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Nel più assordante silenzio, il Governo procede verso la privatizzazione della didattica digitale

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Il 24 marzo scorso, il Consiglio di Stato ticinese dava notizia della trasformazione in “Unità amministrativa autonoma” del Centro di risorse didattiche e digitali (CERDD), l’ente che “offre assistenza tecnologica agli istituti (scolastici) ticinesi nella creazione di materiali multimediali necessari all’insegnamento“.

La decisione dell’esecutivo non ha sollevato alcuna reazione nel campo politico, ormai assopito in una logica di esternalizzazione dei servizi che spesso rasenta quella della privatizzazione dura e pura. Come si legge infatti nel comunicato del Governo:

“(…) questa modifica organizzativa ne aumenterà la flessibilità, consentendo inoltre di accedere a finanziamenti esterni e di realizzare progetti per conto di clienti esterni all’Amministrazione cantonale.”

Oltre all’adozione di una logica d’impresa all’interno di un ente pubblico, i cui effetti potrebbero non tardare a manifestarsi in termini di degrado dell’ambiente di lavoro (possiamo ben immaginare come il mercato privato non sia disposto a rispettare prezzi e condizioni lavorative del settore pubblico, causando pressioni sui tempi di lavoro e maggiori tensioni tra il personale), a preoccuparci è soprattutto la volontà di aprire un settore sensibile come quello della didattica digitale ai finanziamenti privati.

Abbiamo già avuto modo di osservare in passato quali siano i rischi di una simile intromissione dell’imprenditoria privata nel mondo della scuola, e in particolare nel lucroso settore dell’educazione tecnologica. Tuttavia pare proprio che in seno al Governo cantonale non ci si preoccupi assolutamente del fatto che multinazionali come Google o Apple potrebbero finanziare  direttamente l’ente che si occupa di preparare i supporti  didattici utilizzati in tutte le scuole del Cantone, permettendo loro di realizzare un’importante pubblicità occulta priva di qualsiasi valore educativo. Vale infatti la pena ricordare come spesso i consumi delle famiglie siano influenzati proprio dai figli (attraverso il classico “mamma me lo compri?”): non c’è quindi da stupirsi dell’interesse e della “benevola” disponibilità che questi gruppi mostrano verso il mondo della scuola (finanziando non solo materiali didattici, ma anche gite e giornate speciali, ecc.).

Quindi, se da un lato i riformatori del DECS si riempiono la bocca di termini come “educazione ai consumi”, “uso responsabile dei beni”, ecc., dall’altro si permette proprio a chi dal consumismo trae i propri immani profitti di intervenire nella scuola e orientare la didattica tecnologica a proprio vantaggio.

Resta solo da chiedersi: quale sarà il prossimo passo?

Verso un riformatorio cantonale? Non ci siamo.

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Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti ha appreso con molto rammarico la recente decisione da parte del legislativo cantonale di approvare la Legge sulle misure restrittive della libertà dei minorenni nei centri educativi. Già nel 2009 il sindacato si era espresso con toni negativi riguardo la decisione del Consiglio di Stato di lavorare per la costruzione di un riformatorio giovanile cantonale. Come allora, l’approvazione di questa legge prosegue nella stessa direzione e pare raccogliere il consenso di parte del panorama politico giovanile: i Giovani Liberali Radicali hanno addirittura esultato per l’approvazione della suddetta legge. A loro modo di vedere questa legge costituisce infatti “un tassello – oggi purtroppo mancante – da inserire in una pianificazione globale di tutto il comparto dei servizi e delle strutture socio educative del Cantone”.

In un contesto di politiche di austerità, dove i risparmi nei servizi fondamentali sono ormai la consuetudine e dove persino i tagli nell’educazione non sembrano preoccupare gli ambienti politici più influenti, ci sembra inappropriato stanziare fondi per un progetto che, sul lungo termine, non porterà alcun beneficio ai giovani così definiti “disadattati”, ritardando di fatto gli atteggiamenti criminosi.

Le misure disciplinari e la privazione della libertà non sono la soluzione ai problemi che possono innescarsi nei giovani ticinesi, al contrario aggravano la loro integrazione nella società (la stessa che in fondo crea questi disagi).

Compito fondamentale dello Stato è quello di integrare tutti i giovani, senza tener conto della loro origine socio-economica, nella società civile e democratica attraverso l’educazione pubblica. Dunque, se esistono disagi in una fetta della popolazione giovanile è anche a causa dello smantellamento della scuola pubblica, la quale per mancanza di fondi non riesce a tenere conto delle difficoltà sociali, culturali e economiche di questi ragazzi.

La criminalizzazione e la segregazione di questi soggetti da parte della società civile aggraverebbe la loro già difficile situazione, siccome essi vivranno in uno stato di discriminazione e non riusciranno ad inserirsi virtuosamente all’interno della società. Infatti una volta criminalizzati c’è la possibilità che questi giovani individui si aggregano a gruppi affini e altrettanto sensibili, dai quali possono sfociare ripetuti reati o persino di entità maggiore.

Per questo motivo ci opponiamo fermamente a questa legge (che nulla propone per risolvere il disagio sociale presente tra le fasce giovanili) e proponiamo che i fondi destinati alla realizzazione del “centro educativo chiuso per minorenni” (come viene eufemisticamente nominato quello che sarà il riformatorio cantonale) vengano utilizzati per rafforzare il sostegno psicologico all’interno delle strutture scolastiche e per la creazione di nuovi spazi extrascolastici, dando ai giovani la possibilità di poter affrontare i propri disagi adolescenziali all’interno di clima aggregativo, artistico-musicale e soprattutto socializzante.

Bertoli, dov’è finita la tua scuola “democratica”?

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Io credo che in un mondo che sta vivendo cambiamenti così rapidi e radicali, la scuola debba sapersi adattare in modo che la formazione sia in grado di rispondere alle nuove sfide professionali e alle sempre maggiori incognite.

Così si esprime oggi l’Onorevole Manuele Bertoli sulle pagine del Caffè, in un’intervista nella quale ripercorre le critiche mosse al progetto La scuola che verrà da parte del PLRT.

Ancora una volta, il ministro socialista interviene per fugare ogni dubbio circa le sue intenzioni riguardo alla scuola dell’obbligo: le riforme in corso non hanno come obiettivo l’abbattimento dei fenomeni di selezione sociale che ancora la caratterizzano, o la formazione di cittadini critici capaci di orientarsi coscientemente nell’attuale società della (dis)informazione. Esse mirano invece ad adeguare il sistema scolastico ticinese alle esigenze dell’economia, che ora più che mai richiede una manodopera “flessibile” (termine che il buon Bertoli non si lascia certo sfuggire, in riferimento al post-obbligo) e dotata di più competenze interdisciplinari (le famigerate “skills”). In altre parole, precaria e ignorante.

Ma ora, ci chiediamo noi, dov’è finita la (presunta) visione democratica del ministro dell’istruzione, che ancora 3 anni fa, nella sua prefazione al primo rapporto su La scuola che verrà, affermava che:

La scuola deve essere aperta e democratica, una scuola dove anche coloro che per condizione sociale sono lontani dalla cultura possano avvicinarsi ad essa (…)

Di questa prospettiva, e soprattutto di proposte per tradurla in realtà, nessuna traccia (se escludiamo il solito mantra sulle “chance uguali per tutti”: anche questo, un “lavarsi le mani” davvero poco degno per chi si richiama ad una tradizione progressista. Appellandosi alla responsabilizzazione individuale – “ognuno deve però camminare con le proprie gambe” -, si lascia completamente da parte l’obiettivo ultimo della riuscita universale degli allievi, della ricerca tendenziale di portare ogni studente ad acquisire un livello di istruzione minimo al termine della propria scolarità. Insomma, quello che dovrebbe fare una vera “scuola democratica”).

