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Sportello per l’assistenza reclute del SISA: strumento di difesa contro gli abusi

Come ogni anno, il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) torna ad offrire il proprio servizio di sostegno ai militi impegnati nella scuola reclute.

Il caso di Emmen, unito alle innumerevoli situazioni di abuso nelle caserme di Coira e Isone, mette in luce l’incapacità (se non del vero e proprio disinteresse) da parte degli alti funzionari dell’esercito nella prevenzione e nella gestione degli abusi. Contrariamente a quanto afferma lo Stato maggiore dell’esercito, gli abusi sono tutt’altro che casi isolati: all’interno delle forze armate vige infatti un clima nel quale gli atti di nonnismo trovano ampio spazio per essere compiuti senza alcuna ripercussione.

L’omertà e il facile insabbiamento dell’abuso di potere perpetrato nei ranghi dell’esercito rende necessario uno sportello indipendente dalle gerarchie militari per poter fornire un’assistenza efficace in difesa dei giovani coscritti. A questo scopo il sindacato studentesco offre la propria esperienza per aiutare i militi a denunciare l’eventuale abuso, a uscire il prima possibile dalla caserma e mostrare loro i passi fondamentali per passare all’unica reale alternativa al regime militare: il servizio civile.

Per denunciare un caso di abuso e/o di necessità d’assistenza per lasciare la caserma sono disponibili i seguenti numeri: 079 773 43 03; 078 634 33 25; 079 839 50 32; 079 374 68 80.

Per maggiori informazioni ci si può rivolgere al seguente sito: http://www.sisa-info.ch/sos-reclute

Obbligatorietà scolastica fino a 18 anni: ottima proposta, ma sufficiente?

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ha preso conoscenza con soddisfazione della proposta del Consigliere di Stato Manuele Bertoli, ripresa da una precedente interrogazione del deputato Massimiliano Ay (PC), con la quale manifesta la volontà di alzare l’obbligatorietà scolastica fino a 18 anni (al posto degli attuali 15 anni).

Da diverso tempo il sindacato studentesco denuncia la grave condizione di una crescente parte della popolazione giovanile che, priva di formazione, si ritrova catapultata in un circolo vizioso di disoccupazione, assistenza sociale e povertà dal quale difficilmente ci si riesce a sottrarre. Negli ultimi 5 anni i giovani in assistenza sono aumentati del 50% e tra di essi la maggioranza (il 60%) possiede unicamente la licenza di scuola media. Risulta dunque chiaro che è necessario agire a livello strutturale e modificare l’apparato educativo estendendo l’obbligatorietà scolastica, affinché più nessun giovane debba trovarsi in questa situazione.

Nel caso la proposta venisse concretizzata, rimangono tuttavia da parte nostra delle perplessità circa la sua reale efficacia. Non vi è infatti la garanzia che, una volta compiuto il diciottesimo anno di età, un giovane abbia conseguito un diploma di grado secondario. Se consideriamo che spesso coloro che non hanno alcuna formazione provengono da condizioni sociali indigenti e precarie in cui faticano a trovare il proprio percorso formativo (e a completarlo nei tempi ‘canonici’), risulta evidente che i giovani che davvero necessitano di un supporto, legislativo ed economico, non beneficerebbero di questa eventuale modifica. Come rileva lo stesso Consigliere di Stato, “l’età adolescenziale è un periodo complesso e delicato, perché contraddittorio e teso alla ricerca della propria identità e autonomia, non solo professionale”: un giovane che si trova nella suddetta situazione ha quindi comprensibilmente maggiori difficoltà nel conseguire un titolo di studio secondario entro i 18 anni.

