gerarchie militari.

All’interno delle caserme elvetiche non vale purtroppo lo stato di diritto, bensì la più semplice e barbara “legge del più forte”: benché vi siano delle leggi e delle regolamentazioni da seguire (che ad esempio vietano le punizioni corporali), i sottufficiali e gli ufficiali rossocrociati se ne infischiano altamente, disponendo come meglio credono delle reclute al proprio comando. Il clima di omertà e spesso di vero e proprio terrore che vige negli ambienti militari impedisce ai soldati vittime di abusi di denunciare l’accaduto per paura di ritorsioni: la testimonianza della recluta di Emmen ne è solo l’ultimo tragico esempio. A questo proposito, il SISA ricorda ai lettori l’esistenza di un proprio sportello apposito, attivo nella consulenza alle reclute e contattabile ai seguenti numeri telefonici: 079 773 43 03; 079 374 68 80; 079 839 50 32.

A fronte dell’emergenza cui sono confrontate le reclute elvetiche, e in particolare quelle ticinesi, la risposta delle autorità è però completamente ridicola e fuori luogo: anziché facilitare l’accesso al servizio civile e garantire quindi alle reclute una valida alternativa al servizio militare, il Consiglio Federale propone invece di ostacolare ulteriormente la libera scelta di noi giovani! Oltre a ciò, non si vede l’ombra di alcun intervento strutturale che permetta di bandire dall’esercito i soprusi cui la cronaca ci ha ormai fin troppo abituato. Per il SISA la soluzione è chiara: rafforzamento e ampliamento dell’accesso al servizio civile, tolleranza zero per gli abusi in grigioverde!

Lottiamo uniti contro l’aziendalizzazione della scuola e la mercificazione dell’istruzione!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ha preso atto con rammarico della decisione popolare di non avviare la sperimentazione del progetto “La scuola che verrà”. Pur cosciente degli importanti limiti e difetti della riforma proposta, il SISA aveva ritenuto importante poter continuare nel processo di sperimentazione per poter insistere in sede di valutazione sugli aspetti più critici del progetto.

La bocciatura popolare ha aperto ora purtroppo una nuova fase nel processo di riforma della scuola dell’obbligo, all’interno del quale rischiano di non trovare più spazio misure volte a rafforzare l’inclusione, l’equità e la democraticità degli studi. La frettolosa marcia indietro del PLR e l’iniziativa parlamentare del gruppo La Destra (peraltro subappaltata ad un “peso massimo” della scuola liberale come Gerardo Rigozzi) lasciano infatti intravvedere una riconfigurazione degli assetti politici attorno ad una proposta di riforma scolastica di stampo neoliberale, ben lontana dalle aspettative e dalle esigenze del mondo della scuola. La “linea di rinnovamento” avanzata dall’UDC raggruppa furbescamente alcune ormai storiche rivendicazioni delle associazioni magistrali con numerose altre proposte che tendono ad aziendalizzare (se non privatizzare) la scuola pubblica e a mercificare l’istruzione dei cittadini, con inevitabili ricadute sul diritto allo studio. Vista la mole degli interventi proposti, riteniamo utile soffermarci brevemente su di essi per comprendere quali ne sarebbero le conseguenze per studenti e famiglie.