Pare quindi che più ci si avvicini alla fase decisiva del progetto di riforma, più inizino a cadere le maschere e le illusioni con cui erano stati abbondantemente conditi i rapporti dipartimentali. Il velo di retorica progressista che aveva tratto in inganno buona parte della sinistra sta lasciando ora lo spazio ad una visione molto più cinica del futuro dell’istruzione in Ticino: una scuola al servizio dell’economia e non più della cittadinanza e della società.

Rilanciamo perciò la nostra domanda ormai ricorrente: la sinistra di governo vuole vivere ancora per molto questo bel sogno imbastito da Bertoli, o ha invece intenzione di svegliarsi e affrontare la realtà dei fatti senza i paraocchi dell’appartenenza partitica?

Il GAS spinge Bertoli verso la scuola-azienda: è ora di cambiare paradigma

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Che una parte della sinistra fosse completamente allo sbando sul tema delle riforme scolastiche si era ormai già capito da parecchio tempo, come abbiamo avuto modo di sottolineare anche noi a più riprese.

Purtroppo però, non sembra esservi un limite alle prodezze delle frange “intellettuali” ultra-liberal che orbitano attorno (e all’interno) del PS Ticino. Se già il progetto di riforma così come presentato dal DECS pone seri problemi a livello di finalità e metodi (incredibilmente vicini a quelli proposti dalla destra neo-liberale in tutto il resto del continente europeo), i grandi pedagoghi del GAS (acronimo di Gente che Accende la Società) si sono spinti ben oltre, come si può leggere in questa intervista al consigliere di Stato Manuele Bertoli.

Sono due i dati più preoccupanti che emergono da una lettura disincantata di questo articolo.

In primo luogo, vediamo all’opera un movimento che preme con forza per una svolta ancora più a destra nella posizione del PS riguardo al tema dell’istruzione. Le domande dell’intervistatore (che avevamo già visto cimentarsi in spericolati rimproveri al ministro socialista, dal quale si aspetta maggiore attenzione alle esigenze del padronato e del mercato del lavoro), oltre ad essere condite da una retorica degna dei maggiori gremi foraggiati dal capitale globale (dove avete mai sentito parlare di “figure altamente skillate“?), spingono l’Onorevole a confrontarsi con proposte che rasentano quelle del tandem iper-liberista Morisoli/Pamini: insegnamento della programmazione dalle elementari, coinvolgimento attivo degli imprenditori nell’attività scolastica, educazione al culto della globalizzazione economica, ecc. L’intento è evidentemente quello di trascinare Bertoli verso una dimensione squisitamente mercantile delle riforme scolastiche, e il risultato non lascia ben sperare.

In secondo luogo, osserviamo infatti come il ministro cerchi disperatamente di districarsi dalla trappola ideologica che lui stesso ha contribuito a creare nel corso degli anni, travisando completamente il ruolo della sinistra nel nostro panorama politico. In una prova di equilibrismo senza precedenti, Bertoli cerca di soddisfare sia i pensatori liberal che auspicano una maggiore aziendalizzazione del sistema scolastico ticinese, sia quella generazione di docenti progressisti che ha trascorso la propria vita professionale nel solco dei principi di equità e inclusività sanciti dall’istituzione della scuola media unica. Tuttavia, con questo esercizio Bertoli non fa altro che confondere ulteriormente le acque, senza schierarsi esplicitamente da una parte o dall’altra (e, ve lo assicuriamo, le due visioni non possono essere in nessun modo compatibili) e lasciando presagire il peggio in vista della discussione parlamentare sul progetto “La scuola che verrà”.

Se possiamo forse ancora sperare in qualche tardiva defezione all’interno del gruppo socialista, non possiamo concederci il lusso dell’illusione: i rapporti di forza attuali permetteranno infatti alla destra borghese di premere con forza sull’acceleratore e di dare slancio ad un processo di riforma scolastica che dia maggiore spazio alle direttive del padronato e alla conservazione sociale. Impresa tutt’altro che complessa, dato che ci hanno già pensato i deputati di AreaLiberale a colmare le “lacune” del progetto originale, con l’iniziativa parlamentare “La scuola che vogliamo”.

In poche parole, la frittata è fatta: la “sinistra” al governo ha presentato un progetto essenzialmente di destra, e lo scombussolamento ideologico interno ad essa (avviato e alimentato da esperimenti come Incontro Democratico) impedisce ogni tipo di reazione critica a ciò che potrebbe trasformarsi nell’inizio della fine della scuola pubblica in Ticino.

Non nutriamo grandi speranze circa le possibilità di invertire questo processo, ma ci auguriamo di cuore che a sinistra si riesca a comprendere su chi riposano le responsabilità di questo disastro e che ci si riorienti velocemente verso una proposta politica alternativa e di rottura con queste “pasticciate” ormai insostenibili. La nostra scuola (ma non solo) ne ha più che mai bisogno.

Notiziona: i liberali non vogliono una scuola “equa, inclusiva e di qualità”!

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“Il progetto dipartimentale, sfacciatamente ideologico, deve essere rivisto completamente.”

Bixio Caprara, neo-presidente PLRT (5 febbraio 2017).

Prima di tutto, chiariamo una questione: anche secondo noi “La scuola che verrà” va rivista completamente. Purtroppo però, nutriamo forti dubbi in merito alle reali possibilità di questo progetto di tradursi in una riforma davvero positiva per la nostra scuola.

Da ormai parecchie settimane, la scuola crea fermento in casa liberale: come abbiamo già avuto modo di osservare, il PLR sta cominciando a scoprire le proprie intenzioni in merito alle imminenti riforme scolastiche. Sono infatti numerosi gli esponenti dell’ex-partitone che hanno espresso pareri particolarmente critici nei confronti del progetto presentato da Bertoli nell’ormai lontano 2014.

In vista del congresso del partito, svoltosi la scorsa domenica, hanno iniziato a moltiplicarsi gli “sbottonamenti” sul tema, con il presidente GLRT Alessandro Spano a rompere il ghiaccio.

E subito emergono i veri punti critici per i liberali:

“Manca un forte legame tra la scuola è il mondo del lavoro.”

“Il costo stimato per l’introduzione della riforma di 32 milioni di franchi appare sottostimato.”

E non manca certamente Maristella Polli, veterana della Commissione scolastica del Gran Consiglio, per rincarare la dose:

La scuola che verrà propone diversi interventi di difficile attuazione, possibili solo con grossi investimenti di gestione corrente e logistici.”

“E si caricano i docenti di compiti impossibili in materia di valutazione e di differenziazione se non concedendo loro sensibili riduzioni dell’onere di lezione per svolgere questi compiti, il cui effetto sono maggiori oneri finanziari.”

In sintesi, secondo i liberali ticinesi il progetto del DECS non sarebbe adeguato perché troppo dispendioso e non sufficientemente asservito alle esigenze del padronato nostrano.

Ancora una volta, investire nell’istruzione non sembra essere un’opzione per il partito che fu del Franscini. Occorre invece, secondo i più recenti dettami delle istituzioni europee e del capitale globale, ridurre le spese e legare a doppio filo il mondo della scuola a quello dell’impresa.

Nulla di più facile che riciclare (e rafforzare…?) gli unici elementi “validi” della riforma fortemente voluta da Bertoli: autonomia finanziaria e amministrativa delle scuole (a quando l’apertura alle “donazioni” del privato?), aziendalizzazione delle direzioni scolastiche (con funzionari che assumeranno progressivamente il ruolo di “manager”, chiamati a gestire investimenti, forza lavoro – un tempo noti come docenti – e simili), “cartelle dell’allievo” (o dettagliati rapporti personali da trasmettere a potenziali datori di lavoro?), piani di studio fondati sull’approccio per competenze (o sul rimpiazzo dei saperi con le abilità pratiche?), ecc.

