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“Io mi annoio”. Recensione del film “L’apprendistato”, di Davide Maldi (2019), 84’.

“Io mi annoio”. È l’unica vera affermazione pronunciata nel corso del film-documentario dal protagonista, in una pellicola in cui dialoghi sono in realtà solo monologhi degli insegnanti. Il silenzio e la lentezza sono caratteristiche che coincidono nella pellicola e nella realtà scolastica descritta da Davide Maldi.

Il film proiettato a Locarno racconta le difficoltà scolastiche e personali di Luca Tufano, adolescente sceso dall’alpe per frequentare un collegio alberghiero. L’apprendista cameriere ristoratore servitore fatica ad adattarsi all’ambiente cui è costretto, senza però scontrarsi con docenti, compagni ed istituto. Quest’ultimo, con rigide regole, insegna a servire gli ospiti con competenza. Si costruiscono così dei giovani lavoratori appiattiti ad una scala valoriale dove il cameriere deve essere privo di personalità, opinioni e desideri.

Il regista pone dunque al centro del discorso la mercificazione dell’adolescenza, come giustamente annota Daniela Persico. Chi fa, in concreto, questa reificazione, questa trasformazione dei giovani apprendisti in strumenti di lavoro per l’industria alberghiera? Come si trasforma un giovane pastore come Luca Tufano in un cameriere inanimato ed al contempo obbligato al sorriso e alla gentilezza?

È l’istituto scolastico a tentare di capovolgere i protagonisti della pellicola. Capovolgimento e trasformazione che riesce poco nel caso del protagonista, che è alienato, diviso tra il mondo alpestre cui è abituato e quello formativo cui è costretto. La scuola impartisce competenze e valori con metodi antiquati e assurdi per lo spettatore, tanto da scatenare il riso in sala. Cosa c’entra, in una scuola alberghiera, l’ora di religione? Come si può pensare di insegnare agli apprendisti a degustare il vino, facendo pratica con l’acqua del rubinetto?

Nel film-documentario emerge un aspetto molto veritiero e comune alla “nostra” realtà ticinese. Con le evidenti differenze che lo spettatore saprà cogliere, sia da noi sia nella pellicola i giovani in formazione, pur confrontati con un contesto non privo di difetti (strutturali, materiali, didattici), hanno difficoltà a reagire. Luca, pur ripreso ingiustamente ed educato con metodi vergognosi, si rifugia nel silenzio. L’educazione all’appiattimento dunque funziona. Lo vediamo spesso anche noi sindacalisti studenteschi: lo spirito critico non pare essere sempre un tratto giovanile. Sembra anzi che vi sia un’abitudine all’accondiscendenza, come se delle alternative migliori fossero inesistenti. Spetta dunque all’organizzazione studentesca rilevare i problemi, analizzarli e fare proposte concrete, per smuovere anche i coetanei più apatici.

Il pregio del film-documentario è dunque la vicinanza alla verità. Aderire così strettamente alla realtà del collegio di Luca Tufano è però anche un difetto del film: come l’istituto anche la pellicola è grigia, pedante e a tratti noiosa.

Mattia Passardi


Questo articolo è apparso nel 7° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di novembre del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

In arrivo una nuova riforma contro il servizio civile: il SISA sostiene il referendum!

A livello federale, è in atto una riforma del Servizio Civile, approvata già dal Consiglio degli Stati lo scorso settembre. Questa riforma prevede di aumentare a 150 il numero minimo di giorni di servizio e di introdurre un periodo di attesa di un anno per chi passa al servizio civile dopo aver terminato la scuola reclute. Essa comporta anche un accorciamento dei termini per prestare il servizio civile, oltre che un’intensificazione del ritmo dei periodi di servizio. Vi sono poi vari altri provvedimenti, volti a disincentivare chiunque voglia passare al servizio civile una volta iniziato il servizio militare. L’obiezione di coscienza, però, è un diritto che ogni cittadino svizzero può far valere in qualsiasi momento. Se un cittadino sviluppa un conflitto di coscienza a scuola reclute terminata, è fondamentale che egli possa far valere i suoi diritti senza essere penalizzato. Questo soprattutto se si considera che l’esercito svizzero continua a dimostrare la sua invalidità, come illustrano i continui abusi sulle reclute. Queste, tengo a ricordare, possono sempre fare affidamento allo sportello SOS Reclute del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA).

