Tutti gli articoli di Sindacato Sisa

Non hai una formazione? Tranquillo, abbiamo bisogno di precari!

Cosa potrà mai voler dire essere giovani e privi di una solida formazione?

Molte cose. Ma tra tutte, forse quella che prevale, è il senso di frustrazione di una propria esistenza travagliata e priva di soddisfazioni. La verità è ormai diventata molto semplice nella realtà con cui siamo confrontati ogni giorno: la formazione determina il tuo status nelle relazioni sociali, se per qualche motivo non hai alcuna formazione, vali meno di zero. Questo rappresenta l’umiliazione per eccellenza. Ritrovarsi inermi nel confronto con la realtà può avere delle conseguenze devastanti nella vita di una persona. Come se non bastasse, le piccole soddisfazioni che potrebbero aiutarti a superare questo momento sono inesistenti: non avere la propria routine, non poter uscire a bere una birra con gli amici, andare al cinema oppure andare a vedere una manifestazione sportiva. Ma nel compendio di tutte le innumerevoli privazioni, economiche o culturali che siano, la peggiore è sicuramente l’assenza di prospettive future. Cosa vorrà dire, dunque, essere un giovane di estrazione popolare senza una formazione post-obbligatoria?

In Ticino significa trovarsi in assistenza: periodo preceduto da una logorante disoccupazione, dove le uniche strade che ti permettono di intraprendere sono proprio quelle da cui volevi scappare. Se ti opponi la pena è severa: nessun sussidio. Tuttavia pare che non ci si renda conto dello stato penoso in cui versa il mercato del lavoro ticinese; fanno fatica a trovare il proprio spazio dei giovani laureati, figuriamoci un ragazzo senza formazione. Ripeto: se non hai una formazione non vali nulla e, purtroppo, anche se hai un diploma professionale umile, vali poco. Tuttavia se un giovane avesse intenzione di rimettersi in carreggiata e ritornare sui banchi di scuola per scalare la piramide sociale, ma non ha le condizioni economi- che adatte, non potrebbe comunque farlo. Evidentemente, contrariamente a quanto sostengono molte personalità delle associazioni padronali ed economiche ticinesi, la buona volontà non è sufficiente per avere successo e combattere l’assistenzialismo indigeno, e non è il SISA a dirlo, bensì è lo stesso DECS, dunque lo Stato, ad ammettere che ci sono troppe “barriere alla riqualifica poste dal sistema di aiuti sociali, che non sostiene formazioni non direttamente professionalizzanti”, le quali sono “percepite dai diretti interessati come una possibilità di riscatto economico e sociale”. La lotta di classe non era un tema retrogrado?

In sintesi, la cruda realtà è che se si nasce poveri, si finisce in assistenza e con una formazione fragile, facilmente rimpiazzabile, e, quando finalmente si raggiunge la maturità adatta per comprendere la propria condizione e si cerca il riscatto, è ormai tardi. Se il numero di giovani in assistenza raddoppia ogni cinque anni, non vorrà forse dire che viviamo ormai in un contesto dove i casi sociali aumentano a causa di una situazione economica esasperata, in cui le più grandi vittime sono i fanciulli nati in un ambiente familiare disastrato, perciò vero e proprio riflesso del peggioramento delle condizioni della classe lavoratrice? Ciò che ne risulta è un nuovo e più ampio esercito di giovani precari, pronto a essere ingaggiato necessariamente per un lavoro temporaneo, senza alcun tipo di stabilità e dignità. Ma tranquilli, va bene così, sono utili i precari!

Rudi Alves


Questo articolo è apparso nel 5° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di settembre del 2018 (leggi qui l’intero giornale).


 

A 50 anni dal 1968, sulle tracce della contestazione studentesca

In questo anniversario della contestazione studentesca, si sprecano le commemorazioni degli eventi verificatisi 50 anni or sono, ripercorsi sotto numerosi punti di vista e con vari approcci differenti. Lungi da noi il voler quindi tracciare l’ennesimo ritratto agiografico o denigratorio del Maggio francese o dell’Autunno caldo italiano: quello che ci interessa piuttosto fare è una ricognizione storica sugli episodi di contestazione svoltisi nella Svizzera italiana tra il 1968 e il 1977, anni di particolare fervore nelle scuole del Cantone. Le esperienze e le vittorie maturate in quel periodo potrebbero infatti suscitare un particolare interesse tra i militanti studenteschi del 2018, come il lettore potrà constatare da sé.

