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La malacivica a scuola: tra populismo e rappresaglie

Il 24 settembre 2017 la popolazione ticinese si è espressa a favore della modifica della Legge della scuola, spesso identificata con i termini “Legge Siccardi”, riferiti all’imprenditore Alberto Siccardi, promotore dell’iniziativa. Ma cosa comporta questa modifica? Chi ne era promotore e chi invece la contrastava? Ripercorriamo brevemente la storia di questa votazione.

Con questa nuova legge si è andato a modificare l’insegnamento della civica nelle scuole, scorporandola, soprattutto per quanto riguarda le scuole medie, dalla storia, e creando così una materia a sé stante. Di fatto, però, di questa materia ci si occuperà in media soltanto due ore al mese: pochissime ore per poter veramente trattare un buon programma; l’insegnamento risulterà quindi, per necessità, puramente nozionistico e, essendo divisa dalla storia, privo delle sue basi. Da considerare inoltre il fatto che sono previste due verifiche per semestre, togliendo così ben 4 ore di insegnamento a ognuno di questi. Tutto ciò risulta chiaramente controproducente, peggiorando di fatto l’insegnamento della civica, che sicuramente fino a ora non era perfetto. Per quanto riguarda le scuole medie superiori, l’insegnamento della civica verrà suddiviso nel corso dei quattro anni fra le quattro diverse materie umanistiche. Anche qua dunque si dividerà la civica dalla storia, ma senza creare una nuova materia a sé stante.

Per quanto riguarda la storia della votazione occorre dire innanzitutto che, nonostante la modifica fosse stata accettata dal parlamento (pochissimi i deputati contrari), i promotori dell’iniziativa hanno optato per il voto popolare, per dimostrare che la popolazione ticinese stava dalla loro parte. A questo punto diversi partiti hanno fatto dietrofront, creando però così una certa confusione fra gli elettori, che non cogliendo il cambio di opinione hanno votato quanto inizialmente era stato deciso dai partiti. Fra questi ultimi si trovano il PS, il PPD, i Verdi e i il PLR, anche se quest’ultimo ha di fatto lasciato voto libero. Il SISA, da parte sua, ha apertamente dichiarato il suo appoggio al fronte del NO, affiancandosi al comitato contrario alla riforma. Dall’altra parte, invece, vi stavano i partiti più tipicamente borghesi, quali la Lega dei Ticinesi e l’UDC.

Dal punto di vista del SISA, la campagna è stata intensa: molti sono stati i volantinaggi sia nelle principali piazze ticinesi (al fianco del Comitato), sia nelle diverse scuole superiori. Non sono nemmeno mancati dei decisi comunicati stampa e dei video informativi messi in rete e in circolazione nelle principali piattaforme social. Nonostante la vittoria del SÌ, dunque, si può affermare che il SISA ha fatto un buon lavoro e ha dimostrato che molti giovani si opponevano a questa modifica di legge.

Purtroppo, la propaganda populista dei promotori della modifica ha avuto la meglio. Non sono mancati i colpi bassi nei confronti dei docenti del Ticino, definiti come membri di una “casta” privilegiata contraria a una buona educazione. Addirittura a votazione passata, questa campagna mediatica contro i docenti non è ancora cessata (si veda il caso del docente di Barbengo) e si sta facendo di tutto per mettere in cattiva luce gli insegnanti. Questo atteggiamento è da condannare pienamente: i professori e le professoresse di tutto il Ticino hanno un ruolo importantissimo in questo cantone e non rappresentano per niente una “casta”. È importante ricordare che essi sono lavoratori come tutti gli altri, che subiscono di continuo tagli ai loro stipendi e che devono portare un’enorme responsabilità sulle loro spalle. Esistono ovviamente docenti più bravi di altri nel loro mestiere, ma giudicare ciò è un compito che spetta a chi a scuola ci lavora e ci vive. È però chiaro il motivo di questa rappresaglia. I docenti sono infatti etichettati come “di sinistra” e quindi pericolosi (è addirittura stato teorizzato un complotto da parte di questi ultimi, idea piuttosto vaneggiante). L’obiettivo dei partiti borghesi di destra è dunque quello di screditare l’intero mondo della scuola e in particolare le rivendicazioni che giungono da quest’ultimo, rinnegando gli sforzi di allievi e docenti per garantire e migliorare dei diritti degli studenti e la qualità della stessa istruzione.