In conclusione, il SISA ritiene perciò urgente implementare dei miglioramenti nel complesso del settore scolastico e delle assicurazioni sociali: estendendo l’obbligo scolastico fino all’ottenimento di un diploma di grado secondario superiore (diploma d’apprendistato o maturità) e soprattutto immettendo più risorse nell’istruzione sarà possibile porre un freno alle dinamiche odierne. Parallelamente a tutto ciò, è assolutamente necessario riformare i meccanismi in seno ai servizi di assistenza statali, al fine di sostenere i giovani anche nelle formazioni non direttamente professionalizzanti (che al momento non vengono sussidiate).

Nessun regalo natalizio a multinazionali e superricchi: NO alla RFFA!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ha preso atto con soddisfazione del lancio del referendum contro la riforma fiscale e sul finanziamento dell’AVS (RFFA) approvata dal Parlamento federale lo scorso settembre. In continuità con le battaglie condotte dal sindacato studentesco contro la Riforma 3 dell’imposizione delle imprese (RIE3) e la riforma fiscale cantonale, anche in quest’occasione ribadiamo la nostra contrarietà ai nuovi ingenti sgravi fiscali a beneficio delle multinazionali e delle fasce più ricche della popolazione.

La RFFA non è altro che la “brutta copia” della RIE3, bocciata in votazione popolare nel febbraio dello scorso anno: sono infatti previste delle nuove super-deduzioni fiscali per le grandi aziende, che provocheranno – se confermate – degli importanti ammanchi nelle casse pubbliche (con le ben note conseguenze). Le perdite fiscali per Confederazione e Cantoni sono stimate a più di 2 miliardi di franchi, ma l’esperienza ci insegna che esse saranno ben maggiori: nel caso della Riforma 2 dell’imposizione delle imprese (approvata in votazione popolare nel 2008), il Consiglio federale aveva previsto un buco di 850 milioni, poi rivelatosi ammontare in realtà a circa 7 miliardi!

Le perdite per le casse pubbliche verrebbero inevitabilmente compensate con nuove riduzioni degli aiuti sociali e nuovi interventi atti a smantellare il servizio pubblico. Per gli studenti ticinesi, ciò significa che le recenti conquiste in materia di borse di studio potrebbero essere rimesse in discussione e che la scuola pubblica potrebbe essere nuovamente sottoposta a tagli dell’offerta formativa, aumenti delle rette, ecc. In poche parole, il regalo multimiliardario che il Governo vorrebbe mettere sotto l’albero ai superricchi del nostro paese si tradurrebbe in nuovi pesanti attacchi al diritto allo studio e al sistema scolastico del nostro Cantone.

Per queste ragioni, il SISA sostiene con convinzione il referendum contro la RFFA e invita tutte le cittadine e tutti i cittadini a non cedere al ricatto escogitato dal Consiglio federale (che vuole legare la questione fiscale a quella pensionistica, benché si tratti di due oggetti completamente differenti e le garanzie circa un rafforzamento dell’AVS siano assai deboli). È inaccettabile che a fronte della grave crisi sociale che colpisce le fasce popolari (specialmente in Ticino) si vadano a concedere dei costosissimi regali natalizi a chi non ne ha nessun bisogno: per garantire allo Stato le risorse necessarie a finanziare le prestazioni sociali e il servizio pubblico occorre firmare il referendum contro la RFFA e respingere alle urne questa iniqua riforma fiscale!

Scarica qui il formulario per il referendum! (File Pdf)

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Critica sociale, stages non pagati e accesso alla cultura al centro dei lavori dell’assemblea del SISA

Sabato 24 novembre il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) si è riunito in assemblea generale a Locarno (guarda qui le foto della giornata) per rinnovare gli organi statutari, discutere dei più pressanti problemi dei giovani ticinesi e pianificare la strategia da adottare per rafforzare la lotta in difesa dei diritti dei giovani.