  1. Docenti: premesso che la tutela dei loro diritti spetti in primis alle associazioni magistrali, troviamo semplicemente grottesco che chi in questi anni si è adoperato in tutti i modi per ridurre gli stipendi, aumentare il carico di lavoro e limitare la libertà degli insegnanti ora venga ora a dire che “il docente deve tornare ad essere il fulcro dell’istruzione e dell’educazione scolastica”. Ciò detto, condividiamo naturalmente la richiesta di una maggiore valorizzazione della professione docente, ma ci chiediamo se tali proposte non siano unicamente una “boutade” elettorale volta a raccogliere il consenso degli insegnanti contrari alla “Scuola che verrà” (ricordiamo che qualche riga oltre viene richiesto il “monitoraggio e la valutazione annuale per istituto delle prestazioni dei docenti”, rivendicano quindi la creazione di uno “stato di polizia” permanente a danno del corpo insegnante).
  2. Organizzazione: il “decentramento” del potere scolastico dal DECS a favore di “chi la scuola la produce” potrebbe sembrare a prima vista molto allettante e funzionale ad una presunta diversità di esigenze tra le sedi scolastiche. In realtà, la trasformazione degli istituti in Unità amministrative autonome (UAA), con la delega di competenze organizzative, finanziarie e di gestione del personale, significa in ultima istanza aziendalizzare l’organizzazione scolastica, affidandone la conduzione a dei consigli di direzione (o d’amministrazione?) che dovrebbero occuparsi unicamente di far quadrare i conti, di esternalizzare quanto possibile a privati (i cosiddetti “enti educativi non scolastici”) e di assicurare il buon posizionamento della propria sede sul mercato scolastico. In questa prospettiva viene naturalmente a mancare l’attenzione ad un buon clima d’istituto, alla qualità dell’istruzione, alle pari opportunità e al benessere degli studenti, ma soprattutto alla garanzia di un’istruzione di qualità su tutto il territorio cantonale.
  3. Livelli: se concordiamo con la richiesta di un cambiamento della situazione odierna, non possiamo assolutamente accettare che ciò significhi far ritornare la scuola ticinese indietro di quarant’anni. Eppure gli iniziativisti, con la proposta di due opzioni (di approfondimenti pre-liceali o pre-professionali) per il secondo biennio, sembra vogliano proprio tornare, se non alle maggiori e al ginnasio, quantomeno alle sezioni A e B con le quali si voleva ridurre la portata innovatrice della scuola media unica. La scuola dell’obbligo deve essere costituita da un tronco comune nel quale far progredire tutti gli allievi, non un insieme di “percorsi selettivi e meritori” con i quali imporre agli studenti la propria scelta di vita a soli 12 anni.
  4. Contenuti: prendiamo atto del fatto che per La Destra l’impostazione dell’insegnamento sulla base dell’approccio per competenze non costituisca un problema in sé (benché in vari paesi, ad esempio gli USA, si sia già deciso di fare marcia indietro rispetto a questo modello). La riformulazione proposta (“riproporzionare le competenze scolastiche con le competenze sociali”) ci sembra voglia inoltre epurare dai Piani di studio quelle “competenze” poco utili sul piano professionale per avvicinare il mondo della scuola alle esclusive esigenze del mercato del lavoro. Qualora fosse così, numerosi aspetti altrettanto importanti per l’educazione (quali lo spirito critico, il pensiero creativo, la collaborazione e l’apertura verso l’altro, ecc.) verrebbero sacrificati in nome dell’adeguamento professionale degli studenti: significativo è ad esempio osservare come si ritenga necessario “educare a competere” …
  5. Genitori: dietro alla cosiddetta “libertà” di scelta dell’istituto per i propri figli si nasconde una dinamica di segregazione e selezione sociale che nulla ha a che vedere con il concetto di libertà. Come dimostrato da numerose esperienze già maturate in altri paesi (primi su tutti gli Stati Uniti), questa “libertà” si traduce nella realtà nella creazione di un sistema scolastico a due o più velocità, con scuole di serie A e di serie B: potendo scegliere in quale sede iscrivere i propri figli, le famiglie benestanti avrebbero la tendenza ad iscriverli in quelle più “riconosciute” (potendosi permettere maggiori spese di trasporto, refezione, alloggio, ecc.), mentre nelle altre verrebbero relegati gli allievi di origine sociale più modesta. Invece di combattere le disparità già esistenti tra i vari istituti scolastici, questo tipo di “mercato scolastico” non farebbe altro che accentuarle ulteriormente (specialmente qualora venisse perseguita l’aziendalizzazione scolastica di cui sopra).

L’offensiva lanciata dalla destra in seguito alla bocciatura della sperimentazione della “Scuola che verrà” è dunque da affrontare con la massima serietà: sottovalutare la portata di alcuni interventi tra quelli proposti potrebbe significare la fine di istituzioni fondanti della nostra società come la scuola pubblica e il diritto allo studio. Per questa ragione, il SISA si appella a tutte le associazioni magistrali e del mondo della scuola per rispondere in modo unitario e deciso alle proposte tendenti ad aziendalizzare la scuola pubblica e a mercificare l’istruzione.