Purtroppo l’esito di questa votazione ha ancora una volta dimostrato l’incomprensione che c’è nei confronti degli attori del sistema scolastico; infatti, nonostante docenti e studenti, per la maggior parte, si siano dimostrati contrari a questa modifica della legge, la popolazione si è espressa a favore. In quanto studenti occorre dunque continuare a far sentire la propria opinione, con l’obiettivo di essere ascoltati dal resto della popolazione.

Luca Frei


 

“O la borsa o la vita!”: non si arresta l’attacco al diritto allo studio

Lo scorso settembre gli studenti ticinesi, mobilitatisi in massa su richiesta del SISA, hanno conseguito un’importantissima vittoria riuscendo a bloccare il tentativo di trasformare un terzo delle borse di studio in prestiti da restituire al termine della formazione. La situazione sul fronte degli aiuti allo studio non è però purtroppo migliorata: benché si sia riusciti ad evitare il peggio, gli ultimi dati dell’Ufficio cantonale di statistica non sono per nulla rassicuranti, anzi.

Le cifre fornite dall’Ufficio degli aiuti allo studio (UAST) confermano infatti la tendenza evidenziata dal sindacato già lo scorso anno (vedi il dossier “Restituzione delle borse di studio: un furto al nostro futuro!”, SISA, sett. 2016). Le recenti riforme nel campo delle borse di studio hanno purtroppo condotto a due preoccupanti fenomeni (evidenziati nel grafico a lato):

  • L’aumento dei rifiuti espressi dall’UAST in seguito alla domanda di un aiuto allo studio: la quota di richieste accolte è infatti diminuita di ben un quarto sull’arco di soli 5 anni, passando dal 62% del 2011 al 45% del 2016;
  • La diminuzione globale della spesa pubblica per gli aiuti allo studio: se nel 2011 il Cantone erogava borse e prestiti per circa 21 milioni di franchi, nel 2016 tale somma era ormai scesa a poco meno di 17 milioni (un vero e proprio taglio di 4 milioni agli aiuti allo studio, pari a circa il 20% della spesa totale in questo ambito).

Parallelamente la situazione sociale e occupazionale dei giovani ticinesi non è però certo andata migliorando: disoccupazione, precariato e indebitamento giovanili restano ampiamente diffusi, peggiorando ulteriormente le prospettive di tutti coloro che non riescono ad ottenere una borsa di studio. D’altra parte, le stesse università riversano sempre maggiori costi sulle spalle degli studenti, aumentando considerevolmente le rette accademiche.

Come se non bastasse, il Governo cantonale, invece di tornare ad investire nella formazione dei giovani, ha recentemente varato una nuova riforma fiscale composta essenzialmente da nuovi sgravi a pioggia per i superricchi. Invece di prendere i soldi dove ci sono, i nostri governanti ritengono più opportuno migliorare lo stato di salute delle finanze cantonali tagliando le prestazioni e gli aiuti a chi già è in palese difficoltà: un atteggiamento semplicemente criminale!

Ricattando di fatto i giovani ticinesi, il Consiglio di Stato si pone come un vero e proprio gangster: “o la borsa, o la vita!” sembra essere il nuovo mantra dominante. Ossia, o accetti di vederti diminuire gli aiuti sociali per poter sgravare i paperoni nostrani che produrrebbero “ricchezza e impiego”, o sarai confrontato con una crisi sociale e occupazionale ancora più acuta, dovuta alla partenza dal Ticino di questi facoltosi benefattori. Un ricatto che può essere smentito semplicemente osservando la situazione di numerosi cantoni d’Oltralpe, come ad esempio Zurigo, in cui l’aumento o il mantenimento del carico fiscale per le fasce più ricche della popolazione non ha causato alcun danno al tessuto economico né alcun ammanco nelle casse pubbliche (anzi, spesso proprio il contrario!).