Benché negli ultimi anni il SISA sia riuscito a rafforzare la propria struttura e a coinvolgere numerose/i nuove/i militanti, l’offensiva condotta ai danni della scuola pubblica e del diritto allo studio e al lavoro non accenna a diminuire: si impone quindi una riflessione sulla capacità del sindacato studentesco di mobilitare i giovani in difesa dei propri diritti. La deideologizzazione e l’individualismo in crescita nel mondo occidentale non favoriscono certo la discussione e la lotta collettive, tuttavia alcuni spazi di dibattito ancora esistenti nelle scuole potranno essere valorizzati in tal senso. Oltre a ciò, un’attenzione particolare verrà data alla formazione dei militanti sindacali, tassello fondamentale per il radicamento e la crescita del sindacato stesso.

L’assemblea generale del SISA si è chinata sulle problematiche lavorative molto diffuse nelle scuole professionali (in cui lo sfruttamento e l’assenza di diritti sono all’ordine del giorno, anche presso certi enti pubblici dove alcuni stages vengono pagati la miseria di 200 CHF al mese!), che verranno tenute sotto stretta osservazione e approfondite nei prossimi mesi. Oltre a ciò, è stata approvata una risoluzione in favore di una cultura giovanile “accessibile, autodeterminata e di prossimità” (leggi qui): a fronte di un panorama culturale parcellizzato e prevalentemente orientato al profitto, per i giovani ticinesi è divenuto estremamente difficile coltivare i propri interessi. Per questo si rivendica l’aumento degli sconti per l’accesso a manifestazioni culturali e l’acquisto di libri, una maggiore promozione da parte del Cantone di centri giovanili e spazi culturali autogestiti sul territorio, l’istituzione di una seconda Casa dello studente a Lugano e di nuove combinazioni tariffarie per il trasporto pubblico che incentivino l’accesso alla cultura.

La segreteria del SISA per l’anno scolastico 2018-2019. Da sinistra: Rudi Alves (LiLu2), coordinatore; Mattia Passardi (LiLu2), cassiere; Tamara Vizzardi (CSIA); Zeno Casella (UniFr), coordinatore.

La segreteria del SISA si è inoltre rinnovata con l’elezione di Tamara Vizzardi, studente al CSIA, che va ad affiancare i rieletti coordinatori Rudi Alves (studente al LiLu2) e Zeno Casella (studente all’università di Friborgo) e il cassiere Mattia Passardi (studente al LiLu2).

Borse di studio? Gli studenti non dimenticano!

Oggi, 7 novembre 2018, in vari istituti scolastici ticinesi studentesse e studenti hanno manifestato in difesa del diritto allo studio. Numerosi studenti hanno esposto degli striscioni, rivendicando la fine dei tagli al sistema di aiuto allo studio e perorandone il rafforzamento. Il SISA (Sindacato Indipendente Studenti e Apprendisti) ha promosso i presidi di protesta, i quali sono avvenuti nell’ambito della “Giornata d’azione sulla precarizzazione nella formazione”, lanciata dall’alleanza studentesca nazionale Aktion_Bildung/Action_Education/Azione_Istruzione. L’attualità del tema della precarietà degli studi è confermata dalle conclusioni di un recente studio dell’Ufficio federale di statistica, secondo il quale ben il 23% degli studenti svizzeri valuta negativamente il proprio stato di salute (a fronte del 6% della popolazione totale della stessa fascia d’età). Una situazione, quest’ultima, direttamente collegata alle privazioni materiali che spesso caratterizzano la vita studentesca e all’esercizio di un’attività lavorativa à côté del percorso formativo (onere che in Svizzera riguarda ben 3 studenti universitari su 4).

Già nell’aprile di quest’anno il SISA aveva consegnato oltre 2200 firme a sostegno della petizione Per un rafforzamento delle borse di studio, di cui gli studenti attendono con ansia la discussione in parlamento. Questa petizione richiedeva l’annullamento delle precedenti e nocive misure di risparmio, nonché un ampliamento delle misure a garanzia dell’accesso agli studi superiori per gli studenti di tutte le origini sociali.