LiLu2, LiMe, LiLo e CSIA rivendicano il rafforzamento delle borse di studio!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) comunica con soddisfazione l’approvazione, avvenuta la scorsa settimana, di una risoluzione a favore del rafforzamento delle borse di studio in quattro assemblee studentesche di altrettante scuole superiori del Cantone. Le studentesse e gli studenti dei Licei cantonali di Lugano 2, Mendrisio e Locarno, così come quelle/i del Centro Scolastico per le Industrie Artistiche (CSIA), hanno dato in questo modo un forte segnale all’indirizzo del Parlamento, responsabile dello smantellamento degli aiuti allo studio avvenuto negli ultimi anni. Il Gran Consiglio ticinese, chiamato nelle prossime settimane ad esprimersi sulla petizione consegnata ad aprile dal SISA e corredata da oltre 2200 firme, dovrà tenere conto delle richieste degli studenti ticinesi, ormai stufi di vivere sulla propria pelle il costo dell’austerità imposta dalle autorità. Qui di seguito il testo della risoluzione approvata al LiLu2, al LiMe, al LiLo e al CSIA:

L’assemblea degli studenti dichiara:

  1. Il diritto allo studio, sancito dall’articolo 14 della Costituzione cantonale, deve essere garantito dallo Stato: la possibilità di beneficiare di un’istruzione post-obbligatoria non deve quindi essere condizionata dall’origine sociale o dalle disponibilità finanziarie dello studente.
  2. Le misure di risparmio adottate da Governo e Parlamento nell’ambito degli aiuti allo studio hanno rimesso in discussione tale principio, ponendosi quindi in contrasto con quanto enunciato dalla Costituzione.

In ragione di queste constatazioni, l’assemblea degli studenti invita il Gran Consiglio a dare seguito alle rivendicazioni contenute nella petizione “Per un rafforzamento delle borse di studio: per un’istruzione più equa per tutte/i!” consegnata lo scorso aprile dal Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) e corredata da oltre 2200 firme.

Una sperimentazione insidiosa, ma da sostenere

In vista della votazione popolare del prossimo 23 settembre, il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ritiene importante rendere pubbliche alcune considerazioni sulla sperimentazione della riforma “La scuola che verrà”.

Onde evitare malintesi, va prima di tutto chiarito un punto: il progetto di riforma promosso in questi anni dal DECS (che non riguarda unicamente “La scuola che verrà”) è ben lontano dalle aspettative che nutriamo in quanto studenti. In primo luogo, a preoccuparci sono numerosi aspetti dello stesso impianto delle riforme in via d’implementazione: l’approccio per competenze previsto dal nuovo Piano di studio rischia fortemente di svuotare di contenuto l’insegnamento obbligatorio e di rafforzare la selezione sociale che vi viene praticata; la possibilità di “adattare gli obiettivi” degli allievi potrebbe provocare un abbandono di coloro che si scontrano con maggiori difficoltà di apprendimento; i nuovi strumenti di valutazione (quale il famigerato “quadro descrittivo delle competenze”) rischiano di indurre un processo di “schedatura negativa” permanente degli studenti ritenuti “problematici”. In secondo luogo, segnaliamo anche una forte inquietudine relativa al dispositivo di cui è prevista la sperimentazione: il cosiddetto “modello PLR” non fa altro che riprodurre (ed estendere ad altre materie) l’attuale sistema dei “livelli”, mantenendo invariata la discriminazione tra gli allievi; la scelta delle scuole “test” e la durata ridotta della sperimentazione (solo 3 anni invece di 4) rischiano di viziarne i risultati; l’unico criterio sulla cui base avverrà la valutazione della sperimentazione è quello delle “performance” degli studenti, senza considerare le ricadute sul loro benessere psico-fisico, sul condizionamento sociale dei loro risultati scolastici, sul loro rapporto con i saperi e con la cultura in generale; non è infine ancora chiaro quale potrà essere l’effettivo coinvolgimento delle associazioni magistrali e studentesche nel percorso parallelo e successivo alla sperimentazione. Le garanzie fornite dal DECS su questi ultimi punti, in seguito alle sollecitazioni del Forum delle associazioni della scuola, ci paiono ancora significativamente insufficienti.