Il contesto in cui prese avvio la contestazione studentesca in Ticino era per molti versi simile a quello del resto d’Europa: al culmine della fase di forte e stabile crescita economica (i cosiddetti “30 gloriosi”), i mutamenti economici e sociali del dopoguerra provocarono crescenti tensioni a livello generazionale, politico e scolastico. Il rigetto del paternalismo e dell’autoritarismo, il rifiuto delle logiche clientelari e consociative che regolavano la vita politica e l’opposizione a metodi d’insegnamento cattedratici e nozionistici furono tra le principali espressioni del disagio della generazione del “baby boom”, le cui aspettative, nutrite dal forte benessere di quei tempi, erano state in buona parte disattese.

La tensione esplode nel 1968 alla Magistrale di Locarno: la protesta contro i metodi d’insegnamento (ritenuti antiquati e inadeguati ai nuovi tempi), i disagi del convitto e gli intrighi politici nella scuola (il direttore Carlo Speziali è al contempo sindaco di Locarno), unita all’influenza dei moti studenteschi delle università italiane, sfocia nell’occupazione dell’aula 20. Per 4 giorni, centinaia di studenti si riuniscono per discutere dei problemi della scuola e per stendere una “Carta rivendicativa” che verrà poi inviata al Governo cantonale. Malgrado l’ondata repressiva senza precedenti scatenatasi l’autunno successivo, l’occupazione permette di ottenere alcune prime riforme della scuola e la nomina di un nuovo direttore.

Dopo alcuni anni di relativa calma, la contestazione torna a farsi sentire nel 1974 al Liceo di Lugano: in marzo, dopo aver votato una risoluzione richiedente “l’abolizione di qualsiasi forma di controllo delle assenze da parte della direzione”, gli studenti sequestrano i registri ufficiali dalla segreteria e distribuiscono dei registri autonomi. Nonostante l’aggressiva campagna di stampa e la denuncia da parte della direzione, il movimento si estende e viene convocata una Assemblea cantonale degli studenti che dichiara la lotta “contro la repressione, contro la selezione e per il riconoscimento dell’assemblea come unico organismo decisionale degli studenti”. L’escalation si verifica quando due allievi vengono sospesi per “ripetuto uso del megafono”: l’assemblea del 16 maggio viene interrotta da 50 agenti di polizia che sgomberano il Liceo con la forza. La risposta non si fa attendere: il giorno successivo oltre 1000 persone sfilano a Lugano “per la libertà d’espressione e contro il clima di terrore”. Il 7 giugno il Consiglio di Stato riconoscerà ufficialmente l’Assemblea come organo deliberativo degli studenti.

Tuttavia i movimenti di protesta, specialmente in seguito alle prime avvisaglie del rallentamento economico (la prima crisi petrolifera scoppia nel 1973), si rivolgono anche verso il mondo del lavoro. Nel 1975, gli apprendisti del centro professionale di Trevano occupano la mensa per discutere del problema della disoccupazione post-diploma, riuscendo a farsi garantire dal padronato 6 mesi di lavoro nella stessa azienda dopo la fine degli studi. Nel 1977, saranno gli studenti delle Magistrali di Lugano e Locarno a scioperare contro l’inattività del Cantone riguardo la crescente disoccupazione magistrale.

Se si volesse tracciare un bilancio della contestazione studentesca in Ticino, andrebbero presi in considerazione tanto i pregi quanto i limiti dei movimenti che l’hanno animata. Se da un lato le lotte intraprese hanno permesso di ottenere importanti riforme dell’organizzazione scolastica (una su tutte il riconoscimento dell’assemblea studentesca), dall’altro la mancanza di una struttura organizzativa stabile ha impedito il trasmettersi delle esperienze maturate da una generazione all’altra. La storia non si fa coi se, ma ci si può legittimamente chiedere cosa sarebbe successo se un’organizzazione come il SISA fosse nata già in quegli anni…

Zeno Casella


Questo articolo è apparso nel 5° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di settembre del 2018 (leggi qui l’intero giornale).


 

Non si arresta la lotta in favore del rafforzamento delle borse di studio!