Per completare l’opera, sarà poi sufficiente sopprimere le misure che, per dirla con le parole del neo-presidente, mirano unicamente ad un “testardo egualitarismo”, quali il rimpiazzo dei livelli A e B o la revisione dell’odioso sistema di “medie d’entrata” per l’accesso alle scuole superiori (in realtà già fortemente ridimensionata dal secondo rapporto del DECS). E non si può dire che i liberali, grazie anche al già scontato supporto del resto della destra, non abbiano i numeri per procedere su questa strada.

Se qualcuno credeva ancora (ingenuamente) che il PLR avrebbe sostenuto la scuola “equa, inclusiva e di qualità” che Bertoli afferma di voler promuovere, pare proprio che debba ricredersi. La verità è che a “sinistra” si è ancora voluto sperimentare le ricette della destra, convinti che dando loro una spolverata di retorica progressista si potesse modificarne la sostanza.

Purtroppo però, a giocare col fuoco si rischia di scottarsi (o, come in questo caso, di incendiare tutta la baracca): il dado fortunatamente non è ancora tratto e ci auguriamo vivamente che a sinistra (specialmente tra chi fino a qualche tempo fa si dichiarava “entusiasta” delle intenzioni di Bertoli…) si inizi a riflettere a fondo sui seri rischi che questa riforma porta con sé (come faremo noi sabato prossimo…).

“La scuola, che sarà?”

Il nuovo orientamento scolastico: al servizio del padronato e del mercato del lavoro!

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La recente revisione della Legge sull’orientamento scolastico e sulla formazione professionale e continua (Lorform) arricchisce di un altro elemento il già complesso puzzle delle riforme che stanno investendo la scuola ticinese. L’ampio sostegno del Gran Consiglio, pressoché unanime nell’approvare l’iniziativa parlamentare di Nicola Pini e cofirmatari (gli unici contrari sono stati i deputati Massimiliano Ay, Partito Comunista, e Matteo Pronzini, Movimento per il Socialismo), potrebbe lasciar intendere che questa sia una riforma estremamente necessaria e priva di qualunque rischio per l’integrità del nostro sistema scolastico.

Purtroppo, non è questo il caso. Anzi, è proprio la grande condivisione di questo progetto a farci preoccupare: essa rappresenta infatti l’ennesimo segnale della più totale subordinazione della sinistra di governo nei confronti delle proposte politiche del padronato in materia d’istruzione. Un segnale che non promette nulla di buono per il futuro: al momento della prova dei fatti (ossia, al momento del voto sul progetto “La scuola che verrà” e sull’iniziativa parlamentare “La scuola che vogliamo”), il Partito Socialista sarà capace di denunciare i rischi per la scuola pubblica o continuerà a chinare la testa di fronte all’offensiva della destra?

Ma andiamo con ordine.

L’iniziativa del padronato e l’iter parlamentare

il 23 novembre 2015 Nicola Pini (PLR; già collaboratore della direzione di AITI – Associazione Industrie Ticinesi), Alex Farinelli (PLR; vicedirettore della sezione ticinese della SSIC – Società Svizzera degli Impresari Costruttori), Paolo Pagnamenta (PLR; impresario costruttore), Marco Passalia (PPD; vicedirettore della CC-TI – Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi), Giorgio Fonio (PPD; sindacalista OCST) e Lorenzo Jelmini (PPD, sindacalista OCST) depositavano l’iniziativa parlamentare “Le organizzazioni del mondo del lavoro collaborino all’orientamento professionale dei nostri giovani”, con la quale si chiedeva di modificare come segue la suddetta Legge sull’orientamento:

Art. 30 – Collaborazioni

All’attività di orientamento dei giovani collaborano le direzioni scolastiche, i docenti, i servizi del Cantone interessati all’attività orientativa, le associazioni dei genitori e le organizzazioni del mondo del lavoro.

A sostegno della loro proposta, gli iniziativisti indicano numerosi motivi:

  • “Vi è un comprovato manco di conoscenza e di consapevolezza di molte opportunità formative di qualità e di carriera nell’ambito della formazione professionale”
  • “Il sistema duale svizzero è correlato a dei risultati positivi in termini di integrazione nel mondo del lavoro (…) Il Ticino è l’eccezione che conferma la regola: esso ha infatti un tasso di disoccupazione giovanile e una quota di licealizzazione più alte”
  • “Occorre avvicinare l’Ufficio dell’orientamento scolastico alla formazione professionale e alle varie attività economiche (…) per sviluppare conoscenze delle varie professioni e per migliorare la capacità di previsione rispetto alle tendenze del mercato del lavoro”
  • “Vi sono genitori distanti e disinteressati che delegano impropriamente compiti e scelte educative alla scuola, mentre altri al contrario sono invadenti e tendono a voler proiettare sui loro figli le loro aspirazioni (…) Anche loro vanno coinvolti, adeguatamente informati, sensibilizzati, responsabilizzati.”

L’origine (e le finalità) di questa riforma dovrebbero essere ora ben chiari anche al meno attento dei lettori: con questa iniziativa, il padronato mirava a porre le basi legali per l’assoggettamento (di fatto già in parte esistente) dell’orientamento scolastico alle proprie esigenze contingenti in termini di manodopera. Concretamente, ciò dovrebbe tradursi in una maggior promozione (con modalità quasi pubblicitarie) della formazione professionale (evidentemente più congeniale al mondo dell’impresa, che la gestisce in prima persona e che può determinare in autonomia le quantità di personale da formare per ogni profilo professionale), a scapito dell’istruzione liceale, identificata come la causa principale (!) dell’alto tasso di disoccupazione giovanile in Ticino (che nel 2014 si attestava al 17%, secondo i criteri dell’Organizzazione mondiale del lavoro – ILO).

I Pink Floyd ci avevano visto giusto: “All in all, you’re just another brick in the wall” (Alla fin fine, siete solo un altro mattone nel muro).

Nulla di nuovo sotto il sole: sono anni che la destra e gli imprenditori battono il chiodo della cosiddetta “trappola dell’accademizzazione”, sostenendo che occorrerebbe adeguare il nostro sistema scolastico al modello (molto più selettivo) in vigore nella maggioranza dei Cantoni d’Oltralpe. Tuttavia, come detto, a sinistra si è caduti in un’altra trappola, quella abilmente tesa dagli iniziativisti, che si sono premurati di coinvolgere alcuni miti e collaborativi sindacalisti di OCST, dando prova della volontà di dare spazio anche alla parte sindacale nella gestione delle attività di orientamento scolastico. E così, tanto il messaggio governativo quanto il rapporto commissionale non presentano alcuna critica al progetto, condividendo in toto le rivendicazioni finora proprie del padronato e conducendo al risultato di mercoledì scorso: i gruppi di PS e Verdi sostengono compatti la modifica di legge, e lasciano l’orientamento scolastico nelle smaniose (e compiaciute) mani di AITI, SSIC, CC-TI, ecc.

Senza voler entrare nel merito delle critiche mosse all’atteggiamento dei genitori (che non tengono minimamente conto della situazione sociale, familiare e lavorativa delle famiglie, ma mettono in un unico calderone tutti i genitori “non virtuosi”, come se la loro capacità di seguire i figli nel percorso scolastico – e la loro possibilità di farlo! – dipendesse unicamente da una particolare predisposizione per l’attività di genitore), crediamo sia doveroso ritornare su alcuni aspetti sollevati dai promotori dell’iniziativa (ma ben poco corrispondenti alla nostra realtà cantonale), ma soprattutto sui seri rischi collegati a questa riforma.

Tanti liceali = tanti giovani disoccupati: ne siamo davvero sicuri?