Inoltre, se sempre più giovani decidono di passare al servizio civile, rendendosi conto della sua maggiore utilità rispetto al servizio militare, forse occorrerebbe piuttosto interrogarsi su cosa non funziona in quest’ultimo, piuttosto che rendere più difficile l’accesso all’alternativa e limitare così i diritti degli obiettori di coscienza.

Per quanto riguarda l’esercito, i suoi aspetti negativi sono innumerevoli. Al di là della considerazione sopra esposta riguardo all’utilità del servizio militare, l’esercito svizzero, in quanto collaboratore della NATO, rappresenta un ostacolo alla neutralità svizzera, punto cardine della cultura politica elvetica. Inoltre, in questo periodo di mobilitazioni giovanili in favore di politiche ambientali più efficaci e incisive, è buona cosa ricordare che l’esercito, come anche più in generale il commercio bellico, rappresenta un grande fattore inquinante. Una riduzione degli effettivi dell’esercito sarebbe quindi più che positiva!

Il SISA, oggi come in passato, si batterà con decisione contro questa nuova riforma del servizio civile e sosterrà il referendum che già sembra inevitabile. Occorrerà che tutto il sindacato e tutto il corpo studente si mobilitino per difendere l’obiezione di coscienza e contrastare il militarismo. Oltre a ciò, risulta evidente che un militante sindacalista, anche per meri motivi di coerenza con la sua attività politica e sindacale, debba rifiutare il servizio militare e preferire il servizio civile sostitutivo.

Luca Frei


Questo articolo è apparso nel 7° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di novembre del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

Gli scioperi non si organizzano da soli: unisciti anche tu al sindacato!

Lo scrivevamo già nell’ultimo numero di questa rivista: questo è stato un anno di grandi mobilitazioni sociali, tra le più grandi della storia recente del nostro paese, caratterizzate da una partecipazione giovanile estremamente importante. Gli scioperi per il clima e lo sciopero delle donne hanno portato in piazza un numero di persone considerevole per la “media” svizzera, creando così una pressione sociale notevole sull’autorità politica (anche se, purtroppo, finora priva di risultati concreti). Tutto questo non è però avvenuto per caso o per “grazia divina”: gli scioperi hanno potuto avere luogo unicamente poiché delle organizzazioni si sono occupate, per l’appunto, di organizzarli. Se entrambi i movimenti sono stati sicuramente caratterizzati da un elemento spontaneo, ovvero dal sentimento diffuso di dover operare una resistenza collettiva (contro lo sfruttamento ambientale o la disparità fra i sessi), senza un’organizzazione strutturata e radicata sul territorio difficilmente si sarebbero potuti ottenere dei risultati simili.

Tutto ciò era chiaro già ai “padri fondatori” del SISA, che nel manifesto politico del sindacato inserirono un paragrafo intitolato “L’utilità di un sindacato giovanile”, che recita quanto segue: “Il sindacato è uno strumento al servizio della lotta e deve favorire la sua autorganizzazione. Esso vuole nel contempo però superare tendenze spontaneiste o basate su un movimentismo fine a sé stesso che impediscono la costruzione di una struttura organizzata che sappia dare continuità alle lotte e sappia portare risultati concreti. Il SISA nasce come volontà di dare stabilità alla lotta dei giovani ticinesi per la loro autodeterminazione”. Nel manuale di sindacalismo studentesco da noi pubblicato nel 2009 si diceva anche che: “Rifiutare la necessità dell’organizzazione significa essere spontaneista e credere che le cose arrivino da sole. Non è un’opinione diversa, è un concetto disfattista e anti-sindacale e come tale non va tollerato”.