Il successo raggiunto l’anno scorso ha dimostrato ancora una volta come la mobilitazione permetta di ottenere grandi risultati: ora è necessario tornare a lottare per il diritto di tutti i cittadini ad un’istruzione adeguata, combattendo i regali fiscali ai superricchi e rivendicando une revisione totale del sistema degli aiuti allo studio. A questo scopo il SISA sta elaborando una petizione che verrà sottoposta all’assemblea generale dei membri del prossimo 18 novembre: chiunque sia interessato a partecipare è naturalmente il benvenuto!

Zeno Casella


 

Pressioni sugli allievi di prima?

Pressioni e accanimento… nelle scorse settimane al SISA sono giunte alcune segnalazioni in merito a eccessive pressioni sugli allievi delle prime liceo riguardo al loro impegno e rendimento in queste prime settimane. Benché sia giusto farlo, il modo in cui alcuni docenti mettono sull’attenti gli allievi risulta essere eccessivo e anche controproducente.

Tra le frasi che vengono spesso ripetute, quella del tasso medio di bocciature annuali, prospettiva che crea un senso di insicurezza. Stando alle segnalazioni, questo accade però anche in maniera più personale: alcuni allievi si sentono presi di mira quando gli si fa notare come, nonostante siano passate poche settimane dall’inizio delle lezioni, loro siano già rimasti indietro rispetto ai compagni e che, molto probabilmente, loro un futuro al liceo non ce l’hanno. Chiaramente, anche a dipendenza del carattere della singola persona, queste critiche possono essere fonte di miglioramento ma spesso tendono a demotivare i ragazzi, creando disagio.

Essendo l’attuale percorso scolastico già molto impegnativo e ricco di cambiamenti è importante che gli studenti si sentano ben integrati e a loro agio nell’ambiente in cui si trovano. Avere questi scontri con chi si occupa della loro istruzione non è una cosa positiva.

A subire questa situazione sono gli studenti di prima, vista la grande differenza tra il sistema delle medie e quello del liceo. Non essendo abituati a dover essere indipendenti il continuo aumento di lavoro crea un senso di sconforto, soprattuto per chi, non essendo abituato a studiare, si ritrova sommerso da test senza avere la minima idea di come prepararsi in modo adeguato.

Un pò meno pressioni dunque, meglio sarebbe un aiuto concreto da parte degli insegnanti che agli studenti di prima potrebbero invece spiegare come pianificare e ottimizzare lo studio e come prepararsi al meglio per i test.

Sueli Priuli


 

Ripubblicare L’Altrascuola: un progetto di cui appropriarsi collettivamente

L’Altrascuola: un nome che i lettori difficilmente riconosceranno, dal momento che l’ultimo numero della nostra rivista è stato pubblicato nell’ormai lontano 2009. Le difficoltà finanziarie, l’urgenza di altre priorità e l’affermarsi di nuovi mezzi di comunicazione (primi su tutti i social media) hanno condizionato la politica editoriale del SISA, sinora concentrata sul web e sui media (cartacei e non).

Tuttavia, le ultime riflessioni sviluppatesi all’interno del sindacato hanno suggerito un cambiamento di strategia: per poter raggiungere il massimo numero di persone e per aggirare ostacoli quali le logiche di funzionamento dei media tradizionali (sempre più ostili nei confronti di chi difende gli studenti) e dei social media (sui quali è possibile apparire ad un grande pubblico solo investendovi grandi somme in sponsorizzazioni, pubblicità, ecc.), si è deciso di ritornare a produrre una rivista cartacea. Pubblicando un giornale in formato ridotto rispetto al passato, auspichiamo di riuscire a mantenere una maggiore costanza nelle prossime edizioni Tale scelta rappresenta un tentativo, forse azzardato ma ambizioso, per rivitalizzare il dibattito tra gli studenti e per dare a tutti noi giovani in formazione uno strumento con il quale far sentire la nostra voce.