Come abbiamo visto, secondo Pini e compagni “l’eccessivo” tasso di licealizzazione del nostro Cantone (al termine della scuola media, circa il 40% degli allievi decide di iscriversi ad una Scuola Media Superiore – SMS) sarebbe una delle cause principali dell’elevato tasso di disoccupazione giovanile. Ma questo legame di causalità, tanto sbandierato nel corso degli anni, corrisponde davvero alla realtà?

Se osserviamo la situazione degli altri paesi sviluppati, possiamo facilmente notare come vi siano esempi di nazioni con tassi di licealizzazione superiori al nostro, ma con tassi di disoccupazione giovanile uguali o addirittura minori. Un esempio lampante è quello della Finlandia: con ben il 55% di studenti nell’insegnamento secondario generalista, il paese scandinavo vanta uno dei tassi di disoccupazione giovanile più bassi d’Europa (situato attorno al 17-18%, a livello di quello ticinese). Il nesso rivendicato dall’imprenditoria ticinese appare quindi più pretestuoso che realmente basato su dati oggettivi.

Ma non limitiamoci a questa constatazione. Data l’infondatezza del presupposto di base, viene da chiedersi se la soluzione proposta sia davvero adeguata: un “miglior” orientamento potrebbe davvero contribuire, come sostenuto dagli iniziativisti, a risolvere la crescente problematica della disoccupazione giovanile?

Per rispondere a questa domanda, occorre cercare di comprendere le REALI cause della disoccupazione giovanile in Ticino. Uno studio sul tema realizzato dall’Ufficio di statistica afferma che:

Questo (la maggiore vulnerabilità delle fasce più giovani della popolazione, ndr.) è almeno in parte dovuto a una maggior esposizione agli attriti che inevitabilmente incombono nella transizione dalla formazione al mercato del lavoro.

I giovani, dimostrando una maggior facilità di (re)inserimento sul mercato, rimangono disoccupati per periodi generalmente più brevi rispetto al resto della popolazione. Negli ultimi anni però, i tempi per la ricerca d’impiego sembrano essersi dilatati, e parallelamente il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato. L’accresciuta difficoltà nel (re)inserimento è, almeno in parte, indotta da un mercato del lavoro che diventa sempre più esigente in termini di qualifiche richieste, mettendo sotto pressione il segmento più giovane della popolazione che palesa, dovuto alla giovane età, minor livelli d’istruzione (magari perché non hanno ancora raffinato il percorso formativo) e meno anni d’esperienza professionale alle spalle.

A ciò va poi naturalmente aggiunto il particolare contesto del mercato del lavoro ticinese, minacciato dalla prossimità con il “bacino di manodopera” a basso costo della Lombardia (reso accessibile da una liberalizzazione incontrollata delle relazioni bilaterali). Questa situazione consente ai datori di lavoro di esercitare una forte pressione sui salari e sulle condizioni di lavoro che va spesso anche a scapito dei giovani (come detto, più deboli nelle trattazioni contrattuali), creando fenomeni come il dumping salariale o la sottoccupazione (che in Ticino riguarda poco meno di un migliaio di giovani tra i 15 e i 24 anni, secondo le rilevazioni dello studio succitato).

Viene quindi da chiedersi se la “colpa” sia da attribuire agli studenti, come fanno gli iniziativisti (che parlano di “contrastare la mancanza di manodopera qualificata” promuovendo delle scelte formative più oculate), o se la crescente disoccupazione giovanile (vedi grafico, tratto da “Ai margini del mercato del lavoro“, USTAT) sia da attribuire ad un mercato del lavoro divenuto troppo esigente nei confronti dei giovani lavoratori. Questi vengono in effetti costretti tra una sempre maggiore richiesta di qualifiche e di esperienze professionali e delle condizioni salariali e di lavoro in continuo degrado (salari stagnanti, maggiore flessibilità, precarietà degli impieghi, ecc.): chi è allora a “sbagliare”? Dove è finita la famosa “responsabilità sociale” delle imprese, che invece di sostenere i giovani nella ricerca dei primi impieghi li costringono ad accettare posti di lavoro a condizioni miserevoli o a finire in disoccupazione?

D’altra parte, non è da dimenticare il preoccupante fenomeno dell’emigrazione interna dei giovani ticinesi, che sempre più si trasferiscono Oltralpe dopo aver terminato gli studi in cerca di migliori opportunità lavorative (negli ultimi 15 anni il Ticino ha visto diminuire la propria popolazione tra i 20 e i 39 anni di 6’000 unità, ossia del 7-8%…!). Ma chi sono questi “migranti” intraconfederati? Giovani poco qualificati spinti da un livello dei salari al di sotto delle loro aspettative o studenti con un alta formazione che in Ticino non trovano un impiego corrispondente alle proprie esigenze? Secondo Elio Venturelli, già direttore dell’Ufficio cantonale di statistica:

è molto probabile che ad andarsene siano stati i giovani con le migliori qualifiche professionali, la cui formazione è stata pagata dal nostro cantone, ciò che rappresenta una perdita considerevole per le finanze cantonali.

Viene quindi da chiedersi di cosa parlino Pini e compari quando sostengono di voler “valorizzare ancora di più passioni, interessi, qualità e punti di forza dei nostri giovani”: riusciamo a formare fior fior di accademici di alto e altissimo livello, ma li costringiamo a lasciare il Ticino perché non vi trovano impieghi se non a salari da fame… State davvero sostenendo che sono gli studenti a sbagliare scelte formative? Non è piuttosto il tessuto economico cantonale a non essere adeguato al potenziale della popolazione, e in particolare dei giovani? Ah no, giusto: secondo voi c’è “mancanza di manodopera qualificata”…

Post Scriptum: la prossima volta che ci venite a chiedere di fare “sacrifici” con senso di “responsabilità”, rinunciando alle borse di studio, ricordatevi che di soldi ne potreste risparmiare evitando di costringere all’esodo centinaia e centinaia di ticinesi laureati!

I giovani (e le famiglie) preferiscono il liceo alla formazione professionale perché non la conoscono o lo fanno proprio perché la conoscono?

Un’altra delle motivazioni addotte dagli iniziativisti è quella per cui sostanzialmente gli studenti (e le famiglie alle loro spalle) stiano sbagliando a non scegliere la strada della formazione professionale semplicemente perché non ne conoscono le “opportunità formative di qualità e di carriera”. Ebbene, non potrebbe essere proprio perché le conoscono che decidono di “tentare la sorte”, iscrivendosi ad un indirizzo di studio più prestigioso come il liceo?

In effetti, non sono pochi gli elementi che confermano come la scelta di un apprendistato potrebbe condurre ad una situazione sociale ed occupazionale non particolarmente invidiabile (e soprattutto, difficilmente migliorabile!).

In primo luogo, a tenere banco è l’aspetto salariale, certamente uno dei più considerati. Se osserviamo il grafico sottostante (tratto dal monitoraggio “Scuola a tutto campo”, edizione 2015), possiamo facilmente notare come a un titolo di studio più elevato corrisponda uno stipendio nettamente maggiore rispetto agli altri. È interessante considerare a questo proposito la flessione registrata nel salario mediano dei laureati, che conferma l’ipotesi di cui sopra in merito alla “fuga di cervelli” dal nostro Cantone.

D’altra parte, i ricercatori dell’USTAT ci confermano ancora come “il rischio di vivere un periodo di disoccupazione è maggiore quando il livello di formazione è basso”. Nel 2013, il tasso di disoccupazione delle persone con un titolo di studio di grado terziario si attestava infatti al 2,1%, salendo al 4,3% per coloro che detengono un diploma di grado secondario e al 6,7% per quelli con un’istruzione primaria.