Nel corso degli ultimi anni, in Ticino vi è stato un continuo smantellamento degli aiuti allo studio. Basti pensare alla diminuzione del tetto massimo delle borse di studio o all’aumento dell’ammontare minimo di quest’ultime, coi quali si è andati ad escludere dagli aiuti una buona parte della fascia media della popolazione. Non meno importante è stata anche l’introduzione della possibilità di frazionare un terzo delle borse di studio per il master in prestiti (con interessi legati al mercato immobiliare). Siccome il diritto allo studio dovrebbe essere garantito a tutte e a tutti senza distinzioni tra le classi sociali, il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ha lanciato lo scorso novembre una campagna di lotta contro i continui tagli agli aiuti allo studio. La petizione “Per un rafforzamento delle borse di studio, per un’istruzione più equa per tutte e tutti” ha raccolto all’incirca 2200 firme, ottenendo subito dei risultati: il frazionamento delle borse di studio per il master è stato ridotto dal governo da un terzo a un decimo. Una misura ancora insufficiente, ma pur sempre un passo avanti, che dimostra l’importanza della lotta studentesca.

In seguito alla consegna della petizione, il SISA è stato contattato dalla Commissione Scolastica del Gran Consiglio per un’audizione, svoltasi poi a metà giugno; il dibattito in parlamento dovrebbe svolgersi in autunno. Affinché gli studenti vengano ascoltati, il SISA sottoporrà alle assemblee studentesche dei vari istituti ticinesi la seguente risoluzione:

L’assemblea degli studenti dichiara:

  1. Il diritto allo studio, sancito dall’articolo 14 della Costituzione cantonale, deve essere garantito dallo Stato: la possibilità di beneficiare di un’istruzione post-obbligatoria non deve quindi essere condizionata dall’origine sociale o dalle disponibilità finanziarie dello studente.
  2. Le misure di risparmio adottate da Governo e Parlamento nell’ambito degli aiuti allo studio hanno rimesso in discussione tale principio, ponendosi quindi in contrasto con quanto enunciato dalla Costituzione.

In ragione di queste constatazioni, l’assemblea degli studenti invita il Gran Consiglio a dare seguito alle rivendicazioni contenute nella petizione “Per un rafforzamento delle borse di studio: per un’istruzione più equa per tutte/i!” consegnata lo scorso aprile dal Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) e corredata da oltre 2200 firme.

Luca Frei


Questo articolo è apparso nel 5° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di settembre del 2018 (leggi qui l’intero giornale).


 

Cronache dal campeggio estivo del SISA

Quest’estate abbiamo avuto la fortuna di partecipare, per la prima volta, al campeggio estivo del SISA che si è tenuto nell’accogliente ritrovo a Gola di Lago in Capriasca. Durante il week end abbiamo seguito delle formazioni tenute da membri impegnati del sindacato. La prima, presentata da Simone Romeo, approfondiva la rivoluzione del ‘68 in Italia, tema centrale di quest’anno visto che ne ricorre il 50esimo. Abbiamo poi assistito ad un’introduzione al sindacalismo, molto utile a noi che siamo nuove in questo ambito. Per chi invece aveva già partecipato ai campeggi precedenti, è stata presentata una formazione sui ricorsi scolastici da Massimiliano Ay. Per concludere, il coordinatore Zeno Casella ci ha parlato del ’68 in Ticino presentandoci un film girato da giovani rivoluzionari che hanno occupato un’aula nella scuola arti e mestieri di Trevano negli anni ’70. Il loro è un esempio molto stimolante perché hanno dimostrato una grande motivazione nel difendere i loro diritti.

Alla sera abbiamo anche guardato un film, “We want sex”, che racconta lo sciopero di 187 operaie in un’industria Ford nel ’68. Questo film ci ha suscitato delle riflessioni sull’emancipazione femminile, tema che ci sta molto a cuore e importante in vista della manifestazione femminista che avrà luogo a Berna il 22 settembre.

Il campeggio ci ha permesso di approfondire tematiche diverse e molto interessanti, è stato fonte di motivazione e ha portato il nostro interesse sui temi che davvero ci riguardano e per cui vogliamo batterci. La partecipazione di ciascuno di noi durante le formazioni è stata fondamentale e arricchente per tutti.

L’ambiente del gruppo era piacevole e durante il tempo libero non mancavano le discussioni, le chiacchiere e il buon umore. Si è creato un buon equilibrio tra serietà e divertimento. Birra e musica hanno contribuito al buon proseguimento di sabato sera. Un grande grazie a tutti i partecipanti e in particolare ai cuochi che ci hanno sempre preparato ottimi piatti!

