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Sciopero per il clima. Un contributo alla discussione.

Il movimento studentesco contro il riscaldamento climatico, dopo aver infiammato le piazze di mezza Europa, è giunto anche in Ticino, dove lo scorso 2 febbraio si è svolta una “marcia per il clima” che ha portato oltre 1500 persone a sfilare per le strade di Bellinzona (erano 50’000 in tutta la Svizzera). Gli studi scientifici in campo ambientale hanno ormai dimostrato in modo irrefutabile l’esistenza di un cambiamento climatico che tende a divenire irreversibile e le cui conseguenze divengono più gravi ogni giorno di inattività in più.

Occorre pertanto agire ora e non continuare a posticipare o a minimizzare il problema come fa parte della politica e dell’economia. Un messaggio ben chiaro per il SISA, che da anni lotta in favore dei trasporti pubblici gratuiti per i giovani in formazione o dell’ammodernamento delle strutture scolastiche: tutte misure che potrebbero ridurre l’impatto ambientale della nostra formazione. Per questo motivo, abbiamo partecipato fin da subito alla costituzione del coordinamento cantonale per lo sciopero del clima e all’organizzazione delle prime azioni di protesta in Ticino. Questo articolo vuole andare al di là del supporto organizzativo finora fornito per dare un contributo alla discussione interna al movimento, per certi versi non ancora del tutto orientato verso una proposta politica precisa.

Il movimento “Klimastreik” che agisce a livello nazionale fonda la propria azione su 4 parole d’ordine: dichiarazione dello stato d’emergenza climatica, riduzione a 0 del bilancio netto di emissioni di CO2 entro il 2030, giustizia climatica, cambiamento di sistema qualora tali obiettivi non venissero perseguiti.  Si tratta quindi di un quadro chiaro ma al contempo vago: è ben chiaro qual è il problema indicato e che obiettivo viene perseguito, ma non vengono fornite delle proposte precise per raggiungerlo. Questo tipo di approccio ha, credo, mostrato i suoi limiti in occasione dell’incontro avuto con la consigliera federale Simonetta Sommaruga lo scorso 27 febbraio: quando la ministra dell’energia e dei trasporti ha richiesto ai presenti (tra cui il sottoscritto) quali fossero le misure concrete da mettere in campo dopo la bocciatura della nuova legge sul CO2, gli spunti giunti da parte nostra sono stati piuttosto scarsi. In questo senso, credo che la strategia scelta dal coordinamento cantonale ticinese si sia rivelata corretta: la politica deve potersi confrontare con delle proposte precise sulle quali intavolare una trattativa, per questa ragione lanciare una petizione (che trovate in fondo a questo numero de L’Altrascuola) all’indirizzo del Gran Consiglio con almeno alcune idee d’intervento (beninteso, non esaustive) è stato sicuramente un passo nella giusta direzione.

Un altro aspetto da prendere in considerazione è quello delle responsabilità: chi deve assumersi il costo e il peso della transizione ecologica? I singoli cittadini o l’intero sistema economico e politico? All’interno stesso del movimento sembra non esserci chiarezza al riguardo: se da un lato si rivendica un cambiamento di sistema, dall’altro si moltiplicano le iniziative che tendono a far pesare la responsabilità sui singoli (ad esempio, la rinuncia al consumo di carne o ai viaggi in aereo). Il nostro sindacato propone fin dalla sua fondazione un’analisi materialista della società, ossia basa la propria azione su una lettura dei rapporti di produzione e dei rapporti di classe da essi determinati: credo che si debba quindi ripartire da qui per comprendere quale sia la strada da prendere. A livello globale, il 70% delle emissioni di CO2 è provocato da solo 100 (!) aziende; in Svizzera, quasi l’80% delle emissioni di gas serra è prodotta dai trasporti (32%), dagli edifici (26%) e dall’industria (20%). È quindi evidente come la responsabilità si trovi in quelle lobby economiche che per non ridurre i propri profitti continuano ad inquinare senza criterio, a privilegiare il trasporto privato e il consumo di benzina, ad opporsi a standard edilizi più ecologici. Oltretutto, per le classi popolari non è per nulla facile fare scelte “verdi”: considerato che i salari reali in Svizzera non stanno crescendo, gli elevati prezzi dei trasporti pubblici o dei prodotti locali costituiscono un freno alla diffusione di una sensibilità ecologica nella popolazione. Se il comportamento individuale va sicuramente considerato e stimolato nella giusta direzione, non possiamo nemmeno “far passare alla cassa” i lavoratori, i pensionati o gli studenti che non hanno nessuna colpa per la gestione economica responsabile del riscaldamento climatico! L’appello ad una maggiore “responsabilità individuale” in ambito ecologico, d’altra parte, giunge proprio da quella destra borghese che finora si è sempre opposta all’introduzione di politiche ambientali più incisive: non facciamoci abbindolare!