Infine, non si può non menzionare l’impatto delle scelte formative sul destino sociale degli studenti. Come dimostra un recente studio dell’Università di Losanna, la mobilità sociale viene fortemente condizionata dai titoli di studio conseguiti (vedi grafico): in parole povere, il figlio di un operaio che decide di fare il commesso non ha quasi nessuna possibilità di conquistare una posizione sociale più elevata di quella di suo padre. Al contrario, se decidesse di proseguire gli studi e di ottenere una laurea, le sue possibilità di ascesa sociale crescerebbero in modo importante. Da notare anche l’effetto della selezione sociale esercitata dalla scuola, che, a parità di titolo di studio, dà sempre e comunque delle migliori chances di ascesa sociale a chi già proviene da una classe sociale più agiata (effetto che sembra diminuire con l’aumento del livello di studio, a riprova del fatto che ad un titolo di studio più elevato corrisponde una maggiore equità nelle possibilità di affermazione sociale).

Quale dovrebbe essere la funzione dell’orientamento scolastico? Ma soprattutto, cosa rischia di diventare?

L’infondatezza delle motivazioni addotte dai promotori della riforma ci porta ad interrogarci sulle reali intenzioni di questi ultimi: se l’obiettivo non è quello di combattere la disoccupazione giovanile, a cosa puntavano Pini & co con questa iniziativa?

Abbiamo già accennato alla storica battaglia del padronato contro l’eccessiva licealizzazione dei giovani ticinesi, che oggi, dopo numerose (e infruttuose) campagne di promozione dell’apprendistato, potrebbe essere giunta ad una svolta decisiva. Potendo partecipare direttamente (come spesso già avviene oggi) agli eventi informativi per gli studenti (ad esempio Espoprofessioni), alla preparazione del materiale informativo per gli allievi (come il manuale “Scuola media, e poi?”), potendo organizzare eventi di formazione per gli orientatori scolastici (che potrebbero diventare sempre più simili ai moderni “head hunters” che non a dei disinteressati consulenti al servizio degli allievi), potendo influenzare le direttive dell’Ufficio dell’orientamento (UOSP), ecc. il padronato avrà finalmente la possibilità di indirizzare i giovani verso i settori economici nei quali si riscontra una carenza di manodopera o nei quali intende ampliare l’attività economica (“restare al passo continui mutamenti del mercato del lavoro e di prevedere lo sviluppo di nuova opportunità”). Eppure il governo, nel suo messaggio, ricordava la “riaffermazione del principio della libertà della scelta formativa e professionale del giovane” e il “ruolo sussidiario del servizio di orientamento rispetto al percorso di auto responsabilizzazione del giovane”…

Quale delle due esigenze prevarrà quindi nell’orientamento scolastico del futuro? Il rispetto dell’autonomia e dei desideri dello studente o gli interessi economici di breve-medio termine del padronato nostrano? Vista la decisione presa, ci pare piuttosto evidente quale sia la risposta…

Ma a preoccuparci è anche un’altro aspetto, meno esplicito ma altrettanto preoccupante per il destino del diritto allo studio e delle pari opportunità di formazione. Dietro a questa riforma dell’orientamento, si nasconde infatti un pericoloso rafforzamento della funzione di riproduzione e di conservazione sociale della scuola.

Attraverso una promozione della formazione professionale (da realizzarsi con il supporto dei nuovi orientatori/”head hunters”) e un’aumento della selettività degli studi liceali (a questo proposito, è interessante notare come il governo stesso consideri il limite alle ripetizione alle SMS un elemento della lotta contro la “probabilmente eccessiva licealizzazione della scuola ticinese”), il padronato mira ad aumentare il numero di giovani che “scelgono” una formazione professionalizzante e a diminuire quelli che ricevono un’istruzione generalista. Ma siamo certi che questa ripartizione avverrà in modo equo e non verrà influenzata dall’origine sociale degli studenti?

Se osserviamo i dati sulla composizione sociale degli allievi nei differenti ordini scolastici, riportata in questo grafico (estratto dal monitoraggio “Scuola a tutto campo”, edizione 2015), possiamo notare come nelle Scuole medie superiori vi sia una sovrarappresentazione di studenti delle classi sociali più alte (sottorappresentati per contro nell’apprendistato). Viceversa, gli studenti di origine sociale più bassa frequentano maggiormente gli indirizzi professionali e sono sottorappresentati nei licei e nella formazione di grado terziario.

Il disegno della classe dirigente appare quindi più chiaro (e inquietante). Da un lato, mira ad accentuare questa polarizzazione sociale negli indirizzi formativi, segregando le classi sociali inferiori nelle scuole professionali e nelle mansioni lavorative più umili e assicurandosi il monopolio della formazione accademica e delle posizioni al vertice della gerarchia sociale. Dall’altro, punta a privare le classi medio-basse degli strumenti culturali che le possano permettere di riscattarsi dalla sua condizione di subalternità: un operaio che comprende la relazione di sottomissione tra il capitale e il lavoro potrebbe risultare difficile da controllare e potrebbe presentare tendenze “rivoluzionarie”… Per questo è importante che non abbia la possibilità di sviluppare questa coscienza critica, e che venga quindi formato in una scuola a “basso contenuto culturale” come lo sono le nostre scuole professionali.

Ora però dateci il nostro spazio!

Evidentemente, questa prospettiva non è particolarmente allettante per chi, come noi, si batte da anni per un’istruzione libera dai diktat del mercato e per una maggiore equità nelle opportunità di formazione.

Tanto più che, se è vero che la riforma prevede la partecipazione delle organizzazioni sindacali, il SISA è sempre stato escluso da qualunque attività legata all’orientamento scolastico. Possiamo quindi ben comprendere quali saranno gli equilibri nel “nuovo orientamento”: carta bianca alle imprese per la loro pubblicità d’impiego e restrizioni ai sindacati, come il nostro, che si battono per una maggiore coscienza in merito ai diritti degli studenti e degli apprendisti e per un’effettiva libertà nelle scelte formative.

Tuttavia, tentar non nuoce: il SISA ha quindi inviato una lettera al Dipartimento dell’educazione per ricevere conferma della possibilità di partecipare agli eventi informativi per gli studenti e a tutte le altre attività che riguardano (e riguarderanno) l’orientamento scolastico e professionale. Per ora, ci limitiamo ad attendere risposta. Poi, si vedrà.

Caro Rigozzi, vuoi farci tornare a ginnasio e maggiori?

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La scorsa settimana Gerardo Rigozzi ha rilasciato un’intervista al portale LiberaTV nella quale traccia la sua visione in merito al progetto di riforma della scuola dell’obbligo “La scuola che verrà”. In qualità di membro del gruppo di lavoro del PLRT che si occupa di analizzare il documento, l’ex-direttore del Liceo di Lugano e della Biblioteca cantonale formula una lunga serie di considerazioni che meritano una risposta.

Chi ha seguito il SISA nel recente passato sarà sicuramente a conoscenza dell’approccio fortemente critico che contraddistingue la nostra analisi del progetto di riforma. Tuttavia, non possiamo permettere che quel poco di buono che effettivamente vi è contenuto venga “gettato a mare” come intenderebbe fare Rigozzi.

Senza voler entrare nella polemica sulla distinzione tra pedagogisti e politici (figure che, a nostro modo di vedere, corrispondono a due ruoli inscindibili: chi si occupa di scuola si occupa necessariamente di politica, in quanto determina il futuro culturale della nostra società, e chi nega tale nesso è molto probabilmente intenzionato a nascondere il progetto sociale cui sottostanno le sue politiche scolastiche), iniziamo col rimarcare come non sembri passare mai di moda il vecchio mantra liberista per cui la “pressione dei fattori extrascolastici” non avrebbe nulla a che vedere con i risultati degli allievi. Ciò che é davvero sorprendente, è però la richiesta di maggiori dati scientifici da parte dell’intervistato: questi pare non essere a conoscenza dei dati forniti dal monitoraggio sul sistema scolastico ticinese “Scuola a tutto campo”, che attestano chiaramente come l’origine sociale ed etnica degli studenti incida in modo significativo sui loro risultati scolastici. A titolo d’esempio, inseriamo qui una tavola riportante i tassi di bocciatura differenziati per origine socio-economica (p. 48), da cui emerge chiaramente come gli allievi appartenenti alle classi sociali più elevate hanno dei tassi d’insuccesso molto più bassi – in ogni ordine di scuola – rispetto ai propri compagni meno benestanti.