I movimenti giovanili in Ticino sono stati numerosi e diversi fra loro, ma la maggior parte di essi non è durata più di qualche mese (al massimo qualche anno): il SISA è invece l’unica struttura sindacale che è stata capace di rinnovarsi e di sopravvivere fino ad oggi dal lontano 2003. L’utilità di quest’organizzazione è apparsa in tutta la sua evidenza nel sostegno dato all’organizzazione dei primi scioperi per il clima e al coordinamento svolto in vista dello sciopero delle donne. Se si vuole contribuire alla stabilità e alla forza delle lotte giovanili, unirsi al sindacato studentesco è sicuramente la via maestra: ricordiamoci che soli siamo deboli, ma uniti siamo forti! Quindi non esitare: visita il nostro sito, chiedi informazioni e iscriviti anche tu al SISA!

Zeno Casella


Questo articolo è apparso nel 7° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di novembre del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

Stage nel settore sociosanitario: il lavoro va retribuito e gli studenti vanno tutelati!

Tra le varie lotte intraprese dal SISA per tutelare gli studenti e gli apprendisti vi è quella contro lo sfruttamento degli stagisti che operano in ambito sociosanitario. Questi vengono troppo spesso sfruttati come manodopera a basso costo: ciò deve cambiare, perché gli studenti sono delle risorse fondamentali per il futuro di questo settore!

Come primo passo per il riconoscimento del lavoro dei tirocinanti in ambito socioassistenziale e il miglioramento delle loro condizioni di lavoro, il SISA ha scritto una lettera alla Divisione della formazione professionale, in cui venivano chieste delucidazioni in merito alla regolamentazione del lavoro degli stagisti da parte dello Stato.

La risposta giunta dal Governo non ci ha affatto soddisfatti: la nostra attenzione è stata catturata in particolare dal punto in cui si afferma che già in passato le istituzioni e i servizi sociosanitari erano stati invitati dal Consiglio di Stato a versare un importo di almeno 400 CHF e che tutte le istituzioni versano agli stagisti questa somma se non addirittura una maggiore. Questa affermazione non sempre corrisponde però al vero: sappiamo che vi sono degli stagisti che lavorano per enti pubblici e percepiscono un salario nettamente inferiore a quello menzionato dal governo.

Ci terrei inoltre a precisare che un invito a versare un dato importo ai giovani in formazione non è sufficiente (perché non vincolante): bisogna cambiare rotta! Per questo è necessario definire per legge un salario minimo mensile, differenziato per anno di formazione. Questo potrebbe corrispondere a 500 CHF mensili netti per il primo anno di formazione, 700 CHF per il secondo e 900 CHF al mese netti per l’ultimo anno di formazione, in questo modo si offrirebbe un salario proporzionato alle mansioni e alle responsabilità assegnate allo studente sul luogo di stage (e conseguentemente progressivo).

Gli studenti in ambito sociosanitario e socioassistenziale non scelgono il proprio luogo di lavoro, bensì è la scuola a farlo per loro, così questi spesso si ritrovano a dover lavorare in un istituto distante dal loro domicilio e per raggiungerlo sono obbligati a pagare di tasca propria l’abbonamento ai mezzi pubblici; nei casi più estremi devono addirittura trovarsi un alloggio temporaneo per la durata dell’esperienza professionale. Anche in questo caso gli studenti non ricevono alcun tipo di sussidio da parte dello Stato: non si può continuare così! È assolutamente ingiusto che gli studenti e le loro famiglie siano obbligati a farsi carico di spese aggiuntive come un secondo alloggio senza ricevere alcun aiuto economico, solo perché la scuola decide di inserire lo studente in una struttura distante dal suo domicilio. Per questo chiediamo che come gli apprendisti anche i tirocinanti ricevano uno sconto del 40% sulle spese dell’abbonamento Arcobaleno, e per gli stagisti obbligati a trovare un altro alloggio chiediamo invece che il Cantone ne sussidi, in base al reddito, il costo.

Queste sono alcune delle misure che il SISA propone per riconoscere e regolamentare il lavoro degli stagisti del settore sociosanitario. Lo statuto di “studente in formazione” non deve essere una scusa per lo sfruttamento: il lavoro va retribuito e gli studenti vanno tutelati!