Ciò non significa però che il progetto di riforma sia privo di meriti o di proposte positive per la qualità e l’equità dell’istruzione pubblica, anzi. Molti sono i punti a favore della “Scuola che verrà”: primo su tutti, il superamento del modello segregativo e discriminatorio dei “livelli” A e B (unanimemente riconosciuto come uno strumento di selezione sociale degli allievi); l’introduzione di nuove forme didattiche (atelier, laboratori, settimane progetto) che permetteranno di archiviare il predominio dell’insegnamento cattedratico nella scuola ticinese; l’istituzione di vari momenti di studio ad effettivi ridotti (quali gli atelier o i laboratori), in funzione dei quali verrà anche rafforzato il servizio di sostegno pedagogico. Inoltre, numerose sono state le “correzioni” adottate dal DECS in seguito alla consultazione sul progetto: tra le misure riviste o soppresse figurano il conferimento di maggiore autonomia alle sedi scolastiche (che avrebbe creato maggiori disparità tra gli istituti e portato ad una progressiva intromissione dell’economia privata nella scuola pubblica), la suddivisione in sequenze e blocchi del calendario scolastico (assicurando quindi una maggiore continuità dell’insegnamento) e l’introduzione della cartella dell’allievo nella scuola media (limitando così il rischio di “schedatura negativa” di cui sopra). In definitiva, “La scuola che verrà” dovrebbe quindi condurre ad un maggior investimento finanziario nella scuola dell’obbligo (che il SISA rivendica fin dalla sua fondazione nel 2003), ad un miglioramento del rapporto numerico tra allievi e docenti (quantomeno in alcuni momenti della settimana) e all’introduzione di nuove modalità didattiche che potranno rendere più interessante e stimolante l’apprendimento in classe.

Sulla base di un’attenta valutazione dei pro e dei contro e del carattere provvisorio della riforma (che dovrà ancora essere discussa e approvata al termine dei 3 anni di “prova”), il SISA ha quindi deciso di sostenere la sperimentazione della “Scuola che verrà” e invita pertanto le elettrici e gli elettori a votare SÌ il prossimo 23 settembre. Il sindacato ha però altresì stabilito di non aderire al comitato favorevole: se ci troviamo d’accordo nel denunciare le menzogne e le falsificazioni del fronte contrario (auto-elettosi paladino della scuola pubblica dopo aver promosso per anni ogni taglio e ogni tentativo di privatizzazione dell’istruzione), non condividiamo tuttavia i toni entusiastici con cui viene descritta “La scuola che verrà”. Se la sperimentazione va sostenuta, essa è però ben lungi dall’essere la panacea di tutti i mali della scuola ticinese (e occorrerà vigilare attentamente affinché non ne produca di nuovi).

Il servizio civile diminuisce gli effettivi dell’esercito? Fake news del Governo!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ha preso conoscenza con sconcerto delle recenti misure proposte dal Consiglio Federale con l’esplicito obiettivo di “ridurre in modo consistente il numero delle ammissioni al servizio civile”. Notiamo ancora una volta come il crescente distacco tra i giovani e le forze armate non venga assolutamente compreso dalle autorità, che anzi decidono di combatterlo moltiplicando gli ostacoli per coloro che vogliono abbandonare l’esercito dopo averlo vissuto sulla propria pelle.

D’altra parte, le argomentazioni addotte dal governo sono assolutamente pretestuose e prive di fondamento: se è vero che il numero di civilisti è in effetti aumentato considerevolmente, quadruplicando nel giro di una decina d’anni (le 1600 ammissioni del 2008 sono divenute quasi 6800 nel 2017), queste cifre non devono trarre in inganno circa il loro impatto sugli effettivi dell’esercito. Non è infatti assolutamente vero che l’aumento delle ammissioni al servizio civile rischi di creare un vuoto tra le fila delle forze armate: lo stesso Consiglio federale in un suo rapporto del 2014 affermava che “il servizio civile non metterà in pericolo la stabilità degli effettivi dell’esercito”, anche se il numero di ammissioni continuasse ad aumentare moderatamente nel corso dei prossimi anni (ricordiamo che le ammissioni al servizio civile tra 2016 e 2017 sono aumentate di circa 600 unità, pari allo 0.5% degli effettivi dell’esercito). Ciò viene confermato anche dalla portata minima del numero di civilisti rispetto ai numeri dell’armata: nel 2017 gli ammessi al servizio civile corrispondevano a poco più del 5.5% degli effettivi reali dell’esercito (6’800 civilisti contro 120’000 soldati).

Le conclusioni del rapporto del Consiglio federale non lasciano spazio a dubbi: il servizio civile non mette in pericolo gli effettivi dell’esercito!

Il Consiglio Federale contraddice quindi completamente le proprie conclusioni di soli quattro anni fa, dando più l’impressione di voler punire gli obiettori di coscienza che non di rafforzare davvero gli effettivi militari: sembra che nemmeno vivere un conflitto di coscienza sia più sufficiente per sottrarsi alle grinfie dell’esercito.