Con la ripresa della scuola diverse assemblee studentesche (quelle dei licei cantonali di Lugano 2, Mendrisio e Locarno, così come quelle del Centro Scolastico per le Industrie Artistiche (CSIA) e della Scuola Cantonale di Commercio (SCC) di Bellinzona) si sono espresse in difesa del diritto allo studio, richiedendo al GC di dare seguito alla stessa petizione, votando una risoluzione presentata dal sindacato. Il messaggio è chiaro e perentorio da parte della maggioranza del corpo studentesco ticinese: la petizione del SISA è valida e dev’essere accolta.

Gli studenti e le studentesse attendono dunque che il tema sia discusso dal parlamento, non capacitandosi dell’assenza del tema nell’ordine del giorno della seduta in attualmente in corso. Se alcuni membri della commissione scolastica, la quale dovrebbe aver già concluso da tempo i propri lavori e consegnato i rispettivi rapporti, ritengono di potere ignorare le richieste degli studenti – senza suscitare clamore e trattando il tema a margine dei lavori sul preventivo 2019 – si sbagliano.

Il SISA, forte del sostegno di diverse assemblee studentesche, richiede quindi un rafforzamento globale del sistema di aiuti allo studio, sopprimendo le misure di risparmio degli ultimi anni e ampliando il sostegno alle famiglie in difficoltà: l’istruzione non deve più essere intesa come un costo, bensì come un investimento per il futuro della nostra stessa società!

Le fotografie delle azioni di protesta

Dopo Emmen, abusi anche a Isone: rompiamo il velo di omertà dell’esercito!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA), venuto a conoscenza del nuovo caso di abusi militari verificatosi nella caserma di Isone, non può esimersi dal formulare alcune considerazioni al riguardo. Da questo nuovo episodio emerge chiaramente come il fenomeno degli abusi d’autorità all’interno dell’esercito sia tutt’altro che sporadico (come sostiene il ministro Norman Gobbi, che ha parlato di “casi marginali”), bensì estremamente diffuso e con protagonisti gli stessi graduati: a Isone, l’ordine di tirare una mazzata da 30kg in testa al proprio commilitone è arrivato direttamente dal caposezione. Inoltre, emerge anche come a fronte di simili punizioni corporali di estrema gravità (che avrebbero potuto provocare anche dei danni fisici permanenti), le sanzioni verso i responsabili siano totalmente ridicole ed inappropriate: pur avendo rischiato di provocare dei danni cerebrali ad una recluta, il graduato in questione se l’è cavata con 300 franchi di multa (l’equivalente di pochi giorni di indennità versategli dall’esercito).

Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: non è possibile andare avanti così, le autorità devono prendere dei provvedimenti seri per verificare quanto accaduto e per impedire che simili abusi si ripresentino. Per questo chiediamo che sia un’istanza indipendente, e non la giustizia militare, ad occuparsi dell’indagine e del giudizio circa quanto accaduto ad Emmen e ad Isone (dove, a quanto ci risulta, non è stata nemmeno avviata un’indagine disciplinare): l’esercito non può fungere sia da controllato che da controllore! Infine, invitiamo caldamente tutte le reclute e tutti i soldati vittima o testimoni di simili soprusi a rivolgersi al nostro sportello “SOS reclute” o a denunciare pubblicamente quanto accaduto: occorre rompere il velo di omertà che ancora ricopre l’operato dell’esercito!

Gragnola di sassi su una recluta: stop agli abusi in grigioverde, rafforziamo il servizio civile!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) è venuto a conoscenza con grande sconcerto degli eventi verificatisi durante la scuola reclute della difesa contraerea 33 ad Emmen. Il “plotone d’esecuzione” a base di sassi e noci non è stato infatti che il culmine di una lunga serie di angherie ed umiliazioni di cui sono state vittima ben tre reclute ticinesi (ricordiamo che, secondo quanto riferito dal padre alla RSI, il giovane sottoposto al “plotone” improvvisato è stato anche costretto a rimanere sull’attenti in mutande di fronte al resto della propria camerata). Dopo i fatti di Coira dello scorso gennaio, quest’ultimo episodio non fa che confermare il carattere sistematico degli abusi commessi tra le fila dell’esercito: è ormai evidente come questi non siano dei banali “casi isolati”, bensì un fenomeno diffuso e tollerato dalle gerarchie militari.