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Rigozzi afferma in seguito che sarebbe una “pia illusione” credere che attraverso una differenziazione pedagogica come quella proposta dal documento si riuscirebbe a raggiungere “un’eguaglianza dei risultati”: e come negarlo? Questo nuovo approccio all’insegnamento (che in ogni caso presenta tutta una serie di elementi molto interessanti e validi) non può certo bastare: occorrono classi più piccole (le scuole medie ticinesi hanno la media di allievi per classe più alta della Svizzera!), lezioni di assistenza e sostegno allo studio, docenti di appoggio, aiuti finanziari allo studio ecc. Tutti strumenti smantellati e limitati per anni proprio dall’ex-partitone cui appartiene il nostro ex-direttore. D’altra parte non possiamo che condividere le sue preoccupazioni in merito al sovraccarico di lavoro cui sarebbero sottoposti i docenti: una riflessione in tal senso va prevista (prendendo in considerazioni aumenti dell’organico e riduzioni dell’orario di lavoro in classe – naturalmente a parità di salario!), ma ancora una volta non possiamo non notare l’ipocrisia che sottostà a questo discorso. Il PLRT, a fianco di Lega, PPD e UDC, è infatti sempre stato in prima linea nel difendere le riduzioni salariali, gli aumenti dell’orario di lavoro e i peggioramenti delle condizioni di lavoro degli insegnanti che si sono susseguiti negli ultimi 20 anni!

Ma il pezzo forte arriva ora. L’intervistato afferma che la diversificazione curricolare a partire dai 13-14 anni sarebbe “la via giusta”, perché “non si possono frenare ragazzi motivati allo studio, né frustrare gli allievi che hanno altri interessi” (come se fosse esclusivamente la propensione allo studio a determinare l’accesso di uno studenti ai livelli A o B…). A suo avviso occorrerebbe pertanto rafforzare e non abolire i livelli, estendendoli anche all’italiano: quello che sembra sempre più un ritorno alle “sezioni A e B” della prima scuola media (dove gli studenti, benché nella stessa scuola, seguivano dei corsi differenziati in tutte le materie)!

A Rigozzi ricordiamo che già oggi il sistema dei livelli esercita forti discriminazioni sociali sugli studenti, in quanto, ancora una volta, chi ha più soldi è in genere quello che ha maggiori probabilità di finire in un corso A. Nella tavola riportata qui di seguito (tratta sempre dall’edizione 2015 di “Scuola a tutto campo”) si evidenzia come ad esempio, tra gli studenti con capacità deboli in matematica, quelli provenienti da una classe sociale alta abbiano più del doppio delle possibilità di accedere ad un corso A di quante non ne abbiano quelli di una classe sociale bassa! Evidentemente questa è una grave violazione delle pari opportunità di istruzione dei cittadini e per questo la proposta di abolire i livelli è più che legittima, tanto più se accompagnata da una valida alternativa come la diversificazione pedagogica. Altro che estenderli all’italiano!

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L’ultima critica dell’intervistato si indirizza alla considerazione che le famiglie hanno dei livelli, troppo spesso – a suo dire – identificati come delle “patenti discriminatorie”. Secondo Rigozzi occorrerebbe quindi “ridare al livello 2 la dignità che merita”, anche perché dopo vi è sempre la possibilità di recuperare. Come no.

Ancora una volta ai nostri grandi pedagoghi non va proprio giù che il popolino non voglia ingoiare l’amara pillola della riproduzione sociale esercitata dalla scuola: per far sì che finalmente la smettano di voler fornire ai propri figli un futuro migliore del loro, occorrerebbe quindi dare un’immagine più fresca e rosea dei meccanismi di segregazione culturale cui la scuola fa capo per limitare le prospettive sociali delle fasce più basse della popolazione. Eppure l’attuale generazione di genitori ticinesi ha ancora vivo il ricordo della separazione tra ginnasio e maggiori, e di cosa significhi finire nelle scuola di serie B (ovvero vedersi preclusa qualsiasi futura possibilità di ascensione sociale): è quindi ben normale (e anche giusto) che vogliano evitare ai propri figli di finire nella situazione in cui loro sono stati costretti a vivere!

Infine, Rigozzi si scaglia contro la presunta volontà del DECS di “abbassare il livello della scuola attuale”. Non ci è pero troppo chiaro il suo ragionamento: sopprimere vincoli che hanno un impatto discriminatorio (dimostrato) sugli studenti o introdurre nuove forme di insegnamento basate su un maggior sostegno da parte del docente significa forse abbassare il livello della scuola? A nostro parere evidentemente no, ciò che ci pare invece di capire è che secondo il nostro ex-direttore tutto ciò andrebbe a rimettere in discussione lo status culturale privilegiato della classe dirigente attuale, che non è assolutamente disposta a mollare la presa su uno dei suoi più importanti strumenti di controllo e conservazione sociale: la scuola per l’appunto.

Prima di concludere, riteniamo però lecito soffermarci per un momento sui “silenzi” dell’intervista. Rigozzi infatti non tratta tutti gli aspetti innovativi proposti dal progetto di riforma, ma anzi sembra ben guardarsi dal trattare alcuni elementi che sono tuttavia centrali nel documento: l’insegnamento per competenze e l’autonomia degli istituti. Secondo il detto, “chi tace acconsente”. Ed è proprio questo a farci preoccupare (e non poco).

Uno dei rischi principali che avevamo evidenziato fin dall’inizio in merito alla “Scuola che verrà” era che la destra si adoperasse per  svuotarla di ogni aspetto positivo e progressivo, mantenendo invece tutti quegli elementi fortemente critici per l’equità e la pubblicità dell’istruzione. I fatti sembrano ora darci ragione: Bertoli ha sfornato una riforma di destra (in merito alla quale vi re-indirizziamo alla nostra analisi del progetto), condita con qualche proposta di sinistra, che al momento decisivo verrà però svuotata di ogni contenuto minimamente positivo e si trasformerà in una catastrofe per il diritto allo studio e per la scuola pubblica ticinese. Mentre i livelli e le medie d’entrata per il medio superiore verranno mantenuti, la scuola media verrà progressivamente trasformata in una rete di istituti autonomi, gestiti da manager scolastici e volti a trasmettere agli studenti esclusivamente delle competenze professionalizzanti che permetteranno loro di integrarsi a meraviglia (e soprattutto senza alcuno spirito critico e nessuna volontà di intervenire sulla realtà) nel mercato del lavoro.

Ottimo lavoro, caro Manuele!

(ritratto: Il Caffé)

Riuscito il referendum contro la “cattiva scuola” di Renzi: raccolti oltre 2 milioni di firme

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In Italia è andata a buon fine la raccolta firme sul referendum di parte della legge 107/2015, meglio nota come “La buona scuola”, ossia la riforma del sistema scolastico nazionale fortemente voluta dal premier Matteo Renzi e dalla ministra dell’istruzione Stefania Giannini.

Il comitato promotore, dopo qualche incertezza iniziale, ha annunciato di aver raccolto oltre 2 milioni di firme a favore dell’abrogazione di 4 parti fondamentali della legge, che rappresenta l’ennesimo riassetto scolastico in salsa neoliberista a venir promosso in Europa, così come in altre varie parti del mondo, su pressione della finanza internazionale e dei suoi accoliti istituzionali (leggasi Unione Europea, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, meglio nota come OCSE, e Fondo monetario internazionale).