La soluzione è altrove: occorre far pagare il prezzo della transizione ecologica a chi negli ultimi decenni si è arricchito inquinando il nostro pianeta (e continua a farlo). Con questi soldi si potranno finanziare politiche che rendano possibile un maggiore utilizzo del trasporto pubblico, un maggiore consumo di prodotti locali, una più ampia diffusione delle energie rinnovabili al posto di quelle fossili, una minore produzione di rifiuti grazie ad una economia circolare che riduca gli sprechi. Il tempo di attendere è finito: ora occorre agire.

Zeno Casella


Questo articolo è apparso nel 6° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di marzo del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

Autogestione al LILUDUE: come procede?

Nel corso dell’ultima Assemblea Studenti del duemiladiciotto la cellula del SISA dell’istituto aveva proposto tre modifiche per l’organizzazione delle future giornate autogestite:

  • Partecipazione delle classi prime alle GA;
  • Possibilità per studenti e studentesse di organizzare attività, senza dovere chiamare in ogni caso un relatore esterno;
  • Trasferimento delle decisioni di accettazione delle attività dalla direzione alla commissione organizzatrice.

Nella nostra sede gli organizzatori delle giornate autogestite si sono spesso confrontati con diverse difficoltà. Tra queste si trovano l’ostruzionismo e i vincoli posti da una parte della direzione e del corpo docente. Speravamo che queste tre semplici misure potessero trasformare le GA in un momento più sentito e apprezzato da parte di tutti e tutte. È stato così: l’organizzazione delle due giornate procede bene e con entusiasmo.  Ci dispiace però constatare che dei tre punti approvati dall’assemblea studentesca se ne sia realizzato uno soltanto.

  • La direzione scolastica ha deciso che le autogestite saranno riservate soltanto alle classi seconde, terze e quarte, ritenendo che non vi siano attività sufficienti per garantire dei momenti interessanti per tutte e tutti. La commissione organizzatrice ritiene invece che il numero di attività previste sia più che sufficiente per coinvolgere pure le prime.
  • La direzione ha concesso ad alcuni studenti di potere fare da relatori in alcune attività. Si è così risolta una situazione paradossale, per cui non si poteva neppure praticamente presentare il proprio lavoro di maturità, non essendo “qualificati”.
  • Il Consiglio di Direzione si è incontrato più volte con la commissione GA per discutere quali attività fossero accettabili e quali no. Spiace constatare che con questo modo di procedere agli organizzatori – studentesse e studenti – sia riservata una funzione meramente amministrativa, mentre la presa di decisioni resta comunque in mano alla Direzione.

Pensiamo dunque sia fondamentale porsi due semplici interrogativi. In primis: quale valore dà la dirigenza del liceo e i docenti alle decisioni prese a maggioranza dall’Assemblea degli studenti? Perché queste misure sono state in buona parte disattese? E inoltre: si dovrebbe cambiare la denominazione di “Giornate Autogestite”, se queste non sono – in definitiva – sotto il controllo delle allieve e degli allievi? Speriamo vivamente che in seguito alle GA, con trasparenza e serenità, il Consiglio di Direzione ci possa aiutare a trovare delle risposte.

Mattia Passardi


Questo articolo è apparso nel 6° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di marzo del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

SSPSS: gli stagisti sono un investimento, non una merce!