All’interno delle caserme elvetiche non vale purtroppo lo stato di diritto, bensì la più semplice e barbara “legge del più forte”: benché vi siano delle leggi e delle regolamentazioni da seguire (che ad esempio vietano le punizioni corporali), i sottufficiali e gli ufficiali rossocrociati se ne infischiano altamente, disponendo come meglio credono delle reclute al proprio comando. Il clima di omertà e spesso di vero e proprio terrore che vige negli ambienti militari impedisce ai soldati vittime di abusi di denunciare l’accaduto per paura di ritorsioni: la testimonianza della recluta di Emmen ne è solo l’ultimo tragico esempio. A questo proposito, il SISA ricorda ai lettori l’esistenza di un proprio sportello apposito, attivo nella consulenza alle reclute e contattabile ai seguenti numeri telefonici: 079 773 43 03; 079 374 68 80; 079 839 50 32.

A fronte dell’emergenza cui sono confrontate le reclute elvetiche, e in particolare quelle ticinesi, la risposta delle autorità è però completamente ridicola e fuori luogo: anziché facilitare l’accesso al servizio civile e garantire quindi alle reclute una valida alternativa al servizio militare, il Consiglio Federale propone invece di ostacolare ulteriormente la libera scelta di noi giovani! Oltre a ciò, non si vede l’ombra di alcun intervento strutturale che permetta di bandire dall’esercito i soprusi cui la cronaca ci ha ormai fin troppo abituato. Per il SISA la soluzione è chiara: rafforzamento e ampliamento dell’accesso al servizio civile, tolleranza zero per gli abusi in grigioverde!

Lottiamo uniti contro l’aziendalizzazione della scuola e la mercificazione dell’istruzione!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ha preso atto con rammarico della decisione popolare di non avviare la sperimentazione del progetto “La scuola che verrà”. Pur cosciente degli importanti limiti e difetti della riforma proposta, il SISA aveva ritenuto importante poter continuare nel processo di sperimentazione per poter insistere in sede di valutazione sugli aspetti più critici del progetto.

La bocciatura popolare ha aperto ora purtroppo una nuova fase nel processo di riforma della scuola dell’obbligo, all’interno del quale rischiano di non trovare più spazio misure volte a rafforzare l’inclusione, l’equità e la democraticità degli studi. La frettolosa marcia indietro del PLR e l’iniziativa parlamentare del gruppo La Destra (peraltro subappaltata ad un “peso massimo” della scuola liberale come Gerardo Rigozzi) lasciano infatti intravvedere una riconfigurazione degli assetti politici attorno ad una proposta di riforma scolastica di stampo neoliberale, ben lontana dalle aspettative e dalle esigenze del mondo della scuola. La “linea di rinnovamento” avanzata dall’UDC raggruppa furbescamente alcune ormai storiche rivendicazioni delle associazioni magistrali con numerose altre proposte che tendono ad aziendalizzare (se non privatizzare) la scuola pubblica e a mercificare l’istruzione dei cittadini, con inevitabili ricadute sul diritto allo studio. Vista la mole degli interventi proposti, riteniamo utile soffermarci brevemente su di essi per comprendere quali ne sarebbero le conseguenze per studenti e famiglie.