È perciò fondamentale che noi stessi studenti si percepisca questa rivista come un mezzo per tenerci informati e aggiornati su ciò che ci tocca in prima persona, come una nostra proprietà collettiva da difendere a costo di qualche piccolo sacrificio, come uno spazio nel quale dar voce alle nostre rivendicazioni e alle nostre aspirazioni. Leggere il giornale passandolo ad altri compagni una volta finito, partecipare con una piccola donazione alle spese di pubblicazione, contribuire con un proprio articolo al prossimo numero, ecc. sono tutte piccole azioni che possono permettere a questa avventura di riuscire e di svilupparsi ulteriormente. Perciò non esitate: prendete anche voi parte a questo progetto, aiutateci a rafforzare la coscienza critica di tutti noi giovani in formazione e ad organizzare la lotta in difesa dei nostri diritti!

Redazione


Nel più assordante silenzio, il Governo procede verso la privatizzazione della didattica digitale

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Il 24 marzo scorso, il Consiglio di Stato ticinese dava notizia della trasformazione in “Unità amministrativa autonoma” del Centro di risorse didattiche e digitali (CERDD), l’ente che “offre assistenza tecnologica agli istituti (scolastici) ticinesi nella creazione di materiali multimediali necessari all’insegnamento“.

La decisione dell’esecutivo non ha sollevato alcuna reazione nel campo politico, ormai assopito in una logica di esternalizzazione dei servizi che spesso rasenta quella della privatizzazione dura e pura. Come si legge infatti nel comunicato del Governo:

“(…) questa modifica organizzativa ne aumenterà la flessibilità, consentendo inoltre di accedere a finanziamenti esterni e di realizzare progetti per conto di clienti esterni all’Amministrazione cantonale.”

Oltre all’adozione di una logica d’impresa all’interno di un ente pubblico, i cui effetti potrebbero non tardare a manifestarsi in termini di degrado dell’ambiente di lavoro (possiamo ben immaginare come il mercato privato non sia disposto a rispettare prezzi e condizioni lavorative del settore pubblico, causando pressioni sui tempi di lavoro e maggiori tensioni tra il personale), a preoccuparci è soprattutto la volontà di aprire un settore sensibile come quello della didattica digitale ai finanziamenti privati.

Abbiamo già avuto modo di osservare in passato quali siano i rischi di una simile intromissione dell’imprenditoria privata nel mondo della scuola, e in particolare nel lucroso settore dell’educazione tecnologica. Tuttavia pare proprio che in seno al Governo cantonale non ci si preoccupi assolutamente del fatto che multinazionali come Google o Apple potrebbero finanziare  direttamente l’ente che si occupa di preparare i supporti  didattici utilizzati in tutte le scuole del Cantone, permettendo loro di realizzare un’importante pubblicità occulta priva di qualsiasi valore educativo. Vale infatti la pena ricordare come spesso i consumi delle famiglie siano influenzati proprio dai figli (attraverso il classico “mamma me lo compri?”): non c’è quindi da stupirsi dell’interesse e della “benevola” disponibilità che questi gruppi mostrano verso il mondo della scuola (finanziando non solo materiali didattici, ma anche gite e giornate speciali, ecc.).

Quindi, se da un lato i riformatori del DECS si riempiono la bocca di termini come “educazione ai consumi”, “uso responsabile dei beni”, ecc., dall’altro si permette proprio a chi dal consumismo trae i propri immani profitti di intervenire nella scuola e orientare la didattica tecnologica a proprio vantaggio.

Resta solo da chiedersi: quale sarà il prossimo passo?

Verso un riformatorio cantonale? Non ci siamo.