C’è chi, ogni giorno, si occupa di bambini, anziani e persone diversamente abili. Tra queste persone, le quali occupano una funzione importantissima nella nostra società, ci sono molti giovani stagisti e stagiste. Studenti che ogni giorno si mettono in gioco, tra scuola e lavoro, per apprendere un mestiere e migliorare la vita di molte persone. Un ruolo sociale stimato di una rilevanza e importanza imprescindibile, eppure, come dimostra la realtà dei fatti, questa veste non viene valorizzata a sufficienza.

Il mercato del lavoro nell’ambito socio-assistenziale versa in una situazione di forte concorrenza e corsa al ribasso dei salari. Coloro che vengono maggiormente colpiti da questo sistema competitivo sono proprio coloro che dovrebbero invece essere valorizzati: i giovani stagisti. In questo sconsiderato e nefasto scenario professionale, gli stagisti fungono da manodopera a basso costo da impiegare flessibilmente: una manna dal cielo per chi specula sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori. Purtroppo al momento non esiste alcuna legge a tutela di questa fascia fragile della popolazione: è riprovevole che chi voglia intraprendere una formazione in questo settore debba essere vista come un oggetto usa e getta per risparmiare alla fine del mese. Malauguratamente questa logica non viene seguita unicamente dagli istituti privati, persino una città come Lugano si permette di sfruttare i giovani in formazione, i quali si trovano l’indecente somma di 250 franchi al mese all’ultimo anno di formazione!

Tra gli innumerevoli problemi legati alla dimensione remunerativa, oltre alle nefaste logiche aziendali, troviamo anche la mancanza di finanziamenti pubblici a strutture di accoglienza per disabili e la liberalizzazione delle strutture per bambini nella fase prescolastica. È ora che lo Stato si impegni attivamente per ovviare a una situazione indecente, per questo motivo il SISA si sta impegnando affinché gli stagisti non vengano sfruttati, gli venga riconosciuta la funzione sociale che svolgono e che possano svolgere la loro formazione senza essere umiliati: gli stagisti sono un investimento, non una merce!

Rudi Alves


Questo articolo è apparso nel 6° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di marzo del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

Parità dei sessi? Bisogna scegliere la strada giusta.

Il 14 giugno del 1991 si è svolto il primo sciopero nazionale delle donne in Svizzera: mezzo milione di donne hanno scioperato per dimostrare che “se le donne vogliono, tutto si ferma” e per rivendicare una legge che stabilisse la parità dei sessi. Nel 1995 questa conquista è stata ottenuta, ma è purtroppo solo uno dei tanti passi che la società deve ancora fare per ottenere la vera parità tra i sessi. Nello sciopero del 14 giugno 2019 le donne vogliono lottare affinché la legge che stabilisce la parità dei sessi sia effettivamente rispettata e applicata in tutti gli ambiti della vita. Purtroppo, le disparità tra i sessi sono ancora molto evidenti: dalla scuola, al posto di lavoro fino alla non meno importante gestione della casa e della famiglia.

Per far sì che il cambiamento ci sia in tutti gli ambiti della vita, come anche nella coscienza delle persone, bisogna partire dalla radice del percorso di vita dei cittadini ed è perciò importante considerare la scuola e l’educazione come dei campi di lotta. Per questo motivo la presenza studentesca all’interno di questa importante mobilitazione delle donne è essenziale: le studentesse e gli studenti devono essere in prima linea per rivendicare misure concrete che vadano a sradicare dalla società e dall’educazione la mentalità patriarcale ancora molto forte e figlia di un contesto culturale che mercifica la donna.

Al giorno d’oggi l’educazione di genere non viene trattata adeguatamente nella scuola: è quindi ora indispensabile l’inserimento interdisciplinare di questa tematica per lottare contro la cultura sessista e gli stereotipi che vigono ancora nella nostra società. Infatti, nell’opinione comune emerge troppo spesso lo stereotipo secondo cui determinate capacità intellettuali sarebbero legate a un sesso: questo pensiero intralcia il percorso di quelle donne che scelgono uno studio tendenzialmente maschilizzato. Affinché questo stereotipo svanisca, nei programmi scolastici devono essere inserite anche le numerose figure femminili che hanno fatto la storia e che meritano di essere studiate per il loro contributo umanistico e scientifico apportato alla società.