Sarah Sbabo


Questo articolo è apparso nel 7° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di novembre del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

In Alabama, l’aborto è di nuovo illegale: basta calpestare i diritti delle donne!

Lo scorso 19 maggio è stata approvata in Alabama la ristretta legge che vieta l’aborto di un feto, anche se tale fosse risultato di uno stupro, o di un incesto. L’iniziativa prevede anche pesanti pene carcerarie (dai 10 ai 99 anni) per i medici che dovessero decidere di effettuare ugualmente l’operazione, a meno che il nascituro non sia affetto da una “anomalia letale” o che metta a rischio la salute della madre. L’obbiettivo dei promotori di tale legge è quello di annullare il diritto all’aborto in tutti gli USA, andando quindi contro all’accordo “Roe v. Wade”, stipulato nel 1973, che rese legale tale operazione.

Come si sarebbe potuto immaginare, la notizia è in poco tempo girata in tutto il pianeta, e la popolazione si è spaccata in due, tra chi è a favore e chi no. Il “Pew Research Center” ha stabilito che il popolo degli Stati Uniti d’America, però, presenta una visibile maggioranza nella percentuale di coloro che ritengono l’aborto legale in qualsiasi situazione (25%) rispetto a coloro che lo considerano reato (15%). Durante gli ultimi giorni del mese anche lo stato della Louisiana ha preso parte all’iniziativa, introducendo la legge con 79 voti a favore e 23 contrari.

Ora, è vero che un feto, dopo due mesi circa, quindi dopo i primi battiti cardiaci, assume il titolo di bambino, che quindi ha diritto di vivere come qualsiasi altro essere umano nel mondo, e sono quindi d’accordo sul fatto che dopo un tempo massimo non si possa intervenire chimicamente e quindi operare un aborto. Nonostante ciò non mi trovo assolutamente d’accordo sul fatto che una donna debba partorire un bambino che non può o non vuole crescere.

Per quanti metodi contraccettivi esistano al giorno d’oggi e per quanto siano disponibili a praticamente tutta la popolazione, ci sono in tutto il mondo ragazze e donne che rimangono gravide contro il proprio volere, in conseguenza di un abuso sessuale o semplicemente di un incidente. Per esempio, se una studentessa di sedici anni dovesse restare incinta, potrebbe non disporre dei sufficienti sussidi e della giusta maturità per crescere un figlio in modo corretto, non potendogli quindi offrire il giusto ambiente per svilupparsi.

Ci sono tanti altri esempi che si potrebbero fare sulla questione, e sono altrettanto sicura che si possano esporre argomenti che vanno a contrastare l’opinione che ho appena esposto. Ma quello che è il vero problema di base, sorpassando tutto ciò che riguarda l’instabilità economica, l’assenza d’istruzione sull’argomento, ecc., è che alle donne a cui viene limitato il diritto all’aborto viene tolto il diritto di scegliere come gestire il proprio corpo.

Ally Kohler


Questo articolo è apparso nel 7° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di novembre del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

Mobilitarsi è bene, ma non basta: occorre organizzarsi!