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Il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti ha appreso con molto rammarico la recente decisione da parte del legislativo cantonale di approvare la Legge sulle misure restrittive della libertà dei minorenni nei centri educativi. Già nel 2009 il sindacato si era espresso con toni negativi riguardo la decisione del Consiglio di Stato di lavorare per la costruzione di un riformatorio giovanile cantonale. Come allora, l’approvazione di questa legge prosegue nella stessa direzione e pare raccogliere il consenso di parte del panorama politico giovanile: i Giovani Liberali Radicali hanno addirittura esultato per l’approvazione della suddetta legge. A loro modo di vedere questa legge costituisce infatti “un tassello – oggi purtroppo mancante – da inserire in una pianificazione globale di tutto il comparto dei servizi e delle strutture socio educative del Cantone”.

In un contesto di politiche di austerità, dove i risparmi nei servizi fondamentali sono ormai la consuetudine e dove persino i tagli nell’educazione non sembrano preoccupare gli ambienti politici più influenti, ci sembra inappropriato stanziare fondi per un progetto che, sul lungo termine, non porterà alcun beneficio ai giovani così definiti “disadattati”, ritardando di fatto gli atteggiamenti criminosi.

Le misure disciplinari e la privazione della libertà non sono la soluzione ai problemi che possono innescarsi nei giovani ticinesi, al contrario aggravano la loro integrazione nella società (la stessa che in fondo crea questi disagi).

Compito fondamentale dello Stato è quello di integrare tutti i giovani, senza tener conto della loro origine socio-economica, nella società civile e democratica attraverso l’educazione pubblica. Dunque, se esistono disagi in una fetta della popolazione giovanile è anche a causa dello smantellamento della scuola pubblica, la quale per mancanza di fondi non riesce a tenere conto delle difficoltà sociali, culturali e economiche di questi ragazzi.

La criminalizzazione e la segregazione di questi soggetti da parte della società civile aggraverebbe la loro già difficile situazione, siccome essi vivranno in uno stato di discriminazione e non riusciranno ad inserirsi virtuosamente all’interno della società. Infatti una volta criminalizzati c’è la possibilità che questi giovani individui si aggregano a gruppi affini e altrettanto sensibili, dai quali possono sfociare ripetuti reati o persino di entità maggiore.

Per questo motivo ci opponiamo fermamente a questa legge (che nulla propone per risolvere il disagio sociale presente tra le fasce giovanili) e proponiamo che i fondi destinati alla realizzazione del “centro educativo chiuso per minorenni” (come viene eufemisticamente nominato quello che sarà il riformatorio cantonale) vengano utilizzati per rafforzare il sostegno psicologico all’interno delle strutture scolastiche e per la creazione di nuovi spazi extrascolastici, dando ai giovani la possibilità di poter affrontare i propri disagi adolescenziali all’interno di clima aggregativo, artistico-musicale e soprattutto socializzante.

Bertoli, dov’è finita la tua scuola “democratica”?

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Io credo che in un mondo che sta vivendo cambiamenti così rapidi e radicali, la scuola debba sapersi adattare in modo che la formazione sia in grado di rispondere alle nuove sfide professionali e alle sempre maggiori incognite.

Così si esprime oggi l’Onorevole Manuele Bertoli sulle pagine del Caffè, in un’intervista nella quale ripercorre le critiche mosse al progetto La scuola che verrà da parte del PLRT.

Ancora una volta, il ministro socialista interviene per fugare ogni dubbio circa le sue intenzioni riguardo alla scuola dell’obbligo: le riforme in corso non hanno come obiettivo l’abbattimento dei fenomeni di selezione sociale che ancora la caratterizzano, o la formazione di cittadini critici capaci di orientarsi coscientemente nell’attuale società della (dis)informazione. Esse mirano invece ad adeguare il sistema scolastico ticinese alle esigenze dell’economia, che ora più che mai richiede una manodopera “flessibile” (termine che il buon Bertoli non si lascia certo sfuggire, in riferimento al post-obbligo) e dotata di più competenze interdisciplinari (le famigerate “skills”). In altre parole, precaria e ignorante.