Un altro aspetto centrale è quello del sessismo nelle scuole e nella vita comune, il quale è tuttora una realtà quotidiana: per progredire in tal senso è necessario dare reale seguito alla proposta avanzata dal SISA già nell’autunno del 2017, con cui si chiedeva l’inserimento di un mediatore indipendente all’interno delle scuole superiori. Questa figura permetterebbe alle ragazze, vittime di commenti sessisti e di differenze di trattamento all’interno della scuola, di segnalare un abuso da parte di un docente senza avere ripercussioni sul proprio percorso scolastico, così come di prevenire eventuali situazioni problematiche. Il DECS, a seguito dello scandalo avvenuto al liceo di Bellinzona, ha fatto un timido passo in avanti, introducendo la figura del mediatore, che è però anche parte del corpo docente. Tutto ciò è ancora insufficiente, in quanto questo tipo di sostegno e servizio dev’essere offerto da una parte indipendente che non ha interessi nel difendere un collega e l’immagine dell’istituto, altrimenti il potenziale di questa figura perde la sua ragione d’essere.

Infine, la mentalità sessista e patriarcale influenza fortemente anche la sfera sessuale delle ragazze: a scuola si dovrebbe trattare il tema dell’educazione sessuale con più libertà e senza distinzione tra i sessi, approfondendo i vari aspetti del tema come il nostro corpo, il piacere e la diversità.

Tutte queste lacune nel percorso scolastico trasmettono ai giovani messaggi e valori ancora influenzati dalla mentalità patriarcale e sessista, le quali acuiscono le disparità tra i sessi che al giorno d’oggi diventano ancora più evidenti, soprattutto nel mondo lavorativo.
È inconcepibile che al giorno d’oggi le donne, a parità di titolo di studio, continuino ad avere un salario dal 14% al 40% inferiore rispetto a quello degli uomini: uomini e donne devono avere diritto allo stesso salario a parità di diploma!

Per concludere invito tutta la popolazione a non seguire le discutibili paladine del femminismo mainstream: dobbiamo ricordarci che le ingiustizie tra uomo e donna sono un prodotto del sistema produttivo vigente, il quale nel corso della sua storia non ha fatto che riprodurre una cultura basata sulla supremazia maschile. Si rende perciò necessario per le donne lottare con tutte le fasce della popolazione che sono vittime dei soprusi e delle ingiustizie perpetrate dal sistema economico attuale: per riuscire ad ottenere un’uguaglianza di genere bisogna prima conquistare i diritti sociali che stabiliscono una vera uguaglianza sociale!

Lea Schertenleib


Questo articolo è apparso nel 6° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di marzo del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

La lotta paga. Ora continuiamo a lottare: salviamo il clima, pretendiamo la parità!

La lotta paga. Punto e a capo. La vittoria ottenuta dal SISA lo scorso novembre, quando il governo cantonale ha approvato l’innalzamento da 16’000 a 18’000 CHF del tetto massimo per le borse di studio, è la vittoria di tutte le studentesse e tutti gli studenti che hanno lottato negli ultimi mesi contro i tagli alla scuola, per un vero diritto allo studio. Dopo le prime misure di aprile (quando la restituzione allo Stato delle borse per il master era stata ridotta da un terzo a un decimo della somma ricevuta), questo nuovo intervento dimostra come firmare una petizione, partecipare a una manifestazione o entrare nel sindacato studentesco non siano delle azioni un po’ “ribelli”, ma siano invece l’unico modo per ottenere dei risultati concreti e tangibili in favore dei nostri diritti.