  1. Docenti: premesso che la tutela dei loro diritti spetti in primis alle associazioni magistrali, troviamo semplicemente grottesco che chi in questi anni si è adoperato in tutti i modi per ridurre gli stipendi, aumentare il carico di lavoro e limitare la libertà degli insegnanti ora venga ora a dire che “il docente deve tornare ad essere il fulcro dell’istruzione e dell’educazione scolastica”. Ciò detto, condividiamo naturalmente la richiesta di una maggiore valorizzazione della professione docente, ma ci chiediamo se tali proposte non siano unicamente una “boutade” elettorale volta a raccogliere il consenso degli insegnanti contrari alla “Scuola che verrà” (ricordiamo che qualche riga oltre viene richiesto il “monitoraggio e la valutazione annuale per istituto delle prestazioni dei docenti”, rivendicano quindi la creazione di uno “stato di polizia” permanente a danno del corpo insegnante).
  2. Organizzazione: il “decentramento” del potere scolastico dal DECS a favore di “chi la scuola la produce” potrebbe sembrare a prima vista molto allettante e funzionale ad una presunta diversità di esigenze tra le sedi scolastiche. In realtà, la trasformazione degli istituti in Unità amministrative autonome (UAA), con la delega di competenze organizzative, finanziarie e di gestione del personale, significa in ultima istanza aziendalizzare l’organizzazione scolastica, affidandone la conduzione a dei consigli di direzione (o d’amministrazione?) che dovrebbero occuparsi unicamente di far quadrare i conti, di esternalizzare quanto possibile a privati (i cosiddetti “enti educativi non scolastici”) e di assicurare il buon posizionamento della propria sede sul mercato scolastico. In questa prospettiva viene naturalmente a mancare l’attenzione ad un buon clima d’istituto, alla qualità dell’istruzione, alle pari opportunità e al benessere degli studenti, ma soprattutto alla garanzia di un’istruzione di qualità su tutto il territorio cantonale.
  3. Livelli: se concordiamo con la richiesta di un cambiamento della situazione odierna, non possiamo assolutamente accettare che ciò significhi far ritornare la scuola ticinese indietro di quarant’anni. Eppure gli iniziativisti, con la proposta di due opzioni (di approfondimenti pre-liceali o pre-professionali) per il secondo biennio, sembra vogliano proprio tornare, se non alle maggiori e al ginnasio, quantomeno alle sezioni A e B con le quali si voleva ridurre la portata innovatrice della scuola media unica. La scuola dell’obbligo deve essere costituita da un tronco comune nel quale far progredire tutti gli allievi, non un insieme di “percorsi selettivi e meritori” con i quali imporre agli studenti la propria scelta di vita a soli 12 anni.
  4. Contenuti: prendiamo atto del fatto che per La Destra l’impostazione dell’insegnamento sulla base dell’approccio per competenze non costituisca un problema in sé (benché in vari paesi, ad esempio gli USA, si sia già deciso di fare marcia indietro rispetto a questo modello). La riformulazione proposta (“riproporzionare le competenze scolastiche con le competenze sociali”) ci sembra voglia inoltre epurare dai Piani di studio quelle “competenze” poco utili sul piano professionale per avvicinare il mondo della scuola alle esclusive esigenze del mercato del lavoro. Qualora fosse così, numerosi aspetti altrettanto importanti per l’educazione (quali lo spirito critico, il pensiero creativo, la collaborazione e l’apertura verso l’altro, ecc.) verrebbero sacrificati in nome dell’adeguamento professionale degli studenti: significativo è ad esempio osservare come si ritenga necessario “educare a competere” …
  5. Genitori: dietro alla cosiddetta “libertà” di scelta dell’istituto per i propri figli si nasconde una dinamica di segregazione e selezione sociale che nulla ha a che vedere con il concetto di libertà. Come dimostrato da numerose esperienze già maturate in altri paesi (primi su tutti gli Stati Uniti), questa “libertà” si traduce nella realtà nella creazione di un sistema scolastico a due o più velocità, con scuole di serie A e di serie B: potendo scegliere in quale sede iscrivere i propri figli, le famiglie benestanti avrebbero la tendenza ad iscriverli in quelle più “riconosciute” (potendosi permettere maggiori spese di trasporto, refezione, alloggio, ecc.), mentre nelle altre verrebbero relegati gli allievi di origine sociale più modesta. Invece di combattere le disparità già esistenti tra i vari istituti scolastici, questo tipo di “mercato scolastico” non farebbe altro che accentuarle ulteriormente (specialmente qualora venisse perseguita l’aziendalizzazione scolastica di cui sopra).