Ma ora, ci chiediamo noi, dov’è finita la (presunta) visione democratica del ministro dell’istruzione, che ancora 3 anni fa, nella sua prefazione al primo rapporto su La scuola che verrà, affermava che:

La scuola deve essere aperta e democratica, una scuola dove anche coloro che per condizione sociale sono lontani dalla cultura possano avvicinarsi ad essa (…)

Di questa prospettiva, e soprattutto di proposte per tradurla in realtà, nessuna traccia (se escludiamo il solito mantra sulle “chance uguali per tutti”: anche questo, un “lavarsi le mani” davvero poco degno per chi si richiama ad una tradizione progressista. Appellandosi alla responsabilizzazione individuale – “ognuno deve però camminare con le proprie gambe” -, si lascia completamente da parte l’obiettivo ultimo della riuscita universale degli allievi, della ricerca tendenziale di portare ogni studente ad acquisire un livello di istruzione minimo al termine della propria scolarità. Insomma, quello che dovrebbe fare una vera “scuola democratica”).

Pare quindi che più ci si avvicini alla fase decisiva del progetto di riforma, più inizino a cadere le maschere e le illusioni con cui erano stati abbondantemente conditi i rapporti dipartimentali. Il velo di retorica progressista che aveva tratto in inganno buona parte della sinistra sta lasciando ora lo spazio ad una visione molto più cinica del futuro dell’istruzione in Ticino: una scuola al servizio dell’economia e non più della cittadinanza e della società.

Rilanciamo perciò la nostra domanda ormai ricorrente: la sinistra di governo vuole vivere ancora per molto questo bel sogno imbastito da Bertoli, o ha invece intenzione di svegliarsi e affrontare la realtà dei fatti senza i paraocchi dell’appartenenza partitica?

Il GAS spinge Bertoli verso la scuola-azienda: è ora di cambiare paradigma

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Che una parte della sinistra fosse completamente allo sbando sul tema delle riforme scolastiche si era ormai già capito da parecchio tempo, come abbiamo avuto modo di sottolineare anche noi a più riprese.

Purtroppo però, non sembra esservi un limite alle prodezze delle frange “intellettuali” ultra-liberal che orbitano attorno (e all’interno) del PS Ticino. Se già il progetto di riforma così come presentato dal DECS pone seri problemi a livello di finalità e metodi (incredibilmente vicini a quelli proposti dalla destra neo-liberale in tutto il resto del continente europeo), i grandi pedagoghi del GAS (acronimo di Gente che Accende la Società) si sono spinti ben oltre, come si può leggere in questa intervista al consigliere di Stato Manuele Bertoli.

Sono due i dati più preoccupanti che emergono da una lettura disincantata di questo articolo.

In primo luogo, vediamo all’opera un movimento che preme con forza per una svolta ancora più a destra nella posizione del PS riguardo al tema dell’istruzione. Le domande dell’intervistatore (che avevamo già visto cimentarsi in spericolati rimproveri al ministro socialista, dal quale si aspetta maggiore attenzione alle esigenze del padronato e del mercato del lavoro), oltre ad essere condite da una retorica degna dei maggiori gremi foraggiati dal capitale globale (dove avete mai sentito parlare di “figure altamente skillate“?), spingono l’Onorevole a confrontarsi con proposte che rasentano quelle del tandem iper-liberista Morisoli/Pamini: insegnamento della programmazione dalle elementari, coinvolgimento attivo degli imprenditori nell’attività scolastica, educazione al culto della globalizzazione economica, ecc. L’intento è evidentemente quello di trascinare Bertoli verso una dimensione squisitamente mercantile delle riforme scolastiche, e il risultato non lascia ben sperare.

In secondo luogo, osserviamo infatti come il ministro cerchi disperatamente di districarsi dalla trappola ideologica che lui stesso ha contribuito a creare nel corso degli anni, travisando completamente il ruolo della sinistra nel nostro panorama politico. In una prova di equilibrismo senza precedenti, Bertoli cerca di soddisfare sia i pensatori liberal che auspicano una maggiore aziendalizzazione del sistema scolastico ticinese, sia quella generazione di docenti progressisti che ha trascorso la propria vita professionale nel solco dei principi di equità e inclusività sanciti dall’istituzione della scuola media unica. Tuttavia, con questo esercizio Bertoli non fa altro che confondere ulteriormente le acque, senza schierarsi esplicitamente da una parte o dall’altra (e, ve lo assicuriamo, le due visioni non possono essere in nessun modo compatibili) e lasciando presagire il peggio in vista della discussione parlamentare sul progetto “La scuola che verrà”.

