Nel più assordante silenzio, il Governo procede verso la privatizzazione della didattica digitale

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Il 24 marzo scorso, il Consiglio di Stato ticinese dava notizia della trasformazione in “Unità amministrativa autonoma” del Centro di risorse didattiche e digitali (CERDD), l’ente che “offre assistenza tecnologica agli istituti (scolastici) ticinesi nella creazione di materiali multimediali necessari all’insegnamento“.

La decisione dell’esecutivo non ha sollevato alcuna reazione nel campo politico, ormai assopito in una logica di esternalizzazione dei servizi che spesso rasenta quella della privatizzazione dura e pura. Come si legge infatti nel comunicato del Governo:

“(…) questa modifica organizzativa ne aumenterà la flessibilità, consentendo inoltre di accedere a finanziamenti esterni e di realizzare progetti per conto di clienti esterni all’Amministrazione cantonale.”

Oltre all’adozione di una logica d’impresa all’interno di un ente pubblico, i cui effetti potrebbero non tardare a manifestarsi in termini di degrado dell’ambiente di lavoro (possiamo ben immaginare come il mercato privato non sia disposto a rispettare prezzi e condizioni lavorative del settore pubblico, causando pressioni sui tempi di lavoro e maggiori tensioni tra il personale), a preoccuparci è soprattutto la volontà di aprire un settore sensibile come quello della didattica digitale ai finanziamenti privati.

Abbiamo già avuto modo di osservare in passato quali siano i rischi di una simile intromissione dell’imprenditoria privata nel mondo della scuola, e in particolare nel lucroso settore dell’educazione tecnologica. Tuttavia pare proprio che in seno al Governo cantonale non ci si preoccupi assolutamente del fatto che multinazionali come Google o Apple potrebbero finanziare  direttamente l’ente che si occupa di preparare i supporti  didattici utilizzati in tutte le scuole del Cantone, permettendo loro di realizzare un’importante pubblicità occulta priva di qualsiasi valore educativo. Vale infatti la pena ricordare come spesso i consumi delle famiglie siano influenzati proprio dai figli (attraverso il classico “mamma me lo compri?”): non c’è quindi da stupirsi dell’interesse e della “benevola” disponibilità che questi gruppi mostrano verso il mondo della scuola (finanziando non solo materiali didattici, ma anche gite e giornate speciali, ecc.).

Quindi, se da un lato i riformatori del DECS si riempiono la bocca di termini come “educazione ai consumi”, “uso responsabile dei beni”, ecc., dall’altro si permette proprio a chi dal consumismo trae i propri immani profitti di intervenire nella scuola e orientare la didattica tecnologica a proprio vantaggio.

Resta solo da chiedersi: quale sarà il prossimo passo?

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