L’offensiva lanciata dalla destra in seguito alla bocciatura della sperimentazione della “Scuola che verrà” è dunque da affrontare con la massima serietà: sottovalutare la portata di alcuni interventi tra quelli proposti potrebbe significare la fine di istituzioni fondanti della nostra società come la scuola pubblica e il diritto allo studio. Per questa ragione, il SISA si appella a tutte le associazioni magistrali e del mondo della scuola per rispondere in modo unitario e deciso alle proposte tendenti ad aziendalizzare la scuola pubblica e a mercificare l’istruzione.

LiLu2, LiMe, LiLo e CSIA rivendicano il rafforzamento delle borse di studio!

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) comunica con soddisfazione l’approvazione, avvenuta la scorsa settimana, di una risoluzione a favore del rafforzamento delle borse di studio in quattro assemblee studentesche di altrettante scuole superiori del Cantone. Le studentesse e gli studenti dei Licei cantonali di Lugano 2, Mendrisio e Locarno, così come quelle/i del Centro Scolastico per le Industrie Artistiche (CSIA), hanno dato in questo modo un forte segnale all’indirizzo del Parlamento, responsabile dello smantellamento degli aiuti allo studio avvenuto negli ultimi anni. Il Gran Consiglio ticinese, chiamato nelle prossime settimane ad esprimersi sulla petizione consegnata ad aprile dal SISA e corredata da oltre 2200 firme, dovrà tenere conto delle richieste degli studenti ticinesi, ormai stufi di vivere sulla propria pelle il costo dell’austerità imposta dalle autorità. Qui di seguito il testo della risoluzione approvata al LiLu2, al LiMe, al LiLo e al CSIA:

L’assemblea degli studenti dichiara:

  1. Il diritto allo studio, sancito dall’articolo 14 della Costituzione cantonale, deve essere garantito dallo Stato: la possibilità di beneficiare di un’istruzione post-obbligatoria non deve quindi essere condizionata dall’origine sociale o dalle disponibilità finanziarie dello studente.
  2. Le misure di risparmio adottate da Governo e Parlamento nell’ambito degli aiuti allo studio hanno rimesso in discussione tale principio, ponendosi quindi in contrasto con quanto enunciato dalla Costituzione.

In ragione di queste constatazioni, l’assemblea degli studenti invita il Gran Consiglio a dare seguito alle rivendicazioni contenute nella petizione “Per un rafforzamento delle borse di studio: per un’istruzione più equa per tutte/i!” consegnata lo scorso aprile dal Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) e corredata da oltre 2200 firme.

Una sperimentazione insidiosa, ma da sostenere

In vista della votazione popolare del prossimo 23 settembre, il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ritiene importante rendere pubbliche alcune considerazioni sulla sperimentazione della riforma “La scuola che verrà”.