Se possiamo forse ancora sperare in qualche tardiva defezione all’interno del gruppo socialista, non possiamo concederci il lusso dell’illusione: i rapporti di forza attuali permetteranno infatti alla destra borghese di premere con forza sull’acceleratore e di dare slancio ad un processo di riforma scolastica che dia maggiore spazio alle direttive del padronato e alla conservazione sociale. Impresa tutt’altro che complessa, dato che ci hanno già pensato i deputati di AreaLiberale a colmare le “lacune” del progetto originale, con l’iniziativa parlamentare “La scuola che vogliamo”.

In poche parole, la frittata è fatta: la “sinistra” al governo ha presentato un progetto essenzialmente di destra, e lo scombussolamento ideologico interno ad essa (avviato e alimentato da esperimenti come Incontro Democratico) impedisce ogni tipo di reazione critica a ciò che potrebbe trasformarsi nell’inizio della fine della scuola pubblica in Ticino.

Non nutriamo grandi speranze circa le possibilità di invertire questo processo, ma ci auguriamo di cuore che a sinistra si riesca a comprendere su chi riposano le responsabilità di questo disastro e che ci si riorienti velocemente verso una proposta politica alternativa e di rottura con queste “pasticciate” ormai insostenibili. La nostra scuola (ma non solo) ne ha più che mai bisogno.

A Zurigo gli studenti occupano le scuole contro le misure di risparmio!

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Quella di mercoledì è stata una giornata di lotta per molti studenti zurighesi, mobilitatisi per contrastare le misure di risparmio previste dall’amministrazione cantonale. Come riferiscono alcuni degli organizzatori della manifestazione, il Cantone sulla Limmat ha infatti previsto tagli di ben 67 milioni nel settore dell’istruzione, da compiersi da qui al 2019.

Tramite una mobilitazione svoltasi “via social” (sui quali è stato fatto circolare il volantino che chiamava alla protesta), i promotori dell’iniziativa sono riusciti a riunire oltre 300 studenti in 7 diverse scuole superiori di Zurigo e di Küssnacht, occupate per buona parte del pomeriggio. Dopo aver discusso non solo della pericolosità di queste misure di risparmio, ma anche delle proprie aspirazioni in materia d’istruzione (sul modello di quanto svoltosi anche in Ticino lo scorso 23 marzo, in occasione della “giornata dell’altrascuola“), gli allievi, riunitisi al liceo di Stadelhofen, hanno poi condotto un corteo di protesta verso il centro città e la sede del Dipartimento cantonale dell’educazione.

Questa manifestazione è l’ennesima dimostrazione (qualora ne fosse ancora necessaria qualcuna) che il trend è ormai il medesimo in buona parte della Svizzera: a pagare i cronici ammanchi delle casse pubbliche (spesso causati proprio da massicci sgravi fiscali a beneficio degli alti redditi come quelli sui quali saremo chiamati ad esprimerci la prossima domenica) sono sempre più gli studenti e le fasce più deboli della popolazione. Come hanno ben dimostrato i colleghi zurighesi, l’unica via per opporsi alle macellerie sociali promosse dal “pensiero unico” neo-liberista che guida la nostra classe dirigente rimane la mobilitazione e la lotta sociale!

Da parte nostra, non possiamo quindi che esprimere la massima solidarietà del SISA nei confronti delle studentesse e degli studenti zurighesi, ai quali auguriamo di portare a termine con successo la propria battaglia!

Notiziona: i liberali non vogliono una scuola “equa, inclusiva e di qualità”!

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“Il progetto dipartimentale, sfacciatamente ideologico, deve essere rivisto completamente.”

Bixio Caprara, neo-presidente PLRT (5 febbraio 2017).