Se “l’autunno caldo” evocato nell’ultimo editoriale c’è stato solo in parte, l’inverno invece è stato decisamente più torrido: sia da un punto di vista termometrico, sia da quello della mobilitazione studentesca. Le due cose vanno di pari passo: le oltre 1500 persone presenti a Bellinzona il 2 febbraio sono infatti scese in piazza per rivendicare degli interventi più decisi contro il riscaldamento climatico, promuovendo delle rivendicazioni concrete e immediatamente attuabili (trasporti pubblici gratuiti, tassazione delle imprese commisurata all’inquinamento, trasferimento del traffico merci su rotaia, ecc.).

Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi ci aspettano ancora importanti mobilitazioni: con lo sciopero del clima del 15 marzo proseguirà la lotta in favore di politiche ambientali più coraggiose, mentre lo sciopero delle donne del 14 giugno sarà il momento per tornare a rivendicare una vera parità di genere. In questo numero approfondiremo le ragioni di queste lotte, con l’appello a continuare la mobilitazione: come abbiamo detto, la lotta paga e solo costruendo un movimento di contestazione ampio e diffuso potremo riuscire a ottenere dei risultati!

Redazione


Questo articolo è apparso nel 6° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di marzo del 2019 (leggi qui l’intero giornale).


 

Non hai una formazione? Tranquillo, abbiamo bisogno di precari!

Cosa potrà mai voler dire essere giovani e privi di una solida formazione?

Molte cose. Ma tra tutte, forse quella che prevale, è il senso di frustrazione di una propria esistenza travagliata e priva di soddisfazioni. La verità è ormai diventata molto semplice nella realtà con cui siamo confrontati ogni giorno: la formazione determina il tuo status nelle relazioni sociali, se per qualche motivo non hai alcuna formazione, vali meno di zero. Questo rappresenta l’umiliazione per eccellenza. Ritrovarsi inermi nel confronto con la realtà può avere delle conseguenze devastanti nella vita di una persona. Come se non bastasse, le piccole soddisfazioni che potrebbero aiutarti a superare questo momento sono inesistenti: non avere la propria routine, non poter uscire a bere una birra con gli amici, andare al cinema oppure andare a vedere una manifestazione sportiva. Ma nel compendio di tutte le innumerevoli privazioni, economiche o culturali che siano, la peggiore è sicuramente l’assenza di prospettive future. Cosa vorrà dire, dunque, essere un giovane di estrazione popolare senza una formazione post-obbligatoria?

In Ticino significa trovarsi in assistenza: periodo preceduto da una logorante disoccupazione, dove le uniche strade che ti permettono di intraprendere sono proprio quelle da cui volevi scappare. Se ti opponi la pena è severa: nessun sussidio. Tuttavia pare che non ci si renda conto dello stato penoso in cui versa il mercato del lavoro ticinese; fanno fatica a trovare il proprio spazio dei giovani laureati, figuriamoci un ragazzo senza formazione. Ripeto: se non hai una formazione non vali nulla e, purtroppo, anche se hai un diploma professionale umile, vali poco. Tuttavia se un giovane avesse intenzione di rimettersi in carreggiata e ritornare sui banchi di scuola per scalare la piramide sociale, ma non ha le condizioni economi- che adatte, non potrebbe comunque farlo. Evidentemente, contrariamente a quanto sostengono molte personalità delle associazioni padronali ed economiche ticinesi, la buona volontà non è sufficiente per avere successo e combattere l’assistenzialismo indigeno, e non è il SISA a dirlo, bensì è lo stesso DECS, dunque lo Stato, ad ammettere che ci sono troppe “barriere alla riqualifica poste dal sistema di aiuti sociali, che non sostiene formazioni non direttamente professionalizzanti”, le quali sono “percepite dai diretti interessati come una possibilità di riscatto economico e sociale”. La lotta di classe non era un tema retrogrado?