Onde evitare malintesi, va prima di tutto chiarito un punto: il progetto di riforma promosso in questi anni dal DECS (che non riguarda unicamente “La scuola che verrà”) è ben lontano dalle aspettative che nutriamo in quanto studenti. In primo luogo, a preoccuparci sono numerosi aspetti dello stesso impianto delle riforme in via d’implementazione: l’approccio per competenze previsto dal nuovo Piano di studio rischia fortemente di svuotare di contenuto l’insegnamento obbligatorio e di rafforzare la selezione sociale che vi viene praticata; la possibilità di “adattare gli obiettivi” degli allievi potrebbe provocare un abbandono di coloro che si scontrano con maggiori difficoltà di apprendimento; i nuovi strumenti di valutazione (quale il famigerato “quadro descrittivo delle competenze”) rischiano di indurre un processo di “schedatura negativa” permanente degli studenti ritenuti “problematici”. In secondo luogo, segnaliamo anche una forte inquietudine relativa al dispositivo di cui è prevista la sperimentazione: il cosiddetto “modello PLR” non fa altro che riprodurre (ed estendere ad altre materie) l’attuale sistema dei “livelli”, mantenendo invariata la discriminazione tra gli allievi; la scelta delle scuole “test” e la durata ridotta della sperimentazione (solo 3 anni invece di 4) rischiano di viziarne i risultati; l’unico criterio sulla cui base avverrà la valutazione della sperimentazione è quello delle “performance” degli studenti, senza considerare le ricadute sul loro benessere psico-fisico, sul condizionamento sociale dei loro risultati scolastici, sul loro rapporto con i saperi e con la cultura in generale; non è infine ancora chiaro quale potrà essere l’effettivo coinvolgimento delle associazioni magistrali e studentesche nel percorso parallelo e successivo alla sperimentazione. Le garanzie fornite dal DECS su questi ultimi punti, in seguito alle sollecitazioni del Forum delle associazioni della scuola, ci paiono ancora significativamente insufficienti.

Ciò non significa però che il progetto di riforma sia privo di meriti o di proposte positive per la qualità e l’equità dell’istruzione pubblica, anzi. Molti sono i punti a favore della “Scuola che verrà”: primo su tutti, il superamento del modello segregativo e discriminatorio dei “livelli” A e B (unanimemente riconosciuto come uno strumento di selezione sociale degli allievi); l’introduzione di nuove forme didattiche (atelier, laboratori, settimane progetto) che permetteranno di archiviare il predominio dell’insegnamento cattedratico nella scuola ticinese; l’istituzione di vari momenti di studio ad effettivi ridotti (quali gli atelier o i laboratori), in funzione dei quali verrà anche rafforzato il servizio di sostegno pedagogico. Inoltre, numerose sono state le “correzioni” adottate dal DECS in seguito alla consultazione sul progetto: tra le misure riviste o soppresse figurano il conferimento di maggiore autonomia alle sedi scolastiche (che avrebbe creato maggiori disparità tra gli istituti e portato ad una progressiva intromissione dell’economia privata nella scuola pubblica), la suddivisione in sequenze e blocchi del calendario scolastico (assicurando quindi una maggiore continuità dell’insegnamento) e l’introduzione della cartella dell’allievo nella scuola media (limitando così il rischio di “schedatura negativa” di cui sopra). In definitiva, “La scuola che verrà” dovrebbe quindi condurre ad un maggior investimento finanziario nella scuola dell’obbligo (che il SISA rivendica fin dalla sua fondazione nel 2003), ad un miglioramento del rapporto numerico tra allievi e docenti (quantomeno in alcuni momenti della settimana) e all’introduzione di nuove modalità didattiche che potranno rendere più interessante e stimolante l’apprendimento in classe.

Sulla base di un’attenta valutazione dei pro e dei contro e del carattere provvisorio della riforma (che dovrà ancora essere discussa e approvata al termine dei 3 anni di “prova”), il SISA ha quindi deciso di sostenere la sperimentazione della “Scuola che verrà” e invita pertanto le elettrici e gli elettori a votare SÌ il prossimo 23 settembre. Il sindacato ha però altresì stabilito di non aderire al comitato favorevole: se ci troviamo d’accordo nel denunciare le menzogne e le falsificazioni del fronte contrario (auto-elettosi paladino della scuola pubblica dopo aver promosso per anni ogni taglio e ogni tentativo di privatizzazione dell’istruzione), non condividiamo tuttavia i toni entusiastici con cui viene descritta “La scuola che verrà”. Se la sperimentazione va sostenuta, essa è però ben lungi dall’essere la panacea di tutti i mali della scuola ticinese (e occorrerà vigilare attentamente affinché non ne produca di nuovi).