Un altro semestre, un altro capitolo intenso, un altro numero de “L’Altrascuola”. Concluso l’anno passato, caratterizzato da forti mobilitazioni studentesche e sociali, è ora necessario non fermarsi, strutturare e organizzare la lotta: è questa la ricetta che nel passato ha portato ad un reale progresso dei diritti delle studentesse e degli studenti. Ampliamento delle borse di studio, statalizzazione delle mense scolastiche, pianificazione dell’edilizia scolastica: sono solo alcuni degli ambiti in cui il sindacato è riuscito ad ottenere delle significative conquiste. Tuttavia il cammino verso una scuola equa e veramente democratica è ancora lungo. Il DECS ha già annunciato l’implementazione di un nuovo piano orario degli studi liceali, in merito al quale il parere studentesco sembra però non essere rilevante (!). Per rimettere il tema al centro del dibattito, il Comitato Centrale del sindacato ha approvato una risoluzione in cui si mettono in luce le potenziali derive contenute in quella che sembra essere una vera e propria riforma degli studi liceali e si chiede che si aprano degli ampi spazi di discussione della riforma all’interno del corpo studentesco. Inoltre il sindacato sta da tempo monitorando le condizioni di formazione delle studentesse e degli studenti della SSPSS. Il marzo scorso il SISA aveva inviato una lettera alla Divisione della formazione professionale, ma la risposta ricevuta rimane largamente insufficiente, dimostrando quanto sostenuto da tempo dal SISA: gli stagisti non sono per nulla tutelati e vengono spudoratamente sfruttati! Occorre reagire! L’assemblea generale del sindacato è alle porte: partecipa, organizzati e unisciti anche tu per far sentire la nostra voce!

Redazione


Questo articolo è apparso nel 7° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di novembre del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


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L’Altrascuola N. 7 (2019)

Sciopero per il clima. Un contributo alla discussione.

Il movimento studentesco contro il riscaldamento climatico, dopo aver infiammato le piazze di mezza Europa, è giunto anche in Ticino, dove lo scorso 2 febbraio si è svolta una “marcia per il clima” che ha portato oltre 1500 persone a sfilare per le strade di Bellinzona (erano 50’000 in tutta la Svizzera). Gli studi scientifici in campo ambientale hanno ormai dimostrato in modo irrefutabile l’esistenza di un cambiamento climatico che tende a divenire irreversibile e le cui conseguenze divengono più gravi ogni giorno di inattività in più.

Occorre pertanto agire ora e non continuare a posticipare o a minimizzare il problema come fa parte della politica e dell’economia. Un messaggio ben chiaro per il SISA, che da anni lotta in favore dei trasporti pubblici gratuiti per i giovani in formazione o dell’ammodernamento delle strutture scolastiche: tutte misure che potrebbero ridurre l’impatto ambientale della nostra formazione. Per questo motivo, abbiamo partecipato fin da subito alla costituzione del coordinamento cantonale per lo sciopero del clima e all’organizzazione delle prime azioni di protesta in Ticino. Questo articolo vuole andare al di là del supporto organizzativo finora fornito per dare un contributo alla discussione interna al movimento, per certi versi non ancora del tutto orientato verso una proposta politica precisa.

Il movimento “Klimastreik” che agisce a livello nazionale fonda la propria azione su 4 parole d’ordine: dichiarazione dello stato d’emergenza climatica, riduzione a 0 del bilancio netto di emissioni di CO2 entro il 2030, giustizia climatica, cambiamento di sistema qualora tali obiettivi non venissero perseguiti.  Si tratta quindi di un quadro chiaro ma al contempo vago: è ben chiaro qual è il problema indicato e che obiettivo viene perseguito, ma non vengono fornite delle proposte precise per raggiungerlo. Questo tipo di approccio ha, credo, mostrato i suoi limiti in occasione dell’incontro avuto con la consigliera federale Simonetta Sommaruga lo scorso 27 febbraio: quando la ministra dell’energia e dei trasporti ha richiesto ai presenti (tra cui il sottoscritto) quali fossero le misure concrete da mettere in campo dopo la bocciatura della nuova legge sul CO2, gli spunti giunti da parte nostra sono stati piuttosto scarsi. In questo senso, credo che la strategia scelta dal coordinamento cantonale ticinese si sia rivelata corretta: la politica deve potersi confrontare con delle proposte precise sulle quali intavolare una trattativa, per questa ragione lanciare una petizione (che trovate in fondo a questo numero de L’Altrascuola) all’indirizzo del Gran Consiglio con almeno alcune idee d’intervento (beninteso, non esaustive) è stato sicuramente un passo nella giusta direzione.