Di fronte ad una tale offensiva, il SISA non può che continuare la propria lotta contro il militarismo e contro nuove misure restrittive a danno del servizio civile: in questo senso, oltre alla partecipazione alla consultazione indetta dal governo e il sostegno all’associazione CIVIVA in caso di referendum, segnaliamo la riapertura del nostro sportello di consulenza contro gli abusi nelle caserme e di aiuto per uscire dall’esercito, un diritto (per ora) garantito dalla Costituzione (siamo raggiungibili ai seguenti numeri telefonici: +41 79 374 68 80 e +41 79 839 50 32).

 

Religione a scuola: basta compromessi al ribasso con la Curia!

Ha luogo oggi il dibattito in Gran Consiglio riguardo al futuro dell’insegnamento religioso a scuola. Il modello proposto e che verrà molto probabilmente accettato prevede un insegnamento religioso di tipo confessionale facoltativo nei primi tre anni della scuola media e un insegnamento obbligatorio di storia delle religioni nel quarto e ultimo anno. Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ribadisce innanzitutto la sua totale contrarietà all’insegnamento religioso confessionale, anche se facoltativo, all’interno degli istituti scolastici, in quanto viene così lesa la laicità dello Stato e della scuola. La religione è una questione privata e la scuola pubblica e lo Stato non se ne devono quindi assumere i costi e la responsabilità. Se la Chiesa vuole fare proselitismo tra i giovani, è liberissima di farlo a sue spese al di fuori dell’orario scolastico (come qualunque altra organizzazione religiosa, politica, culturale, ecc.).

Il sindacato sottolinea anche la sua contrarietà all’introduzione della nuova materia “storia delle religioni”, la quale andrebbe ad appesantire maggiormente ed inutilmente la mole di studio degli allievi del quarto anno delle scuole medie, già molto carichi di lavoro. La continua frammentazione della storia non è affatto positiva, in quanto questa materia si vede di conseguenza sempre più indebolita. Trattare un fenomeno sociale importante come quello religioso in modo separato dal resto dei fenomeni storici, geografici e culturali è controproducente per gli allievi, che così faticherebbero maggiormente a mettere in relazione i diversi concetti trattati. La materia si troverebbe dunque priva delle sue fondamenta e verrebbe totalmente decontestualizzata. Il SISA si chiedie inoltre in quale proporzione verrebbero trattate le diverse correnti religiosi (e non religiose: ateismo, agnosticismo, ecc.), considerato il fatto che durante la sperimentazione di questa nuova materia il cristianesimo occupava ben la metà del programma, riducendo lo studio delle altre correnti confessionali e filosofiche a pochi elementi nozionistici.

Il SISA ritiene dunque necessarie l’abrogazione dell’articolo 23 della Legge della scuola (il quale prevede appunto un insegnamento religioso confessionale facoltativo delle due principali correnti cattoliche), la rinuncia all’imposizione di un qualunque corso obbligatorio sul fenomeno religioso (confessionale e non), l’integrazione del fenomeno religioso all’interno delle materie umanistiche già esistenti (come già avviene a Ginevra e Neuchâtel) e la fine del rapporto di sudditanza dello Stato nei confronti delle Chiese: la scuola pubblica non le riguarda, non si deve scendere a patti con esse.

Morel: uno spazio culturale indipendente da rafforzare, non da limitare!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ha appreso con rammarico della decisione della Città di Lugano di sospendere i permessi allo spazio Morel, in seguito agli avvenimenti del 3 maggio scorso. In continuità con quanto già rivendicato in passato (si veda la battaglia condotta a Bellinzona contro l’abbattimento della Casetta ex-Zoni), il SISA torna a ribadire l’importanza di una maggiore attenzione e considerazione verso gli spazi aggregativi non commerciali per i giovani: in questo senso esprimiamo tutta la nostra solidarietà e il nostro sostegno allo spazio Morel ed al collettivo che lo ha animato negli scorsi mesi.

Morel costituisce una delle poche realtà culturali indipendenti a Lugano, che ha il pregio di dare spazio ad artisti della regione altrimenti impossibilitati ad esprimersi, aprendosi però anche verso la scena nazionale e internazionale (numerosissimi sono infatti gli artisti d’Oltralpe e stranieri portati in Ticino da Morel). Pur essendo questa un’esperienza limitata nel tempo (l’utilizzo degli spazi dell’ex-garage Morel è infatti possibile solo fino all’abbattimento dello stabile), essa ha quindi già dimostrato tutto il suo valore, grazie in particolare all’impegno dell’associazione Drunken Sailors che ne ha assunto la gestione, ma soprattutto ha evidenziato la grande necessità di spazi simili sulla scena ticinese (gli oltre 2300 iscritti non possono che testimoniarlo).

