Bertoli, dov’è finita la tua scuola “democratica”?

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Io credo che in un mondo che sta vivendo cambiamenti così rapidi e radicali, la scuola debba sapersi adattare in modo che la formazione sia in grado di rispondere alle nuove sfide professionali e alle sempre maggiori incognite.

Così si esprime oggi l’Onorevole Manuele Bertoli sulle pagine del Caffè, in un’intervista nella quale ripercorre le critiche mosse al progetto La scuola che verrà da parte del PLRT.

Ancora una volta, il ministro socialista interviene per fugare ogni dubbio circa le sue intenzioni riguardo alla scuola dell’obbligo: le riforme in corso non hanno come obiettivo l’abbattimento dei fenomeni di selezione sociale che ancora la caratterizzano, o la formazione di cittadini critici capaci di orientarsi coscientemente nell’attuale società della (dis)informazione. Esse mirano invece ad adeguare il sistema scolastico ticinese alle esigenze dell’economia, che ora più che mai richiede una manodopera “flessibile” (termine che il buon Bertoli non si lascia certo sfuggire, in riferimento al post-obbligo) e dotata di più competenze interdisciplinari (le famigerate “skills”). In altre parole, precaria e ignorante.

Ma ora, ci chiediamo noi, dov’è finita la (presunta) visione democratica del ministro dell’istruzione, che ancora 3 anni fa, nella sua prefazione al primo rapporto su La scuola che verrà, affermava che:

La scuola deve essere aperta e democratica, una scuola dove anche coloro che per condizione sociale sono lontani dalla cultura possano avvicinarsi ad essa (…)

Di questa prospettiva, e soprattutto di proposte per tradurla in realtà, nessuna traccia (se escludiamo il solito mantra sulle “chance uguali per tutti”: anche questo, un “lavarsi le mani” davvero poco degno per chi si richiama ad una tradizione progressista. Appellandosi alla responsabilizzazione individuale – “ognuno deve però camminare con le proprie gambe” -, si lascia completamente da parte l’obiettivo ultimo della riuscita universale degli allievi, della ricerca tendenziale di portare ogni studente ad acquisire un livello di istruzione minimo al termine della propria scolarità. Insomma, quello che dovrebbe fare una vera “scuola democratica”).

Pare quindi che più ci si avvicini alla fase decisiva del progetto di riforma, più inizino a cadere le maschere e le illusioni con cui erano stati abbondantemente conditi i rapporti dipartimentali. Il velo di retorica progressista che aveva tratto in inganno buona parte della sinistra sta lasciando ora lo spazio ad una visione molto più cinica del futuro dell’istruzione in Ticino: una scuola al servizio dell’economia e non più della cittadinanza e della società.

Rilanciamo perciò la nostra domanda ormai ricorrente: la sinistra di governo vuole vivere ancora per molto questo bel sogno imbastito da Bertoli, o ha invece intenzione di svegliarsi e affrontare la realtà dei fatti senza i paraocchi dell’appartenenza partitica?

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