In sintesi, la cruda realtà è che se si nasce poveri, si finisce in assistenza e con una formazione fragile, facilmente rimpiazzabile, e, quando finalmente si raggiunge la maturità adatta per comprendere la propria condizione e si cerca il riscatto, è ormai tardi. Se il numero di giovani in assistenza raddoppia ogni cinque anni, non vorrà forse dire che viviamo ormai in un contesto dove i casi sociali aumentano a causa di una situazione economica esasperata, in cui le più grandi vittime sono i fanciulli nati in un ambiente familiare disastrato, perciò vero e proprio riflesso del peggioramento delle condizioni della classe lavoratrice? Ciò che ne risulta è un nuovo e più ampio esercito di giovani precari, pronto a essere ingaggiato necessariamente per un lavoro temporaneo, senza alcun tipo di stabilità e dignità. Ma tranquilli, va bene così, sono utili i precari!

Rudi Alves


Questo articolo è apparso nel 5° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di settembre del 2018 (leggi qui l’intero giornale).


 

A 50 anni dal 1968, sulle tracce della contestazione studentesca

In questo anniversario della contestazione studentesca, si sprecano le commemorazioni degli eventi verificatisi 50 anni or sono, ripercorsi sotto numerosi punti di vista e con vari approcci differenti. Lungi da noi il voler quindi tracciare l’ennesimo ritratto agiografico o denigratorio del Maggio francese o dell’Autunno caldo italiano: quello che ci interessa piuttosto fare è una ricognizione storica sugli episodi di contestazione svoltisi nella Svizzera italiana tra il 1968 e il 1977, anni di particolare fervore nelle scuole del Cantone. Le esperienze e le vittorie maturate in quel periodo potrebbero infatti suscitare un particolare interesse tra i militanti studenteschi del 2018, come il lettore potrà constatare da sé.

Il contesto in cui prese avvio la contestazione studentesca in Ticino era per molti versi simile a quello del resto d’Europa: al culmine della fase di forte e stabile crescita economica (i cosiddetti “30 gloriosi”), i mutamenti economici e sociali del dopoguerra provocarono crescenti tensioni a livello generazionale, politico e scolastico. Il rigetto del paternalismo e dell’autoritarismo, il rifiuto delle logiche clientelari e consociative che regolavano la vita politica e l’opposizione a metodi d’insegnamento cattedratici e nozionistici furono tra le principali espressioni del disagio della generazione del “baby boom”, le cui aspettative, nutrite dal forte benessere di quei tempi, erano state in buona parte disattese.

La tensione esplode nel 1968 alla Magistrale di Locarno: la protesta contro i metodi d’insegnamento (ritenuti antiquati e inadeguati ai nuovi tempi), i disagi del convitto e gli intrighi politici nella scuola (il direttore Carlo Speziali è al contempo sindaco di Locarno), unita all’influenza dei moti studenteschi delle università italiane, sfocia nell’occupazione dell’aula 20. Per 4 giorni, centinaia di studenti si riuniscono per discutere dei problemi della scuola e per stendere una “Carta rivendicativa” che verrà poi inviata al Governo cantonale. Malgrado l’ondata repressiva senza precedenti scatenatasi l’autunno successivo, l’occupazione permette di ottenere alcune prime riforme della scuola e la nomina di un nuovo direttore.

Dopo alcuni anni di relativa calma, la contestazione torna a farsi sentire nel 1974 al Liceo di Lugano: in marzo, dopo aver votato una risoluzione richiedente “l’abolizione di qualsiasi forma di controllo delle assenze da parte della direzione”, gli studenti sequestrano i registri ufficiali dalla segreteria e distribuiscono dei registri autonomi. Nonostante l’aggressiva campagna di stampa e la denuncia da parte della direzione, il movimento si estende e viene convocata una Assemblea cantonale degli studenti che dichiara la lotta “contro la repressione, contro la selezione e per il riconoscimento dell’assemblea come unico organismo decisionale degli studenti”. L’escalation si verifica quando due allievi vengono sospesi per “ripetuto uso del megafono”: l’assemblea del 16 maggio viene interrotta da 50 agenti di polizia che sgomberano il Liceo con la forza. La risposta non si fa attendere: il giorno successivo oltre 1000 persone sfilano a Lugano “per la libertà d’espressione e contro il clima di terrore”. Il 7 giugno il Consiglio di Stato riconoscerà ufficialmente l’Assemblea come organo deliberativo degli studenti.