Giovedì sono state quindi consegnate in Cassazione le firme che porteranno gli italiani ad esprimersi, con ogni probabilità già nel prossimo autunno, sui 4 quesiti referendari che priverebbero la riforma dei suoi strumenti più temibili: i finanziamenti privati alle singole scuole, la chiamata discrezionale dei docenti, l’obbligo di minimo 200-400 ore di alternanza scuola-lavoro e il potere del preside di scegliere arbitrariamente i docenti da premiare. Strumenti fortemente contestati da docenti e studenti in quanto svenderebbero la scuola italiana alle aziende private e favorirebbero la diffusione di una gestione imprenditoriale dei singoli istituti scolastici.

Logiche, queste, che stanno purtroppo conoscendo un certo successo anche nel nostro Cantone, come dimostrano alcune proposte contenute nel progetto di riforma “La scuola che verrà”: anche qui si ipotizza infatti la concessione di una maggiore autonomia finanziaria alle singole scuole (che verrebbero trasformate in veri e propri enti para-pubblici), lasciando la porta aperta ai finanziamenti privati, e il trasferimento di maggiori competenze nella gestione del personale agli organi direttivi dei singoli istituti.

Per ora, ci rallegriamo del successo conseguito dai docenti e dagli studenti italiani, a cui vanno i nostri più sinceri auguri in vista della votazione popolare. Per quanto concerne la situazione ticinese, vi assicuriamo che non resteremo in disparte a guardare mentre la nostra scuola va verso lo sfacelo…

Gli sciaffusani rifiutano la messa in vendita della scuola. E la sinistra ticinese che fa?

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Domenica 3 luglio 2016 il popolo sciaffusano ha respinto in votazione popolare la riforma della legge della scuola proposta da governo e parlamento cantonali (leggi qui i risultati della consultazione): una grande vittoria per la democraticità della scuola e un chiaro no alla messa in vendita della scuola pubblica.

Ebbene sì, per risanare le finanze cantonali le autorità hanno ritenuto lecito far pagare agli studenti di liceo i corsi opzionali e facoltativi offerti dalle scuole superiori cantonali: grazie alla riforma, queste avrebbero potuto fatturare alle famiglie ben 100 franchi all’anno per accedere a questa offerta formativa complementare, permettendo così allo Stato di risparmiare circa 290’000 franchi all’anno.

Il referendum promosso dalla sinistra e dal mondo della scuola ha però permesso di evitare questo scellerato scenario e la modifica di legge promossa dal consigliere di Stato liberale dell’istruzione Christian Amsler si è scontrata con l’opposizione della popolazione sciaffusana, che si è espressa a favore dello status quo con oltre il 52% delle preferenze.

La votazione popolare svoltasi oggi nel cantone d’Oltralpe ci dà però anche lo spunto per tracciare qualche parallelo con la situazione creatasi in Ticino: qui le cose sono infatti ben diverse, e la sinistra, al contrario di quella sciaffusana, appare divisa sul tema della mercificazione della scuola pubblica.

Nel nostro Cantone, infatti, la manovra di rientro finanziario presentata dal governo ad aprile contiene un provvedimento molto simile (e per certi versi peggiore) a quello proposto dall’esecutivo del cantone sul Reno, ossia la riduzione dei corsi facoltativi e l’abolizione di alcuni corsi complementari al liceo. Questo taglio dell’offerta formativa non ha però suscitato particolari critiche nella sinistra nostrana, anzi: esso è stato elaborato proprio dal ministro socialista dell’educazione Manuele Bertoli, il quale sembra condividere, come tutti i suoi colleghi di governo, l’intento e le misure del pacchetto di risparmio.

Il Partito Socialista, dal canto suo, ha solo accennato alla questione, senza condannare esplicitamente un provvedimento di carattere squisitamente antisociale, che avrà l’unico risultato di escludere gli studenti delle classi medio-basse da un’offerta formativa e culturale che si potrà trovare unicamente nel fiorente mercato privato dell’istruzione (con dei costi evidentemente non sostenibili per delle famiglie economicamente svantaggiate).

D’altra parte, salutiamo con piacere la posizione della sinistra giovanile ticinese: la Gioventù Comunista, e da oggi anche la Gioventù Socialista, si sono infatti schierate contro questo ennesimo taglio alla scuola pubblica. Queste appoggeranno quindi il SISA nella raccolta firme per la petizione “NO allo smantellamento del liceo”, che contesta, tra le altre, anche questa misura, tesa a risanare le finanze cantonali grazie ad un progressivo smantellamento della scuola pubblica e ad una graduale mercificazione dell’istruzione.

Ci auguriamo quindi che la lezione del popolo sciaffusano serva da esempio e da spunto per il dibattito a Sud delle Alpi, che al momento sembra essere piuttosto latente…

Appunti per un bilancio critico dell’anno scolastico 2015-’16 (Z. Casella)

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di Zeno Casella, coordinatore del SISA

 

 

L’anno scolastico 2015-2016 si è appena concluso e, come è giusto che sia, è arrivato il momento di tracciare un bilancio sulla scuola ticinese e sull’operato del Dipartimento dell’educazione (DECS).

Quest’esercizio è stato già svolto dai funzionari del DECS, i quali hanno presentato martedì 14 giugno un resoconto sulle attività svolte quest’anno. Ed è proprio il contenuto di quest’ultimo ad averci dato lo spunto per proporre qualche considerazione critica sulla gestione attuale del DECS e sulle prospettive della nostra scuola.

Da quanto emerge dal bilancio dipartimentale, parrebbe infatti che negli uffici di Bellinzona ci si stia dando un gran da fare per migliorare il nostro sistema scolastico e per assicurare delle buone condizioni di apprendimento e di insegnamento a studenti e docenti. Tuttavia, il quadro generale non è purtroppo così roseo come si vorrebbe far credere: nel rapporto vengono omessi vari lati negativi, o quantomeno ambigui, che caratterizzano il sistema scolastico ticinese e la politica scolastica governativa.

1. Una scuola ancora troppo problematica

La scuola ticinese costituisce la casa di ben 56’500 studenti che, con gli oltre 5’600 docenti, rappresentano circa il 18% della popolazione totale del nostro Cantone. Una quota piuttosto rilevante, motivo per cui una certa attenzione a quanto avviene a livello di istruzione è più che giustificata.

Il mondo scolastico in Ticino è ancora troppo spesso un luogo di segregazione sociale ed etnica, come ci dimostrano i dati del monitoraggio “Scuola a tutto campo” del 2015: in media, gli studenti che provengono da famiglie di ceto medio-basso hanno infatti dei risultati scolastici notevolmente peggiori rispetto ai propri compagni di estrazione sociale più elevata (basti pensare alla composizione sociale nei livelli A e B nella scuola media o al tasso di bocciature nelle scuole superiori). Inoltre, gli studenti stranieri sono notevolmente sovrarappresentati nelle scuole professionali rispetto agli studenti svizzeri, che invece abbondano nelle scuole medie superiori.

Se si osserva poi il grado di benessere degli allievi ticinesi, si può notare come ancor oggi la scuola venga vissuta come un’esperienza più negativa che positiva: più della metà affermano di essere stressati dalla scuola (tasso che aumenta con il proseguimento degli studi), così come circa uno studente su due sostiene di annoiarsi a lezione.

Insomma, qualche riflessione certamente s’impone, a tutti i livelli scolastici. Questo parere, che sembrerebbe venir condiviso anche dal ministro Bertoli (basti leggere la sua prefazione al monitoraggio di cui sopra), non trova però alcuna corrispondenza nella politica scolastica del DECS, come ci apprestiamo a vedere.