Il SISA si rivolge quindi alle autorità comunali e cantonali nel richiedere una maggiore disponibilità e considerazione nei confronti di queste realtà, ed in particolare al Municipio di Lugano affinché decida di rinnovare i permessi d’attività dello spazio Morel, garantendogli una maggiore libertà d’azione che possa garantirne il buon funzionamento nel prossimo anno. In una prospettiva a lungo termine, auspichiamo inoltre che si possa trovare una soluzione soddisfacente per questo spazio all’interno del panorama cittadino e che più in generale l’ente pubblico decida di rafforzare il proprio sostegno alle realtà culturali e ricreative indipendenti della nostra regione, permettendo così ai giovani ticinesi di beneficiare di un’alternativa al circuito commerciale del tempo libero costituito da discoteche e simili.

Disoccupazione post-apprendistato: basta minimizzare il problema!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ha preso atto con grande preoccupazione dei dati emersi dallo studio recentemente condotto dall’Ufficio federale di statistica (UST) concernente l’integrazione nel mercato del lavoro dei titolari di un diploma di formazione professionale. Dopo gli sconcertanti dati dello scorso febbraio circa la situazione dei giovani in assistenza, il risultato di quest’ultima indagine mostra infatti una nuova faccia della grave crisi sociale e occupazionale cui sono confrontati molti giovani ticinesi.

Dall’analisi longitudinale effettuata dall’UST sul percorso dei titolari di un titolo del grado secondario II dal 2012 al 2015 emerge una situazione estremamente critica per quanto concerne le opportunità professionali dei neo-diplomati in Ticino: ad un certo momento nell’arco dei 30 mesi successivi all’ottenimento del diploma, ben il 38% di questi ultimi si è iscritto alla disoccupazione (nella Svizzera tedesca questo dato ammonta a solo il 17%). Inoltre, i giovani della Svizzera italiana mostrano dei periodi più lunghi d’iscrizione alla disoccupazione (il 10% vi ha passato tra i 7 e i 30 mesi, contro il 2% della Svizzera tedesca) o d’inattività (il 43% vi ha passato tra i 7 e i 30 mesi, contro il 22% della Svizzera tedesca), situandosi nella categoria dei NEET (dall’inglese “Not in employement, education or training”).

La situazione in Ticino è evidentemente più grave rispetto al resto della Svizzera.

A fronte di questa grave crisi occupazionale a livello giovanile, le risposte da parte della politica e dell’amministrazione pubblica stentano purtroppo ad arrivare: intervistato dalla RSI, il direttore della Divisione della formazione professionale Mauro Colombo ha nuovamente minimizzato la portata del problema, sostenendo che il risultato sia “estremamente positivo” dato che “4 giovani su 5 trovano comunque uno sbocco professionale o di studio”. E degli altri chi se ne occupa? È davvero “estremamente positivo” che in soli 30 mesi dall’ottenimento del diploma ben il 38% dei giovani debba far ricorso alla disoccupazione?

Per il SISA, il cui appello a rispondere all’emergenza dei giovani in assistenza è purtroppo caduto nel vuoto, è venuto il momento di affrontare con serietà le problematiche occupazionali dei giovani ticinesi, dando delle risposte concrete (e non limitandosi a dei vani appelli ad una fantomatica “responsabilità sociale” delle imprese) ad una crisi sociale che non accenna ad attenuarsi. In questo senso, riteniamo fondamentale:

  1. dare mandato all’Ufficio cantonale di statistica affinché realizzi un’indagine ad ampio spettro sull’ampiezza e sulle cause della disoccupazione, della sottoccupazione e del precariato giovanili in Ticino, prestando particolare attenzione alla transizione dal mondo scolastico a quello professionale;

  2. studiare l’introduzione di un servizio pubblico di consulenza e di aiuto al collocamento dei neo-diplomati, sul modello del Gruppo operativo preposto al collocamento dei giovani in cerca d’apprendistato;

  3. estendere e rafforzare le misure a sostegno dei giovani disoccupati previste dalla Legge sul rilancio dell’occupazione (incentivi all’assunzione, assegni di formazione, indennità straordinarie di disoccupazione, ecc.);

  4. creare nuova opportunità professionali per i giovani ticinesi, contrastando il fenomeno del dumping salariale con il salario minimo dignitoso richiesto dal popolo nel 2015 e implementando una reale politica di pianificazione pubblica dello sviluppo economico cantonale.