Tuttavia i movimenti di protesta, specialmente in seguito alle prime avvisaglie del rallentamento economico (la prima crisi petrolifera scoppia nel 1973), si rivolgono anche verso il mondo del lavoro. Nel 1975, gli apprendisti del centro professionale di Trevano occupano la mensa per discutere del problema della disoccupazione post-diploma, riuscendo a farsi garantire dal padronato 6 mesi di lavoro nella stessa azienda dopo la fine degli studi. Nel 1977, saranno gli studenti delle Magistrali di Lugano e Locarno a scioperare contro l’inattività del Cantone riguardo la crescente disoccupazione magistrale.

Se si volesse tracciare un bilancio della contestazione studentesca in Ticino, andrebbero presi in considerazione tanto i pregi quanto i limiti dei movimenti che l’hanno animata. Se da un lato le lotte intraprese hanno permesso di ottenere importanti riforme dell’organizzazione scolastica (una su tutte il riconoscimento dell’assemblea studentesca), dall’altro la mancanza di una struttura organizzativa stabile ha impedito il trasmettersi delle esperienze maturate da una generazione all’altra. La storia non si fa coi se, ma ci si può legittimamente chiedere cosa sarebbe successo se un’organizzazione come il SISA fosse nata già in quegli anni…

Zeno Casella


Questo articolo è apparso nel 5° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di settembre del 2018 (leggi qui l’intero giornale).


 

Non si arresta la lotta in favore del rafforzamento delle borse di studio!

Nel corso degli ultimi anni, in Ticino vi è stato un continuo smantellamento degli aiuti allo studio. Basti pensare alla diminuzione del tetto massimo delle borse di studio o all’aumento dell’ammontare minimo di quest’ultime, coi quali si è andati ad escludere dagli aiuti una buona parte della fascia media della popolazione. Non meno importante è stata anche l’introduzione della possibilità di frazionare un terzo delle borse di studio per il master in prestiti (con interessi legati al mercato immobiliare). Siccome il diritto allo studio dovrebbe essere garantito a tutte e a tutti senza distinzioni tra le classi sociali, il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) ha lanciato lo scorso novembre una campagna di lotta contro i continui tagli agli aiuti allo studio. La petizione “Per un rafforzamento delle borse di studio, per un’istruzione più equa per tutte e tutti” ha raccolto all’incirca 2200 firme, ottenendo subito dei risultati: il frazionamento delle borse di studio per il master è stato ridotto dal governo da un terzo a un decimo. Una misura ancora insufficiente, ma pur sempre un passo avanti, che dimostra l’importanza della lotta studentesca.

In seguito alla consegna della petizione, il SISA è stato contattato dalla Commissione Scolastica del Gran Consiglio per un’audizione, svoltasi poi a metà giugno; il dibattito in parlamento dovrebbe svolgersi in autunno. Affinché gli studenti vengano ascoltati, il SISA sottoporrà alle assemblee studentesche dei vari istituti ticinesi la seguente risoluzione:

L’assemblea degli studenti dichiara:

  1. Il diritto allo studio, sancito dall’articolo 14 della Costituzione cantonale, deve essere garantito dallo Stato: la possibilità di beneficiare di un’istruzione post-obbligatoria non deve quindi essere condizionata dall’origine sociale o dalle disponibilità finanziarie dello studente.
  2. Le misure di risparmio adottate da Governo e Parlamento nell’ambito degli aiuti allo studio hanno rimesso in discussione tale principio, ponendosi quindi in contrasto con quanto enunciato dalla Costituzione.

In ragione di queste constatazioni, l’assemblea degli studenti invita il Gran Consiglio a dare seguito alle rivendicazioni contenute nella petizione “Per un rafforzamento delle borse di studio: per un’istruzione più equa per tutte/i!” consegnata lo scorso aprile dal Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) e corredata da oltre 2200 firme.

Luca Frei


Questo articolo è apparso nel 5° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di settembre del 2018 (leggi qui l’intero giornale).