2. Un nuovo anno di tagli

Il 2016, a livello finanziario, è stato un anno all’insegna della continuità: si è infatti continuato, come da ormai 20 anni a questa parte, a tagliare la spesa per l’istruzione.

Ricordiamo alcune delle varie misure di risparmio, già aspramente criticate dal SISA, contenute nel preventivo dello Stato per l’anno corrente: il blocco degli scatti salariali dei docenti e la riduzione degli stipendi di quelli che si trovano a fine carriera; il calo di oltre un milione di franchi degli investimenti nell’educazione; la pesantissima riduzione dei contributi cantonali per le scuole comunali (con un risparmio di 12 milioni).

Inoltre, con la manovra di rientro finanziario recentemente presentata non ci si è astenuti dall’infliggere l’ennesima picconata alla scuola pubblica, sopprimendo vari corsi facoltativi e complementari nelle scuole medie superiori.

3. “Una scuola in mutamento”, ma in quale direzione?

Il sistema scolastico ticinese è innegabilmente in una fase di profonda trasformazione, che passo dopo passo sta ridefinendo le finalità, l’organizzazione e le modalità di funzionamento di questa importante istituzione.

Pilastro principale di questo processo di mutamento è il progetto di riforma “La scuola che verrà”, che mira a riorganizzare l’insegnamento nel settore obbligatorio e su cui non abbiamo mancato di esprimerci. Benché gli obiettivi di questo progetto siano in buona parte condivisibili, gli strumenti proposti – in particolare a livello organizzativo – non mancano di sollevare vari dubbi e di metterci sul chi vive. Tanto più che, sulla base di queste proposizioni ambigue, si è riusciti ad affossare un’iniziativa popolare che aveva il pregio di promuovere una serie di servizi e garanzie che erano inequivocabilmente sinonimo di un’educazione di qualità.

Ma ad attirare la nostra attenzione sono le trasformazioni che stanno venendo promosse da “dietro le quinte”. La politica scolastica per il settore post-obbligatorio è stata infatti quasi completamente ignorata a livello mediatico, benché anche in questo ambito si prospettino radicali mutamenti di paradigma.

Iniziamo con il segnalare la volontà di aumentare la selezione nelle scuole medie superiori, grazie all’introduzione di un limite alle bocciature nel primo triennio di liceo. Se a questo elemento aggiungiamo l’intenzione di rafforzare il tirocinio duale, postulata nelle linee direttive 2015-2019 del Consiglio di Stato, il quadro diviene immediatamente più chiaro: il governo, e il DECS con esso, si sono posti l’obiettivo di ridurre il numero di studenti che seguono una formazione di cultura generale, a tutto vantaggio della formazione professionale (come richiesto ancora recentemente dal padronato nostrano), che assicura all’economia privata abbondante manodopera a basso costo  da formare secondo le proprie specifiche esigenze contingenti.

Ancora una volta ci troviamo di fronte allo stesso quesito: vogliamo davvero immolare la nostra formazione culturale-umanistica sull’altare sacrificale della produttività e del profitto a breve termine? Ci permettiamo di dissentire.

4. Un Dipartimento sempre meno incline al dialogo

A tutto ciò si aggiunge l’atteggiamento sempre più chiuso e sulla difensiva degli alti funzionari del DECS, così come del suo direttore, del governo e del parlamento stessi, che da troppo tempo ormai non sono più disposti a dialogare con il mondo della scuola e con le sue componenti (se non per pura messinscena).

La mobilitazione del 23 marzo é stata un segnale forte in questo senso, in quanto ha esplicitato – con l’unico mezzo ormai rimasto – il malessere vissuto tutti i giorni da studenti, docenti e genitori. Questa non ha però aperto nessuna porta al dialogo, anzi.

Senza volerci addentrare nel discorso sulla consultazione sul progetto “La scuola che verrà”, di cui si è già discusso in lungo e in largo, crediamo sia lecito segnalare come purtroppo al Dipartimento non si ritenga ancora per nulla rilevante il parere degli studenti. Il sindacato non è stato infatti minimamente interpellato sulla proposta di introdurre un limite alle bocciature al liceo (così come sulla soppressione di vari corsi facoltativi e complementari), quando le  vittime di una simile riforma sarebbero proprio gli allievi stessi.

Stupisce leggere le parole del direttore della Divisione Scuola quando sostiene che: “mi sembra in effetti indispensabile che una riforma, per essere attuata con successo, passi attraverso un processo di dialogo e di apprendimento collettivo, orientato alla costruzione di un senso condiviso” (leggi qui). Stupisce perché il limite alle bocciature è ormai già quasi realtà, senza che si abbia dialogato, appreso o costruito un senso condiviso: nel rapporto di fine anno si legge infatti che: “è infine in fase di approvazione il nuovo regolamento delle scuole medie superiori, che tra l’altro introdurrà il limite alle ripetizioni di cui si è già parlato qualche settimana fa anche pubblicamente.”.

Che dire, sarà per la prossima. Forse.

5. Errare è umano, ma perseverare…

In conclusione, ci pare doveroso formulare qualche spunto costruttivo su cui lavorare per invertire la tendenza delineata in precedenza: sarebbe ben poco responsabile restare in disparte a criticare senza partecipare poi alla risoluzione delle problematiche e alla costruzione di una scuola migliore.

Naturalmente, a uno sforzo propositivo da parte nostra dovrebbe corrispondere poi un’apertura al dialogo dalla parte opposta, pena il naufragio di qualunque buon auspicio di “dialogo e apprendimento collettivo”.

Ci permettiamo quindi di portare alla vostra attenzione questi 4 punti, uno per ognuna delle 4 problematiche di cui sopra:

  1. Affrontiamo i veri difetti della scuola ticinese: è inutile trincerarsi dietro begli slogan su equità e inclusività se poi i dati pubblicati dal DECS stesso smentiscono qualsiasi affermazione in questo senso. Occorre perciò che si lavori prima di tutto ad una reale implementazione del diritto allo studio, garantendo finalmente pari opportunità di formazione a tutti i cittadini.
  2. Garantiamo un finanziamento sicuro alla scuola: il sistema scolastico ticinese è afflitto da una grave emorragia che ogni anno gli sottrae energie e risorse per affrontare i propri compiti (peraltro in continua crescita). Se si vuole garantire un’istruzione equa e di qualità, occorre garantire alla scuola i finanziamenti di cui ha bisogno, rimuovendo l’onnipresente spada di Damocle dei “tagli” che pende sulle nostre teste da ormai più di 20 anni.
  3. Modelliamo la scuola sulla società e non sull’economia: le pressioni da parte degli ambienti economici hanno un influsso eccezionale sulle politiche scolastiche cantonali, e l’attuale ministro non è ancora stato in grado di arginarle a dovere, anzi. Così facendo la scuola perde però di vista le necessità della società intera, anteponendo le performance di studio alla costruzione di un sapere collettivo: questa deriva non è sostenibile in una società che si vuole democratica, motivo per cui occorre ridare una dimensione più universale (e non elitaria come vorrebbero taluni) ai saperi, i quali devono essere accessibili a tutti e che devono essere frutto di un percorso collettivo.
  4. Apriamo un tavolo di discussione tra scuola e politica: troppo a lungo sono state ignorate le aspirazioni del mondo della scuola, motivo per cui occorre tornare a sedersi tutti attorno ad un tavolo e a mettere a fuoco quali sono le criticità rilevate da una come dall’altra parte. Questo sottostà però ad una condizione di base inderogabile: la disponibilità da parte della politica a mettere in discussione quanto proposto e attuato fino ad oggi. Vogliamo ritrovarci ad un tavolo per discutere su un piano di parità, non per scrivere vane letterine a Babbo Natale.

Auspichiamo quindi che da parte del DECS e del Governo arrivino dei segnali di apertura, perché se è vero che errare è umano, perseverare invece è diabolico.