Emma Berger e Matilda Materni


Guarda qui la galleria fotografica del campeggio!


Questo articolo è apparso nel 5° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di settembre del 2018 (leggi qui l’intero giornale).


 

A cinquant’anni dal 1968, un nuovo “autunno caldo” per la scuola ticinese?

Cinquant’anni sono ormai passati da quel fatidico 1968, da quello “spartiacque” nella storia del Novecento, da quell’anno di rivolta e contestazione che negli ultimi mesi è stato ricordato in molteplici modi. In occasione di questo anniversario tenteremo anche noi di dare spazio alla memoria storica di quei momenti di grande fermento, con un approfondimento sugli avvenimenti della Svizzera italiana, spesso ben poco conosciuti anche se estremamente notevoli e istruttivi per chi – come noi – si trova ancora a dover lottare nelle proprie scuole. In questo nuovo numero de L’Altrascuola verrà anche naturalmente dato spazio ai temi di più stretta attualità per il movimento studentesco, quali il dibattito parlamentare sul rafforzamento delle borse di studio o la problematica dei giovani senza formazione post-obbligatoria. Si preannuncia in effetti un “autunno caldo” per la scuola ticinese, sottoposta nuovamente – a solo un anno dalla votazione sull’educazione civica – al giudizio popolare (questa volta sulla sperimentazione della Scuola che verrà), ma anche oggetto di “vecchie-nuove rivendicazioni” avanzate dal sindacato studentesco (prima su tutte, la reale applicazione del diritto allo studio). L’invito rivolto alle nostre lettrici e ai nostri lettori è pertanto quello di informarsi, riflettendo e discutendo degli spunti sollevati in questo giornale, e di mobilitarsi nuovamente in difesa dei propri diritti. Solo la lotta collettiva può permet- terci di progredire: per dirla con Jim Morrison, “they’ve got the guns, we’ve got the numbers” (loro hanno le armi, noi abbiamo i numeri).

Redazione


Questo articolo è apparso nel 5° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di settembre del 2018 (leggi qui l’intero giornale).


 

Una sperimentazione insidiosa, ma da sostenere

In vista della votazione popolare del prossimo 23 settembre, il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ritiene importante rendere pubbliche alcune considerazioni sulla sperimentazione della riforma “La scuola che verrà”.

Onde evitare malintesi, va prima di tutto chiarito un punto: il progetto di riforma promosso in questi anni dal DECS (che non riguarda unicamente “La scuola che verrà”) è ben lontano dalle aspettative che nutriamo in quanto studenti. In primo luogo, a preoccuparci sono numerosi aspetti dello stesso impianto delle riforme in via d’implementazione: l’approccio per competenze previsto dal nuovo Piano di studio rischia fortemente di svuotare di contenuto l’insegnamento obbligatorio e di rafforzare la selezione sociale che vi viene praticata; la possibilità di “adattare gli obiettivi” degli allievi potrebbe provocare un abbandono di coloro che si scontrano con maggiori difficoltà di apprendimento; i nuovi strumenti di valutazione (quale il famigerato “quadro descrittivo delle competenze”) rischiano di indurre un processo di “schedatura negativa” permanente degli studenti ritenuti “problematici”. In secondo luogo, segnaliamo anche una forte inquietudine relativa al dispositivo di cui è prevista la sperimentazione: il cosiddetto “modello PLR” non fa altro che riprodurre (ed estendere ad altre materie) l’attuale sistema dei “livelli”, mantenendo invariata la discriminazione tra gli allievi; la scelta delle scuole “test” e la durata ridotta della sperimentazione (solo 3 anni invece di 4) rischiano di viziarne i risultati; l’unico criterio sulla cui base avverrà la valutazione della sperimentazione è quello delle “performance” degli studenti, senza considerare le ricadute sul loro benessere psico-fisico, sul condizionamento sociale dei loro risultati scolastici, sul loro rapporto con i saperi e con la cultura in generale; non è infine ancora chiaro quale potrà essere l’effettivo coinvolgimento delle associazioni magistrali e studentesche nel percorso parallelo e successivo alla sperimentazione. Le garanzie fornite dal DECS su questi ultimi punti, in seguito alle sollecitazioni del Forum delle associazioni della scuola, ci paiono ancora significativamente insufficienti.