 

Cronache dal campeggio estivo del SISA

Quest’estate abbiamo avuto la fortuna di partecipare, per la prima volta, al campeggio estivo del SISA che si è tenuto nell’accogliente ritrovo a Gola di Lago in Capriasca. Durante il week end abbiamo seguito delle formazioni tenute da membri impegnati del sindacato. La prima, presentata da Simone Romeo, approfondiva la rivoluzione del ‘68 in Italia, tema centrale di quest’anno visto che ne ricorre il 50esimo. Abbiamo poi assistito ad un’introduzione al sindacalismo, molto utile a noi che siamo nuove in questo ambito. Per chi invece aveva già partecipato ai campeggi precedenti, è stata presentata una formazione sui ricorsi scolastici da Massimiliano Ay. Per concludere, il coordinatore Zeno Casella ci ha parlato del ’68 in Ticino presentandoci un film girato da giovani rivoluzionari che hanno occupato un’aula nella scuola arti e mestieri di Trevano negli anni ’70. Il loro è un esempio molto stimolante perché hanno dimostrato una grande motivazione nel difendere i loro diritti.

Alla sera abbiamo anche guardato un film, “We want sex”, che racconta lo sciopero di 187 operaie in un’industria Ford nel ’68. Questo film ci ha suscitato delle riflessioni sull’emancipazione femminile, tema che ci sta molto a cuore e importante in vista della manifestazione femminista che avrà luogo a Berna il 22 settembre.

Il campeggio ci ha permesso di approfondire tematiche diverse e molto interessanti, è stato fonte di motivazione e ha portato il nostro interesse sui temi che davvero ci riguardano e per cui vogliamo batterci. La partecipazione di ciascuno di noi durante le formazioni è stata fondamentale e arricchente per tutti.

L’ambiente del gruppo era piacevole e durante il tempo libero non mancavano le discussioni, le chiacchiere e il buon umore. Si è creato un buon equilibrio tra serietà e divertimento. Birra e musica hanno contribuito al buon proseguimento di sabato sera. Un grande grazie a tutti i partecipanti e in particolare ai cuochi che ci hanno sempre preparato ottimi piatti!

Emma Berger e Matilda Materni


Guarda qui la galleria fotografica del campeggio!


Questo articolo è apparso nel 5° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di settembre del 2018 (leggi qui l’intero giornale).


 

A cinquant’anni dal 1968, un nuovo “autunno caldo” per la scuola ticinese?

Cinquant’anni sono ormai passati da quel fatidico 1968, da quello “spartiacque” nella storia del Novecento, da quell’anno di rivolta e contestazione che negli ultimi mesi è stato ricordato in molteplici modi. In occasione di questo anniversario tenteremo anche noi di dare spazio alla memoria storica di quei momenti di grande fermento, con un approfondimento sugli avvenimenti della Svizzera italiana, spesso ben poco conosciuti anche se estremamente notevoli e istruttivi per chi – come noi – si trova ancora a dover lottare nelle proprie scuole. In questo nuovo numero de L’Altrascuola verrà anche naturalmente dato spazio ai temi di più stretta attualità per il movimento studentesco, quali il dibattito parlamentare sul rafforzamento delle borse di studio o la problematica dei giovani senza formazione post-obbligatoria. Si preannuncia in effetti un “autunno caldo” per la scuola ticinese, sottoposta nuovamente – a solo un anno dalla votazione sull’educazione civica – al giudizio popolare (questa volta sulla sperimentazione della Scuola che verrà), ma anche oggetto di “vecchie-nuove rivendicazioni” avanzate dal sindacato studentesco (prima su tutte, la reale applicazione del diritto allo studio). L’invito rivolto alle nostre lettrici e ai nostri lettori è pertanto quello di informarsi, riflettendo e discutendo degli spunti sollevati in questo giornale, e di mobilitarsi nuovamente in difesa dei propri diritti. Solo la lotta collettiva può permet- terci di progredire: per dirla con Jim Morrison, “they’ve got the guns, we’ve got the numbers” (loro hanno le armi, noi abbiamo i numeri).

Redazione


Questo articolo è apparso nel 5° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di settembre del 2018 (leggi qui l’intero giornale).