Un altro aspetto da prendere in considerazione è quello delle responsabilità: chi deve assumersi il costo e il peso della transizione ecologica? I singoli cittadini o l’intero sistema economico e politico? All’interno stesso del movimento sembra non esserci chiarezza al riguardo: se da un lato si rivendica un cambiamento di sistema, dall’altro si moltiplicano le iniziative che tendono a far pesare la responsabilità sui singoli (ad esempio, la rinuncia al consumo di carne o ai viaggi in aereo). Il nostro sindacato propone fin dalla sua fondazione un’analisi materialista della società, ossia basa la propria azione su una lettura dei rapporti di produzione e dei rapporti di classe da essi determinati: credo che si debba quindi ripartire da qui per comprendere quale sia la strada da prendere. A livello globale, il 70% delle emissioni di CO2 è provocato da solo 100 (!) aziende; in Svizzera, quasi l’80% delle emissioni di gas serra è prodotta dai trasporti (32%), dagli edifici (26%) e dall’industria (20%). È quindi evidente come la responsabilità si trovi in quelle lobby economiche che per non ridurre i propri profitti continuano ad inquinare senza criterio, a privilegiare il trasporto privato e il consumo di benzina, ad opporsi a standard edilizi più ecologici. Oltretutto, per le classi popolari non è per nulla facile fare scelte “verdi”: considerato che i salari reali in Svizzera non stanno crescendo, gli elevati prezzi dei trasporti pubblici o dei prodotti locali costituiscono un freno alla diffusione di una sensibilità ecologica nella popolazione. Se il comportamento individuale va sicuramente considerato e stimolato nella giusta direzione, non possiamo nemmeno “far passare alla cassa” i lavoratori, i pensionati o gli studenti che non hanno nessuna colpa per la gestione economica responsabile del riscaldamento climatico! L’appello ad una maggiore “responsabilità individuale” in ambito ecologico, d’altra parte, giunge proprio da quella destra borghese che finora si è sempre opposta all’introduzione di politiche ambientali più incisive: non facciamoci abbindolare!

La soluzione è altrove: occorre far pagare il prezzo della transizione ecologica a chi negli ultimi decenni si è arricchito inquinando il nostro pianeta (e continua a farlo). Con questi soldi si potranno finanziare politiche che rendano possibile un maggiore utilizzo del trasporto pubblico, un maggiore consumo di prodotti locali, una più ampia diffusione delle energie rinnovabili al posto di quelle fossili, una minore produzione di rifiuti grazie ad una economia circolare che riduca gli sprechi. Il tempo di attendere è finito: ora occorre agire.

Zeno Casella


Questo articolo è apparso nel 6° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di marzo del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

Autogestione al LILUDUE: come procede?

Nel corso dell’ultima Assemblea Studenti del duemiladiciotto la cellula del SISA dell’istituto aveva proposto tre modifiche per l’organizzazione delle future giornate autogestite:

  • Partecipazione delle classi prime alle GA;
  • Possibilità per studenti e studentesse di organizzare attività, senza dovere chiamare in ogni caso un relatore esterno;
  • Trasferimento delle decisioni di accettazione delle attività dalla direzione alla commissione organizzatrice.

Nella nostra sede gli organizzatori delle giornate autogestite si sono spesso confrontati con diverse difficoltà. Tra queste si trovano l’ostruzionismo e i vincoli posti da una parte della direzione e del corpo docente. Speravamo che queste tre semplici misure potessero trasformare le GA in un momento più sentito e apprezzato da parte di tutti e tutte. È stato così: l’organizzazione delle due giornate procede bene e con entusiasmo.  Ci dispiace però constatare che dei tre punti approvati dall’assemblea studentesca se ne sia realizzato uno soltanto.

  • La direzione scolastica ha deciso che le autogestite saranno riservate soltanto alle classi seconde, terze e quarte, ritenendo che non vi siano attività sufficienti per garantire dei momenti interessanti per tutte e tutti. La commissione organizzatrice ritiene invece che il numero di attività previste sia più che sufficiente per coinvolgere pure le prime.
  • La direzione ha concesso ad alcuni studenti di potere fare da relatori in alcune attività. Si è così risolta una situazione paradossale, per cui non si poteva neppure praticamente presentare il proprio lavoro di maturità, non essendo “qualificati”.
  • Il Consiglio di Direzione si è incontrato più volte con la commissione GA per discutere quali attività fossero accettabili e quali no. Spiace constatare che con questo modo di procedere agli organizzatori – studentesse e studenti – sia riservata una funzione meramente amministrativa, mentre la presa di decisioni resta comunque in mano alla Direzione.