Ciò non significa però che il progetto di riforma sia privo di meriti o di proposte positive per la qualità e l’equità dell’istruzione pubblica, anzi. Molti sono i punti a favore della “Scuola che verrà”: primo su tutti, il superamento del modello segregativo e discriminatorio dei “livelli” A e B (unanimemente riconosciuto come uno strumento di selezione sociale degli allievi); l’introduzione di nuove forme didattiche (atelier, laboratori, settimane progetto) che permetteranno di archiviare il predominio dell’insegnamento cattedratico nella scuola ticinese; l’istituzione di vari momenti di studio ad effettivi ridotti (quali gli atelier o i laboratori), in funzione dei quali verrà anche rafforzato il servizio di sostegno pedagogico. Inoltre, numerose sono state le “correzioni” adottate dal DECS in seguito alla consultazione sul progetto: tra le misure riviste o soppresse figurano il conferimento di maggiore autonomia alle sedi scolastiche (che avrebbe creato maggiori disparità tra gli istituti e portato ad una progressiva intromissione dell’economia privata nella scuola pubblica), la suddivisione in sequenze e blocchi del calendario scolastico (assicurando quindi una maggiore continuità dell’insegnamento) e l’introduzione della cartella dell’allievo nella scuola media (limitando così il rischio di “schedatura negativa” di cui sopra). In definitiva, “La scuola che verrà” dovrebbe quindi condurre ad un maggior investimento finanziario nella scuola dell’obbligo (che il SISA rivendica fin dalla sua fondazione nel 2003), ad un miglioramento del rapporto numerico tra allievi e docenti (quantomeno in alcuni momenti della settimana) e all’introduzione di nuove modalità didattiche che potranno rendere più interessante e stimolante l’apprendimento in classe.

Sulla base di un’attenta valutazione dei pro e dei contro e del carattere provvisorio della riforma (che dovrà ancora essere discussa e approvata al termine dei 3 anni di “prova”), il SISA ha quindi deciso di sostenere la sperimentazione della “Scuola che verrà” e invita pertanto le elettrici e gli elettori a votare SÌ il prossimo 23 settembre. Il sindacato ha però altresì stabilito di non aderire al comitato favorevole: se ci troviamo d’accordo nel denunciare le menzogne e le falsificazioni del fronte contrario (auto-elettosi paladino della scuola pubblica dopo aver promosso per anni ogni taglio e ogni tentativo di privatizzazione dell’istruzione), non condividiamo tuttavia i toni entusiastici con cui viene descritta “La scuola che verrà”. Se la sperimentazione va sostenuta, essa è però ben lungi dall’essere la panacea di tutti i mali della scuola ticinese (e occorrerà vigilare attentamente affinché non ne produca di nuovi).

Campeggio di formazione 2018 – Gallery

Da venerdì 24 a domenica 26 agosto i militanti del SISA si sono riuniti a Gola di Lago per una tre giorni di formazione, discussione e svago prima della riapertura delle scuole: eccovi le foto di quei momenti!

Leggi qui il resoconto del campeggio!

Festa per i 15 anni del SISA – Gallery

Sabato 19 maggio si è svolta a Maroggia la festa per i 15 anni del SISA, cui hanno partecipato oltre 150 persone: una bellissima dimostrazione della vitalità del sindacato studentesco fondato nel 2003! Qui di seguito le fotografie dell’evento.

Il servizio civile diminuisce gli effettivi dell’esercito? Fake news del Governo!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ha preso conoscenza con sconcerto delle recenti misure proposte dal Consiglio Federale con l’esplicito obiettivo di “ridurre in modo consistente il numero delle ammissioni al servizio civile”. Notiamo ancora una volta come il crescente distacco tra i giovani e le forze armate non venga assolutamente compreso dalle autorità, che anzi decidono di combatterlo moltiplicando gli ostacoli per coloro che vogliono abbandonare l’esercito dopo averlo vissuto sulla propria pelle.

