Patto di Paese? Cominciate col darci quanto ci dovete!

Il testo qui riportato è stato discusso e approvato dall’Assemblea generale del SISA riunitasi sabato 3 dicembre 2016 a Lugano (scopri di più qui).

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RISOLUZIONE DELL’ASSEMBLEA GENERALE DEL SISA

L’assemblea generale del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA), riunitasi a Taverne in data 3 dicembre 2016, si è chinata sul tema delle imminenti riforme fiscali e dell’impatto che queste potrebbero avere sul finanziamento del sistema scolastico ticinese.

I segnali che giungono dalla politica cantonale rappresentano in effetti una nuova minaccia per il carattere pubblico dell’istruzione e per il diritto allo studio dei cittadini ticinesi. Per questo motivo, il sindacato ha ritenuto opportuno sviluppare una riflessione ad ampio spettro e suonare l’allarme in vista di nuovi e pesanti attacchi alla nostra scuola pubblica.

1.

La riforma federale della fiscalità delle imprese, approvata dalle Camere lo scorso giugno e posta in votazione popolare il prossimo 12 febbraio, apre nuovi preoccupanti scenari per le finanze pubbliche, ad ogni livello istituzionale: le prime stime valutano a 3/4 miliardi di franchi le perdite per Confederazione, Cantoni e Comuni. Ma non è tutto. A queste minori entrate ne andranno con ogni probabilità aggiunte di nuove, derivanti da un’ulteriore pacchetto di sgravi cantonali già in fase di allestimento: per “mantenere la competitività fiscale” del Ticino, il governo ha intenzione di varare una serie di misure fiscali che causerebbero nuovi importanti ammanchi nelle casse pubbliche (una delle proposte sul tavolo è la riduzione dell’aliquota sull’utile delle imprese dall’attuale 9% al 6%).

Lo scenario proposto dal Consiglio di Stato ticinese è quello di un ipotetico “patto di Paese”, che dovrebbe compensare gli sgravi fiscali con delle misure sociali a beneficio delle classi sociali più deboli, sul modello di quanto proposto lo scorso anno dal governo vodese. Tuttavia non è ancora chiaro quali sarebbero questi interventi e in che misura riuscirebbero a compensare le gravi perdite cui verrebbe sottoposta la collettività.

Di certo vi è solo che gli equilibri nelle finanze pubbliche ticinesi si stanno avvicinando ad un nuovo periodo di profondi mutamenti, che non possiamo attendere senza preoccupazione.

La scuola è infatti da ormai qualche decennio una delle vittime principali delle manovre di risparmio effettuate dalle autorità cantonali, che a prima vista sembrerebbero aver agito senza alcuna strategia, tagliando qua e là sulla base di meri parametri contabili. Se ciò dovesse rivelarsi vero, significherebbe che la classe politica ticinese ha agito per anni (e continuerebbe a farlo ancor oggi) senza alcuna progettualità, avanzando alla cieca in una misera logica di semplice amministrazione dell’esistente. Tuttavia, a nostro modo di vedere è un altro lo scenario più aderente alla realtà: dietro a queste misure di risparmio “a macchia di leopardo” vi è con ogni probabilità una precisa strategia di indebolimento della scuola pubblica, nell’ottica di riconfigurare gli equilibri che oggi definiscono l’istruzione come prevalentemente pubblica, a vantaggio di un sistema scolastico “a conduzione mista”, sul modello delle partnership pubblico-private ampiamente diffusesi negli ultimi decenni.

2.