Pensiamo dunque sia fondamentale porsi due semplici interrogativi. In primis: quale valore dà la dirigenza del liceo e i docenti alle decisioni prese a maggioranza dall’Assemblea degli studenti? Perché queste misure sono state in buona parte disattese? E inoltre: si dovrebbe cambiare la denominazione di “Giornate Autogestite”, se queste non sono – in definitiva – sotto il controllo delle allieve e degli allievi? Speriamo vivamente che in seguito alle GA, con trasparenza e serenità, il Consiglio di Direzione ci possa aiutare a trovare delle risposte.

Mattia Passardi


Questo articolo è apparso nel 6° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di marzo del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

SSPSS: gli stagisti sono un investimento, non una merce!

C’è chi, ogni giorno, si occupa di bambini, anziani e persone diversamente abili. Tra queste persone, le quali occupano una funzione importantissima nella nostra società, ci sono molti giovani stagisti e stagiste. Studenti che ogni giorno si mettono in gioco, tra scuola e lavoro, per apprendere un mestiere e migliorare la vita di molte persone. Un ruolo sociale stimato di una rilevanza e importanza imprescindibile, eppure, come dimostra la realtà dei fatti, questa veste non viene valorizzata a sufficienza.

Il mercato del lavoro nell’ambito socio-assistenziale versa in una situazione di forte concorrenza e corsa al ribasso dei salari. Coloro che vengono maggiormente colpiti da questo sistema competitivo sono proprio coloro che dovrebbero invece essere valorizzati: i giovani stagisti. In questo sconsiderato e nefasto scenario professionale, gli stagisti fungono da manodopera a basso costo da impiegare flessibilmente: una manna dal cielo per chi specula sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori. Purtroppo al momento non esiste alcuna legge a tutela di questa fascia fragile della popolazione: è riprovevole che chi voglia intraprendere una formazione in questo settore debba essere vista come un oggetto usa e getta per risparmiare alla fine del mese. Malauguratamente questa logica non viene seguita unicamente dagli istituti privati, persino una città come Lugano si permette di sfruttare i giovani in formazione, i quali si trovano l’indecente somma di 250 franchi al mese all’ultimo anno di formazione!

Tra gli innumerevoli problemi legati alla dimensione remunerativa, oltre alle nefaste logiche aziendali, troviamo anche la mancanza di finanziamenti pubblici a strutture di accoglienza per disabili e la liberalizzazione delle strutture per bambini nella fase prescolastica. È ora che lo Stato si impegni attivamente per ovviare a una situazione indecente, per questo motivo il SISA si sta impegnando affinché gli stagisti non vengano sfruttati, gli venga riconosciuta la funzione sociale che svolgono e che possano svolgere la loro formazione senza essere umiliati: gli stagisti sono un investimento, non una merce!

Rudi Alves


Questo articolo è apparso nel 6° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di marzo del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

Parità dei sessi? Bisogna scegliere la strada giusta.

Il 14 giugno del 1991 si è svolto il primo sciopero nazionale delle donne in Svizzera: mezzo milione di donne hanno scioperato per dimostrare che “se le donne vogliono, tutto si ferma” e per rivendicare una legge che stabilisse la parità dei sessi. Nel 1995 questa conquista è stata ottenuta, ma è purtroppo solo uno dei tanti passi che la società deve ancora fare per ottenere la vera parità tra i sessi. Nello sciopero del 14 giugno 2019 le donne vogliono lottare affinché la legge che stabilisce la parità dei sessi sia effettivamente rispettata e applicata in tutti gli ambiti della vita. Purtroppo, le disparità tra i sessi sono ancora molto evidenti: dalla scuola, al posto di lavoro fino alla non meno importante gestione della casa e della famiglia.