Prima di tutto, chiariamo una questione: anche secondo noi “La scuola che verrà” va rivista completamente. Purtroppo però, nutriamo forti dubbi in merito alle reali possibilità di questo progetto di tradursi in una riforma davvero positiva per la nostra scuola.

Da ormai parecchie settimane, la scuola crea fermento in casa liberale: come abbiamo già avuto modo di osservare, il PLR sta cominciando a scoprire le proprie intenzioni in merito alle imminenti riforme scolastiche. Sono infatti numerosi gli esponenti dell’ex-partitone che hanno espresso pareri particolarmente critici nei confronti del progetto presentato da Bertoli nell’ormai lontano 2014.

In vista del congresso del partito, svoltosi la scorsa domenica, hanno iniziato a moltiplicarsi gli “sbottonamenti” sul tema, con il presidente GLRT Alessandro Spano a rompere il ghiaccio.

E subito emergono i veri punti critici per i liberali:

“Manca un forte legame tra la scuola è il mondo del lavoro.”

“Il costo stimato per l’introduzione della riforma di 32 milioni di franchi appare sottostimato.”

E non manca certamente Maristella Polli, veterana della Commissione scolastica del Gran Consiglio, per rincarare la dose:

La scuola che verrà propone diversi interventi di difficile attuazione, possibili solo con grossi investimenti di gestione corrente e logistici.”

“E si caricano i docenti di compiti impossibili in materia di valutazione e di differenziazione se non concedendo loro sensibili riduzioni dell’onere di lezione per svolgere questi compiti, il cui effetto sono maggiori oneri finanziari.”

In sintesi, secondo i liberali ticinesi il progetto del DECS non sarebbe adeguato perché troppo dispendioso e non sufficientemente asservito alle esigenze del padronato nostrano.

Ancora una volta, investire nell’istruzione non sembra essere un’opzione per il partito che fu del Franscini. Occorre invece, secondo i più recenti dettami delle istituzioni europee e del capitale globale, ridurre le spese e legare a doppio filo il mondo della scuola a quello dell’impresa.

Nulla di più facile che riciclare (e rafforzare…?) gli unici elementi “validi” della riforma fortemente voluta da Bertoli: autonomia finanziaria e amministrativa delle scuole (a quando l’apertura alle “donazioni” del privato?), aziendalizzazione delle direzioni scolastiche (con funzionari che assumeranno progressivamente il ruolo di “manager”, chiamati a gestire investimenti, forza lavoro – un tempo noti come docenti – e simili), “cartelle dell’allievo” (o dettagliati rapporti personali da trasmettere a potenziali datori di lavoro?), piani di studio fondati sull’approccio per competenze (o sul rimpiazzo dei saperi con le abilità pratiche?), ecc.

Per completare l’opera, sarà poi sufficiente sopprimere le misure che, per dirla con le parole del neo-presidente, mirano unicamente ad un “testardo egualitarismo”, quali il rimpiazzo dei livelli A e B o la revisione dell’odioso sistema di “medie d’entrata” per l’accesso alle scuole superiori (in realtà già fortemente ridimensionata dal secondo rapporto del DECS). E non si può dire che i liberali, grazie anche al già scontato supporto del resto della destra, non abbiano i numeri per procedere su questa strada.

Se qualcuno credeva ancora (ingenuamente) che il PLR avrebbe sostenuto la scuola “equa, inclusiva e di qualità” che Bertoli afferma di voler promuovere, pare proprio che debba ricredersi. La verità è che a “sinistra” si è ancora voluto sperimentare le ricette della destra, convinti che dando loro una spolverata di retorica progressista si potesse modificarne la sostanza.

Purtroppo però, a giocare col fuoco si rischia di scottarsi (o, come in questo caso, di incendiare tutta la baracca): il dado fortunatamente non è ancora tratto e ci auguriamo vivamente che a sinistra (specialmente tra chi fino a qualche tempo fa si dichiarava “entusiasta” delle intenzioni di Bertoli…) si inizi a riflettere a fondo sui seri rischi che questa riforma porta con sé (come faremo noi sabato prossimo…).

“La scuola, che sarà?”