Le direttive in materia di educazione dei principali organi sovranazionali dell’Occidente capitalista (in particolare dell’OCSE e dell’UE) impongono infatti un arretramento dello Stato nella gestione dell’istruzione, da attuarsi tramite radicali riforme dei sistemi scolastici, basate due assi principali: a) un nuova impostazione pedagogico-didattica fondata non più sull’acquisizione di conoscenze ma sullo sviluppo di “competenze trasversali” strettamente connesse alle esigenze di un mercato del lavoro in rapida evoluzione; b) una profonda decentralizzazione dei sistemi educativi, i quali verrebbero amministrati non più a livello ministeriale (e quindi sotto il controllo di tutta una serie di organi democratici) ma a livello d’istituto (sotto la direzione di quelli che assomiglieranno sempre più a dei veri e propri “consigli di amministrazione”), permettendo così maggiori e più mirate “sinergie” con il capitale privato.

In Ticino questo processo di riforma (incarnato dal progetto “La scuola che verrà”) è stato sciaguratamente promosso dalla “sinistra” di governo, che ha aperto una porta che sarebbe stato suo compito difendere fino allo stremo e che con ogni probabilità la destra sfonderà violentemente. La vittoria del 2001, quando il popolo respinse l’iniziativa “Per un’effettiva libertà di scelta”, è sempre più lontana e non è ben chiaro quanto in casa liberale sia ancora radicata la “cultura dell’istruzione pubblica” che in quell’occasione aveva permesso di evitare il peggio. Possiamo infatti supporre che una buona parte della maggioranza borghese in parlamento veda piuttosto di buon occhio quantomeno una parte delle proposte avanzate dall’iniziativa parlamentare “La scuola che vogliamo” presentata dai turbo-liberisti di AreaLiberale. Del resto, le pretese del padronato nostrano sono perfettamente coerenti con questo disegno: rivendicando da un lato maggiore attenzione a “profili” e “competenze” flessibili e interscambiabili e dall’altro un maggiore coinvolgimento nell’orientamento e nella definizione dei programmi scolastici, le imprese ticinesi sarebbero estremamente soddisfatte da una simile rivoluzione.

In conclusione, possiamo quindi ipotizzare che la strategia adottata sia la seguente: riducendo progressivamente il carico fiscale sulle imprese, il Cantone è “costretto” (a causa dei vincoli imposti dalla dottrina neo-liberista in materia di spesa pubblica) a ridurre (tra gli altri) anche il finanziamento della scuola pubblica. Con qualche adattamento legislativo (molti dei quali già formulati e pronti per essere votati), i vuoti creati dallo Stato potrebbero essere facilmente ricoperti dall’imprenditoria privata, finalmente libera di gestire in autonomia i propri investimenti in materia di formazione di manodopera e di consumatori, senza dover più passare dall’ingombrante mediazione dell’apparato pubblico. Il che si tradurrebbe in sponsorizzazioni, forniture di materiali didattici, assistenza nell’orientamento e (perché no?) nell’insegnamento, ecc.

La scuola del futuro diverrebbe quindi strutturata su due tronconi: in primo luogo una scuola dell’obbligo estremamente parcellizzata e asimmetrica, con risorse e programmi funzionali agli interessi particolari del capitale privato (con gravi discriminazioni sociali e geografiche che penalizzerebbero gli studenti di periferia o di valle); in secondo luogo un settore secondario superiore diviso tra una formazione professionale di massa (in quanto sotto il diretto controllo del padronato e pertanto facilmente adattabile alle proprie esigenze) e delle scuole medie superiori estremamente élitarie, professionalizzanti e di corta durata (per permettere alle imprese di disporre quanto prima di “profili” altamente specializzati da formare sul posto di lavoro).

3. 

Questa prospettiva, per chi ancora crede in un’istruzione pubblica indipendente e in grado di garantire a tutti pari opportunità educative e sociali, è evidentemente terrificante.

È per questo motivo che l’Assemblea del SISA si schiera con decisione contro la Riforma dell’imposizione delle imprese, che costituirebbe un ulteriore tassello a complemento del progetto descritto in precedenza e che rappresenta l’ennesimo passo verso la distruzione di quel minimo di stato sociale ancora esistente.