Per far sì che il cambiamento ci sia in tutti gli ambiti della vita, come anche nella coscienza delle persone, bisogna partire dalla radice del percorso di vita dei cittadini ed è perciò importante considerare la scuola e l’educazione come dei campi di lotta. Per questo motivo la presenza studentesca all’interno di questa importante mobilitazione delle donne è essenziale: le studentesse e gli studenti devono essere in prima linea per rivendicare misure concrete che vadano a sradicare dalla società e dall’educazione la mentalità patriarcale ancora molto forte e figlia di un contesto culturale che mercifica la donna.

Al giorno d’oggi l’educazione di genere non viene trattata adeguatamente nella scuola: è quindi ora indispensabile l’inserimento interdisciplinare di questa tematica per lottare contro la cultura sessista e gli stereotipi che vigono ancora nella nostra società. Infatti, nell’opinione comune emerge troppo spesso lo stereotipo secondo cui determinate capacità intellettuali sarebbero legate a un sesso: questo pensiero intralcia il percorso di quelle donne che scelgono uno studio tendenzialmente maschilizzato. Affinché questo stereotipo svanisca, nei programmi scolastici devono essere inserite anche le numerose figure femminili che hanno fatto la storia e che meritano di essere studiate per il loro contributo umanistico e scientifico apportato alla società.

Un altro aspetto centrale è quello del sessismo nelle scuole e nella vita comune, il quale è tuttora una realtà quotidiana: per progredire in tal senso è necessario dare reale seguito alla proposta avanzata dal SISA già nell’autunno del 2017, con cui si chiedeva l’inserimento di un mediatore indipendente all’interno delle scuole superiori. Questa figura permetterebbe alle ragazze, vittime di commenti sessisti e di differenze di trattamento all’interno della scuola, di segnalare un abuso da parte di un docente senza avere ripercussioni sul proprio percorso scolastico, così come di prevenire eventuali situazioni problematiche. Il DECS, a seguito dello scandalo avvenuto al liceo di Bellinzona, ha fatto un timido passo in avanti, introducendo la figura del mediatore, che è però anche parte del corpo docente. Tutto ciò è ancora insufficiente, in quanto questo tipo di sostegno e servizio dev’essere offerto da una parte indipendente che non ha interessi nel difendere un collega e l’immagine dell’istituto, altrimenti il potenziale di questa figura perde la sua ragione d’essere.

Infine, la mentalità sessista e patriarcale influenza fortemente anche la sfera sessuale delle ragazze: a scuola si dovrebbe trattare il tema dell’educazione sessuale con più libertà e senza distinzione tra i sessi, approfondendo i vari aspetti del tema come il nostro corpo, il piacere e la diversità.

Tutte queste lacune nel percorso scolastico trasmettono ai giovani messaggi e valori ancora influenzati dalla mentalità patriarcale e sessista, le quali acuiscono le disparità tra i sessi che al giorno d’oggi diventano ancora più evidenti, soprattutto nel mondo lavorativo.
È inconcepibile che al giorno d’oggi le donne, a parità di titolo di studio, continuino ad avere un salario dal 14% al 40% inferiore rispetto a quello degli uomini: uomini e donne devono avere diritto allo stesso salario a parità di diploma!

Per concludere invito tutta la popolazione a non seguire le discutibili paladine del femminismo mainstream: dobbiamo ricordarci che le ingiustizie tra uomo e donna sono un prodotto del sistema produttivo vigente, il quale nel corso della sua storia non ha fatto che riprodurre una cultura basata sulla supremazia maschile. Si rende perciò necessario per le donne lottare con tutte le fasce della popolazione che sono vittime dei soprusi e delle ingiustizie perpetrate dal sistema economico attuale: per riuscire ad ottenere un’uguaglianza di genere bisogna prima conquistare i diritti sociali che stabiliscono una vera uguaglianza sociale!

Lea Schertenleib


Questo articolo è apparso nel 6° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di marzo del 2019 (leggi qui l’intero giornale).