D’altra parte, le argomentazioni addotte dal governo sono assolutamente pretestuose e prive di fondamento: se è vero che il numero di civilisti è in effetti aumentato considerevolmente, quadruplicando nel giro di una decina d’anni (le 1600 ammissioni del 2008 sono divenute quasi 6800 nel 2017), queste cifre non devono trarre in inganno circa il loro impatto sugli effettivi dell’esercito. Non è infatti assolutamente vero che l’aumento delle ammissioni al servizio civile rischi di creare un vuoto tra le fila delle forze armate: lo stesso Consiglio federale in un suo rapporto del 2014 affermava che “il servizio civile non metterà in pericolo la stabilità degli effettivi dell’esercito”, anche se il numero di ammissioni continuasse ad aumentare moderatamente nel corso dei prossimi anni (ricordiamo che le ammissioni al servizio civile tra 2016 e 2017 sono aumentate di circa 600 unità, pari allo 0.5% degli effettivi dell’esercito). Ciò viene confermato anche dalla portata minima del numero di civilisti rispetto ai numeri dell’armata: nel 2017 gli ammessi al servizio civile corrispondevano a poco più del 5.5% degli effettivi reali dell’esercito (6’800 civilisti contro 120’000 soldati).

Le conclusioni del rapporto del Consiglio federale non lasciano spazio a dubbi: il servizio civile non mette in pericolo gli effettivi dell’esercito!

Il Consiglio Federale contraddice quindi completamente le proprie conclusioni di soli quattro anni fa, dando più l’impressione di voler punire gli obiettori di coscienza che non di rafforzare davvero gli effettivi militari: sembra che nemmeno vivere un conflitto di coscienza sia più sufficiente per sottrarsi alle grinfie dell’esercito.

Di fronte ad una tale offensiva, il SISA non può che continuare la propria lotta contro il militarismo e contro nuove misure restrittive a danno del servizio civile: in questo senso, oltre alla partecipazione alla consultazione indetta dal governo e il sostegno all’associazione CIVIVA in caso di referendum, segnaliamo la riapertura del nostro sportello di consulenza contro gli abusi nelle caserme e di aiuto per uscire dall’esercito, un diritto (per ora) garantito dalla Costituzione (siamo raggiungibili ai seguenti numeri telefonici: +41 79 374 68 80 e +41 79 839 50 32).

 

Religione a scuola: basta compromessi al ribasso con la Curia!

Ha luogo oggi il dibattito in Gran Consiglio riguardo al futuro dell’insegnamento religioso a scuola. Il modello proposto e che verrà molto probabilmente accettato prevede un insegnamento religioso di tipo confessionale facoltativo nei primi tre anni della scuola media e un insegnamento obbligatorio di storia delle religioni nel quarto e ultimo anno. Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ribadisce innanzitutto la sua totale contrarietà all’insegnamento religioso confessionale, anche se facoltativo, all’interno degli istituti scolastici, in quanto viene così lesa la laicità dello Stato e della scuola. La religione è una questione privata e la scuola pubblica e lo Stato non se ne devono quindi assumere i costi e la responsabilità. Se la Chiesa vuole fare proselitismo tra i giovani, è liberissima di farlo a sue spese al di fuori dell’orario scolastico (come qualunque altra organizzazione religiosa, politica, culturale, ecc.).

Il sindacato sottolinea anche la sua contrarietà all’introduzione della nuova materia “storia delle religioni”, la quale andrebbe ad appesantire maggiormente ed inutilmente la mole di studio degli allievi del quarto anno delle scuole medie, già molto carichi di lavoro. La continua frammentazione della storia non è affatto positiva, in quanto questa materia si vede di conseguenza sempre più indebolita. Trattare un fenomeno sociale importante come quello religioso in modo separato dal resto dei fenomeni storici, geografici e culturali è controproducente per gli allievi, che così faticherebbero maggiormente a mettere in relazione i diversi concetti trattati. La materia si troverebbe dunque priva delle sue fondamenta e verrebbe totalmente decontestualizzata. Il SISA si chiedie inoltre in quale proporzione verrebbero trattate le diverse correnti religiosi (e non religiose: ateismo, agnosticismo, ecc.), considerato il fatto che durante la sperimentazione di questa nuova materia il cristianesimo occupava ben la metà del programma, riducendo lo studio delle altre correnti confessionali e filosofiche a pochi elementi nozionistici.

Il SISA ritiene dunque necessarie l’abrogazione dell’articolo 23 della Legge della scuola (il quale prevede appunto un insegnamento religioso confessionale facoltativo delle due principali correnti cattoliche), la rinuncia all’imposizione di un qualunque corso obbligatorio sul fenomeno religioso (confessionale e non), l’integrazione del fenomeno religioso all’interno delle materie umanistiche già esistenti (come già avviene a Ginevra e Neuchâtel) e la fine del rapporto di sudditanza dello Stato nei confronti delle Chiese: la scuola pubblica non le riguarda, non si deve scendere a patti con esse.