A nostro parere, la direzione da prendere è quella opposta: chi fino ad oggi ha beneficiato di un trattamento di favore, traendo addirittura dei profitti dalla crisi economica e sociale che ha colpito la maggioranza della popolazione, dovrebbe venir chiamato alla cassa e contribuire al benessere di tutta la collettività.

Per quanto concerne la scuola, rivendichiamo innanzitutto il ripristino della situazione precedente alle varie misure di risparmio che hanno colpito anno dopo anno gli studenti ticinesi e le loro famiglie, di cui riportiamo qui un breve elenco (non esaustivo) riguardante gli ultimi anni:

  1. Aumento dal 30% al 35% della quota di reddito disponibile della famiglia da destinare alla formazione dei figli (2014);
  2. Aumento da 1’000.- a 1’500.- franchi dell’importo minimo che dà diritto alla borsa di studio per formazioni di grado terziario (2014);
  3. Conversione in prestiti delle borse di studio per corsi linguistici (2014);
  4. Conversione in prestiti di 1/3 delle borse di studio per master (2015);
  5. Riduzione dei corsi facoltativi e opzionali nelle scuole medie superiori (2015 e 2017);
  6. Soppressione di varie sezioni professionali alla SSAT e al CSIA (2015);
  7. Esclusione del tedesco dal piano di studio nelle scuole professionali di base di 15 professioni (2014);
  8. Aumento delle tasse d’iscrizione degli allievi domiciliati fuori Cantone (2015);
  9. Aumento da 600.- a 900.- delle tasse d’iscrizione alla SSS (2014);
  10. Raddoppio del contributo delle famiglie al trasporto degli allievi (2014 e 2015);
  11. Dimezzamento del monte ore di sede (2005 e 2009).

Prima di poter parlare di qualunque pacchetto di sgravi fiscali, occorrerebbe poi che governo e parlamento prendessero vari provvedimenti necessari a garantire i diritti sociali sanciti dalla Costituzione cantonale. Ad esempio, il diritto allo studio non è ancora realtà per una parte non trascurabile della popolazione e lo Stato dovrebbe quindi adoperarsi per fornire maggiori garanzie e risorse alla scuola pubblica, chiamata a mettere fine alle disparità esistenti in rapporto alle opportunità di formazione dei cittadini.

In particolare, richiediamo:

  1. Introduzione di lezioni di sostegno e di assistenza allo studio gratuite in ogni ordine scolastico;
  2. Introduzione di doposcuola ricreativi e di recupero scolastico gratuiti dalla scuola dell’infanzia al termine della scuola dell’obbligo;
  3. Gratuità totale del materiale didattico in ogni ordine di scuola;
  4. Creazione di una rete pubblica di asili-nido gratuiti per le famiglie in difficoltà economiche;
  5. Creazione di speciali fondi d’istituto per gli studenti in difficoltà, che permettano di coprire le spese scolastiche (gite, pasti, ecc.) di coloro che ne fanno richiesta (garantendo la discrezione del servizio, onde evitare fenomeni di marginalizzazione degli studenti meno agiati);
  6. Introduzione di un sistema di tasse d’iscrizione progressive secondo il reddito degli studenti (unicamente negli istituti in cui già oggi è prevista un contributo da parte degli allievi);
  7. Istituzione di corsi opzionali di materie umanistiche e artistiche nelle scuole professionali;
  8. Istituzione di un regolamento che stabilisca chiare garanzie di imparzialità e stretti limiti circa il coinvolgimento di organizzazioni extrascolastiche (sia non profit che for profit) nell’attività educativa, nella sua programmazione e nella fornitura di materiale didattico.

Quando si tratterà di discutere i dettagli del “patto di Paese” che dovrebbe assicurare il futuro del Ticino come paradiso fiscale per imprese e redditi elevati, auspichiamo quindi che il ministro Bertoli sappia far valere questi argomenti e assicuri alla scuola ticinese un futuro al riparo da ulteriori picconate. Visto quanto fatto (e non fatto), ce lo deve.

Lugano, 3 dicembre 2016.

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