Non hai una formazione? Tranquillo, abbiamo bisogno di precari!

Cosa potrà mai voler dire essere giovani e privi di una solida formazione?

Molte cose. Ma tra tutte, forse quella che prevale, è il senso di frustrazione di una propria esistenza travagliata e priva di soddisfazioni. La verità è ormai diventata molto semplice nella realtà con cui siamo confrontati ogni giorno: la formazione determina il tuo status nelle relazioni sociali, se per qualche motivo non hai alcuna formazione, vali meno di zero. Questo rappresenta l’umiliazione per eccellenza. Ritrovarsi inermi nel confronto con la realtà può avere delle conseguenze devastanti nella vita di una persona. Come se non bastasse, le piccole soddisfazioni che potrebbero aiutarti a superare questo momento sono inesistenti: non avere la propria routine, non poter uscire a bere una birra con gli amici, andare al cinema oppure andare a vedere una manifestazione sportiva. Ma nel compendio di tutte le innumerevoli privazioni, economiche o culturali che siano, la peggiore è sicuramente l’assenza di prospettive future. Cosa vorrà dire, dunque, essere un giovane di estrazione popolare senza una formazione post-obbligatoria?

In Ticino significa trovarsi in assistenza: periodo preceduto da una logorante disoccupazione, dove le uniche strade che ti permettono di intraprendere sono proprio quelle da cui volevi scappare. Se ti opponi la pena è severa: nessun sussidio. Tuttavia pare che non ci si renda conto dello stato penoso in cui versa il mercato del lavoro ticinese; fanno fatica a trovare il proprio spazio dei giovani laureati, figuriamoci un ragazzo senza formazione. Ripeto: se non hai una formazione non vali nulla e, purtroppo, anche se hai un diploma professionale umile, vali poco. Tuttavia se un giovane avesse intenzione di rimettersi in carreggiata e ritornare sui banchi di scuola per scalare la piramide sociale, ma non ha le condizioni economi- che adatte, non potrebbe comunque farlo. Evidentemente, contrariamente a quanto sostengono molte personalità delle associazioni padronali ed economiche ticinesi, la buona volontà non è sufficiente per avere successo e combattere l’assistenzialismo indigeno, e non è il SISA a dirlo, bensì è lo stesso DECS, dunque lo Stato, ad ammettere che ci sono troppe “barriere alla riqualifica poste dal sistema di aiuti sociali, che non sostiene formazioni non direttamente professionalizzanti”, le quali sono “percepite dai diretti interessati come una possibilità di riscatto economico e sociale”. La lotta di classe non era un tema retrogrado?

In sintesi, la cruda realtà è che se si nasce poveri, si finisce in assistenza e con una formazione fragile, facilmente rimpiazzabile, e, quando finalmente si raggiunge la maturità adatta per comprendere la propria condizione e si cerca il riscatto, è ormai tardi. Se il numero di giovani in assistenza raddoppia ogni cinque anni, non vorrà forse dire che viviamo ormai in un contesto dove i casi sociali aumentano a causa di una situazione economica esasperata, in cui le più grandi vittime sono i fanciulli nati in un ambiente familiare disastrato, perciò vero e proprio riflesso del peggioramento delle condizioni della classe lavoratrice? Ciò che ne risulta è un nuovo e più ampio esercito di giovani precari, pronto a essere ingaggiato necessariamente per un lavoro temporaneo, senza alcun tipo di stabilità e dignità. Ma tranquilli, va bene così, sono utili i precari!

Rudi Alves


Questo articolo è apparso nel 5° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di settembre del 2018 (leggi qui l’intero giornale).


 

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